Frantz Funck Brentano.
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Il processo della collana.
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secondo nuovi documenti raccolti in parte da A. Begis.
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1992. Athena Editrice, Milano
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Al mio caro Maestro.
Alberto Sorel.

Avevo lasciato appena i banchi della scuola e gi voi guidavate i miei sforzi con la vostra autorit e con una benevolenza che mai potr dimenticare. Non avete mai cessato di seguirmi nella mia modesta carriera, sorreggendomi coi vostri incoraggiamenti. E avevo davanti agli occhi e ho tuttora l'esempio che con tanta semplicit e tanta larghezza ci viene dalla vostra vita consacrata alla scienza, alla letteratura in ci che ha di migliore e di pi nobile, e all'amore della patria.
Con riconoscenza e rispetto, ho l'onore di essere il vostro allievo devotissimo
Frantz Funck-Brentano.
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1.
SULLA SOGLIA DELLA
CATTEDRALE DI STRASBURGO.
Il 19 aprile 1770, l'arciduchessa Maria Antonietta, figlia dell'imperatrice regina Maria Teresa, sposava per procura, nella chiesa degli Agostini di Vienna, Luigi, nipote di Luigi XV, diventato per la morte di suo padre erede della corona di Francia. Essa non aveva ancora quindici anni. Il 21 aprile, lasci l'Austria, accompagnata dal principe Stahremberg. Passando da Strasburgo, l'8 maggio, venne arringata da un giovane prelato, il vescovo coadiutore della diocesi, il principe Luigi di Rohan. Sotto l'alto portone della cattedrale, Luigi di Rohan si avanz incontro alla delfina salutando con grazia disinvolta e leggiera. Dietro a lui, stavano i dignitari laici ed ecclesiastici del capitolo: il principe Ferdinando di Rohan, arcivescovo di Bordeaux, grande podest; il principe di Lorena, gran decano; il vescovo di Tournai, i due conti di Truchsess, i conti di Salm e di Manderscheid, i tre principi di Hohenlohe, i due conti di Knigseck, il principe Guglielmo di Salm; poi il gruppo dei canonici in rocchetto e in mantellina, usciti da quelle casette che attorniano la cattedrale come gli angeli seduti ai piedi della Vergine nei quadri dei primi pittori cristiani.
Luigi di Rohan aveva una figura snella e slanciata. Nel portamento e nell'andatura, ogni movimento tradiva in lui l'aristocrazia della razza. I lineamenti erano finissimi, fini come lo sguardo, d'un azzurro limpido, ch'era, insieme, cauto e carezzevole. Aveva quasi una bellezza femminile nella lunga veste d'amoerro viola, ricadente in pieghe alla Watteau, sotto la spuma leggiera del punto d'Inghilterra. La mitra d'oro e di pietre preziose gli splendeva sulla fronte; e in dito l'anello episcopale.
Nella chiarit del cielo la freccia acuta della cattedrale lanciava il ricamo delle sue pietre rosse. Dalle grandi porte spalancate fiammeggiava, in fondo alla navata, il gioiello dei vetri a mille colori luminosi; e l'armonia brillante degli organi, in onde sonore, inondava il sacro recinto, allargava la piazza. Erano come ventate rumorose che s'ingolfavano gi per le strade frammischiandosi alle acclamazioni della folla; perch il popolo si pigiava fin sui gradini del tempio ed era accorso da tutti i punti della provincia nei costumi paesani, vestiario festivo; massa animata, variopinta, in cui il verde dei corpetti era d'una tinta fresca e decisa come il verde dei prati e i biondi capelli delle ragazze luccicavano d'uno splendore moderato e dolce sotto i larghi nastri neri.
Gli organi tacquero e il prelato disse con voce chiara e penetrante che la solennit della circostanza faceva leggermente tremare: "Voi state per essere fra noi, Signora, l'immagine vivente di quella imperatrice diletta che forma da lungo tempo l'ammirazione dell'Europa come lo sar dei posteri.  l'anima di Maria Teresa che sta per unirsi all'anima dei Borboni".
La piccola principessa ebbe un attimo d'emozione. Due lagrime inumidirono le sue guance, fattesi pi rosee, una luce le pass sulla fronte. Provava ancora l'angoscia degli ultimi abbracci, gli ultimi abbracci di sua madre lasciata cos lontano. L'aveva abbandonata, per sempre forse; ed era ancora una bambina. Maria Antonietta adorava la madre che aveva vegliato sulla sua educazione con la forza dell'intelligenza e tutta la tenerezza del cuore; ed ecco all'evocazione di quel prelato sconosciuto, dal volto cos grazioso, chiaro e come trasparente nella gloria della sua acconciatura, fra i canti sacri e le volute bianche dell'incenso, apparirle l'immagine venerata. Maria Antonietta, con la testa china e il seno un po' ansante, entr sotto le alte navate dove il rombo dei grandi organi ricominciava ad echeggiare.
La truppa formava una doppia siepe al suo passaggio. La delfina giunse al coro centrale a' pi del quale stavano i Cento Svizzeri in uniformi variegate. Davanti all'altare di San Lorenzo, accerchiato dalle guardie del corpo, un inginocchiatoio l'aspettava. Essa vi si inginocchi mentre le dame della sua corte si allineavano sugli sgabelli. E Rohan, prima di mettersi sotto il baldacchino pontificale, volgendosi verso la bimba china, la benedisse con gesto largo e tranquillo. Dall'alto del coro le arpe facevano piovere sulle fredde lastre della chiesa le loro note argentine. La messa cominci.
 II.
IL PRINCIPE LUIGI.
Alla Corte di Francia, la giovine e graziosa Delfina venne accolta con magnificenza; ma da Compigne o da Versailles essa s'inform pi di una volta del bel prelato d'Alsazia che, al suo arrivo in terra francese, aveva suscitato in lei una emozione cos viva. Nel suo palazzo di Saverne, presso Strasburgo, circondato dalla nobilt e dalle pi belle donne della provincia, il principe Luigi, come lo chiamarono fino al giorno in cui indoss la porpora cardinalizia, faceva la vita d'un signore feudale. A cavallo, seguito dalle mute urlanti, lungo le pianure, nei boschi, dava la caccia alla volpe e al cinghiale. Nelle sale del palazzo, i vini del Reno e d'Ungheria scorrevano a fiotti e interi capretti venivano serviti sulle mense.
Il duca d'Aiguillon, sostenuto dall'onnipotente favorita del re Luigi XV, Giovanna Benedetta Vaubernier, contessa du Barry, era stato di recente eletto ministro. Egli era devoto all'illustre famiglia dei Rohan-Soubise, influentissima a Corte, sopratutto per la situazione di M.me de Marsan, governante dei Figli di Francia.
Il 9 giugno 1771, Maria Antonietta scriveva alla madre, Maria Teresa: "Dicono che  il coadiutore di Strasburgo che deve venire a Vienna come ambasciatore.  di grandissimo casato, ma la vita che ha sempre tenuto somiglia piuttosto a quella d'un soldato che non a quella di un coadiutore".
Il conte di Mercy-Argenteau, rappresentante della corona d'Austria presso il re di Francia, e, consigliere fedelissimo di Maria Teresa, stava per diventare quello di Maria Antonietta.
Scriveva dal canto suo: "Questo ecclesiastico  interamente ligio alla combriccola della contessa du Barry e del d'Aiguillon, e temo che non sia il solo inconveniente che lo rende poco adatto al posto destinatogli".
I Rohan si dicevano discendenti dell'antica casa sovrana di Brettagna, essendo venuti in Francia con Anna, la piccola "duchessa in zoccoli" che spos Carlo VIII. Erano attinenti al ramo dei Valois per mezzo di Caterina di Rohan, moglie del conte d'Angoulme, avo di Francesco I; erano imparentati coi Borboni stessi per parte di Enrico IV, abbiatico d'una Rohan che aveva sposato il duca d'Albret, re di Navarra. I Rohan erano tutt'uno coi principi di Lorena, a parit con loro, immediatamente dopo i principi del sangue.
Il principe Luigi di Rohan era nato nel 1734. Nel 1760 era stato nominato coadiutore del vescovo di Strasburgo e consacrato l'anno medesimo vescovo di Canope in partibus. Dotato per natura di molti pregi, era un fiore finissimo dell'aristocrazia, come ne producono le civilt raffinate nei loro pi delicati prodotti. Aveva molto cuore e molto spirito e un'eleganza sottile di cui la dignit ecclesiastica metteva in risalto l'incanto singolare "una galanteria e una compitezza da gran signore - dice la baronessa d'Oberkirch - che ho raramente incontrato in altri". Era stato ricevuto membro dell'Accademia francese a ventisette anni e, fra tanti nomi illustri, figurava con onore. Nessuno aveva una conversazione pi simpatica della sua. Gli Immortali si dichiaravano entusiasti della sua compagnia. Un cuore "sensibile" come dicevano i contemporanei, e una grande sostanza gli permettevano di fare il bene largamente. Lo faceva con buona grazia e spirito giocondo. Pi tardi, dopo che una catastrofe terribile l'ebbe atterrato, trov, nell'avversit, delle persone che si ricordarono delle sue qualit simpatiche e degli scrittori per ripeterlo forte. Manuel nel suo Guardia del corpo, un libello ingiurioso che fece molto chiasso e fu citato in giudizio dietro richiesta dei Rohan, ne traccia il ritratto: "Ha davvero buon cuore.  altero ma non troppo. Trattandolo da monsignore, si ottiene da lui ci che si vuole. Generoso oltre ogni dire, avrebbe a suo favore mille episodii che sarebbe doveroso pubblicare. Sarebbe questa l'ora, o mai pi. Ma la gente tace. La riconoscenza  muta, la calunnia ha cento voci. Rendere servizio  una bella cosa: ma a chi? Sempre a degli ingrati! E poi, fate ancora del bene. Ecco perch pochi si curano di farne!".
Fra questi episodii "che sarebbe doveroso pubblicare", citiamo il seguente.
Il principe Luigi teneva tavola bandita, a Saverne. Un povero cavaliere di San Luigi venne a sedervisi; ma non avea, come avevano gli altri, una moneta d'argento da far scivolare sotto il tovagliolo per il valletto che serviva. E il valletto si affrettava a segnalare al principe quell'ospite miserevole che giungeva senz'essere invitato. Rohan ordin di farlo sedere, la volta seguente, accanto a lui: onore che fece meravigliare il cavaliere; ma costui non tard ad indovinare la malizia dalla faccia del servo. Del resto, tutto andava bene quando, sulla fine del pasto, il principe, che s'occupava di maga, chiese a un tratto:
- Quanti diavoli conoscete?
- Tre, monsignore.
- Tre?
- Un povero diavolo che trova da mangiare da un buon diavolo, ma che un cattivo diavolo ha voluto mettere nell'imbarazzo.
Rohan, contento della risposta, annunzi che la posata del cavaliere d'ora innanzi ci sarebbe stata sempre alla sua mensa.
Citiamone un altro.
A Saverne, Rohan ospitava talvolta fino a duecento invitati, la stessa notte, oltre la servit. Una signora molto bella, accompagnata da un giovane ufficiale, essendo venuta in visita, il principe trattenne ambedue. Ma un domestico venne ad avvertirlo che non c'era pi posto.
" - Di' un po': l'appartamento dei bagni  occupato?
- No, monsignore.
- Non vi sono dentro due letti?
- S, monsignore, ma nella stessa stanza; e quell'ufficiale...
- Ebbene? non sono forse venuti insieme?  la gente di cervello corto come voialtri che vede tutto in male. Vedrete che staranno benone. Non c' da obiettare proprio niente".
E infatti "stettero benone" e non "obiettarono proprio niente" n l'ufficiale, n la signora.
Si accusava Luigi di Rohan di essere leggiero, difetto della sua casta e della sua educazione; da ci proveniva, d'altronde, la piacevolezza del suo spirito. "Dovrebbe calzare delle buone suole di piombo - prosegue Manuel - e coprirsi la nuca con una buona calotta di piombo: era la precauzione del leggiero Philotas per non trovarsi in bala d'ogni vento".
"Era affabile e compito - dice un altro libellista - ma gli capitava troppo spesso, come succede a un grande, di non piegarsi alle maniere premurose degli altri. Dotato d'un cervello attivo e pronto, afferrava le idee prima che fossero espresse, figurandosi gi tutto quello che appena cominciava a dire la lingua pesante d'un arringatore; e subito stanco dell'attenzione che richiedevano da lui, indisponeva per il poco peso che dava alle cose a cui gli altri ne davano di pi. Sempre tacciato dagli inferiori di giudicare troppo leggermente perch i suoi giudizi erano troppo rapidi e le conclusioni anche se giustissime, non erano favorevoli a tutti, egli vedeva le proprie qualit brillanti, a cui non s'era curato di dare la forma che occorreva perch apparissero seducenti per se stesse, contribuire a screditarlo e servire da arma contro di lui".
 III.
L'AMBASCIATA DI VIENNA.
Per allestire la propria ambasciata, Rohan aveva speso somme favolose. Due carrozze di gala del valore di quarantamila franchi, dai cuscini di velluto malva con passamani d'argento, e i grembiuli di cuoio, le cortine e il cappotto foderati di seta bianca: si sarebbero dette delle lanterne enormi impennacchiate, cesellate da orefici e sostenute da molle d'acciaio. L'intera carrozzeria, e perfino la conca in cui il cocchiere posava i piedi, era dipinta a stemmi e fiori incorniciati di pietruzze d'oro sulle lacche lucenti. Una scuderia di cinquanta cavalli, il cui primo scudiere era brigadiere degli eserciti del re, un sotto-scudiere e due battistrada; sei paggi presi nella nobilt brettone e alsaziana, vestiti di seta e di velluto a ricami, con un governatore per il mestiere delle armi e un precettore per il latino; due gentiluomini per gli onori della camera da letto - l'uno era cavaliere di Malta, il secondo capitano di cavalleria -; sei camerieri, un maggiordomo, un capo-credenziere vestiti tutti di rosso con passamani sulle cuciture; due domestici vestiti all'ungherese, con alamari e pennacchi; quattro corridori fregiati di ricami d'oro e lustrini d'argento: - ognuno di questi costumi era costato quattromila lire e scintillava al sole in un barbaglio fantastico; - dodici domestici in livrea; due svizzeri, l'uno dei quali, il pi magro, per gli appartamenti; e l'altro, molto panciuto, per il servizio della porta. Accompagnavano i pasti sei musici vestiti di scarlatto, con le bottoniere filigranate d'oro fino; poi un intendente di casa, un tesoriere, quattro gentiluomini d'ambasciata nominati e brevettati dalla Corte; come segretario d'ambasciata, un gesuita; e, per assecondare il gesuita, quattro segretari-aggiunti.
Maria Teresa non aveva accolto molto favorevolmente il nome del nuovo ambasciatore. "Ho motivo di essere malcontenta della scelta che la Francia ha fatto d'un cos pessimo soggetto quale  il coadiutore di Strasburgo - cos scriveva a Mercy Argenteau. - L'avrei forse rifiutato se non fossa stata trattenuta dal timore dei guai che avrebbero potuto ricadere su mia figlia. Ma non tralascerete di far capire alla Corte di Francia che sar bene raccomandare a codesto ambasciatore di tenere una pi saggia condotta, conforme al suo stato. Vi confesso che ho paura per le nostre donne di qui".
Rohan giunse a Vienna il 10 gennaio 1772. Present le sue credenziali il 19. Maria Teresa si meravigli di provare a tutta prima un'impressione favorevole. Ne scrisse al suo rappresentante di Versailles: "Rohan si presenta semplicemente e sempre a un modo, senza smorfie n albaga, molto compito con tutti quanti. Dapprima dichiar di non voler frequentare gli spettacoli; ma poi cambi d'opinione".
Sgraziatamente, anche Maria Teresa mut presto d'opinione rispetto al rappresentante del re di Francia, per tornare alle prevenzioni che la sua corrispondenza con Mercy-Argenteau le aveva ispirata. L'imperatrice era dotata d'un carattere molto semplice e molto diritto; e, profondamente tedesca, prendeva tutto sul serio. I modi leggieri del prelato, la sua eleganza mondana, i suoi discorsi piacevoli, da cui trapelava una punta di quella galanteria che formava allora il pericoloso splendore della Corte di Francia, dapprima la stupirono, poi la spaventarono e finirono col farle orrore. Un vescovo che si recava agli inviti della nobilt del paese in costume da caccia - giustacuore verde con alamari d'oro, piume di falco a pennacchio sul berretto; - che, nel suo castello sulle rive del Danubio, dono regale della regina d'Ungheria all'ambasciatore di Francia, riceveva in tumultuose partite di caccia le pi illustri famiglie di Vienna e in una sola giornata tirava con le proprie mani fino a 1328 colpi di fucile; un prete che assisteva in acconciatura brillante ai balli mascherati e vi riceveva dalla principessa d'Auersperg - in costume d'"ebrea ricca" - un portafogli tutto ricamato d'oro; un prelato che, nell'ambasciata stessa, organizzava delle cene a tavolini per le dame della Corte e non si peritava di rivolgere loro, nel modo pi gentile, i complimenti pi melati - sembrava alla pia sovrana un rappresentante del demonio piuttosto che quello del Re Cristianissimo.
"Il 7 settembre 1773 - scrive uno de' suoi ufficiali - il principe di Rohan diede una caccia al cervo. Oltre vari signori, vi assistettero la principessa di Lichnowska, le contesse di Bergen e di Diethichstein. Si fu molto allegri. Siccome la caccia fin tardi, fummo sorpresi dalla notte e da un temporale. Le signore, ch'erano giunte insieme, si divisero per tornarsene negli equipaggi, di modo che la principessa di Lichnowska e la contessa di Dietrichstein vennero col principe e con me". Non avevano fatto cinquanta passi dalla casa del guardiano che il prelato con i suoi ufficiali e le due signore andavano a cadere alla rinfusa in un fossato.
Dal punto di vista morale, c'era una doglianza seria e precisa da formulare contro il principe Luigi? Maria Teresa sarebbe stata imbarazzata di dirlo; e qualunque fosse l'opinione degli storici a tal riguardo fino ad oggi, noi non lo crediamo; ma le apparenze sembravano talmente abbominevoli all'imperatrice da non lasciarle dubbio, nel suo cervello di donna, che anche il fondo fosse tale. "L'ambasciatore Rohan - scrive quindici giorni dopo il di lui arrivo -  un grosso volume infarcito di discorsi pessimi e ben poco conformi al suo stato ecclesiastico e altres di ministro, ch'egli snocciola impudentemente ad ogni occasione; senza conoscenza degli affari e senza attitudini sufficienti, con un fondo di leggerezza, di presunzione e di storditezza. La folla del suo seguito  pure un miscuglio di persone prive di merito e di buoni costumi".
E il tempo non fece che accentuare quell'opinione sfavorevole, a un punto tale che l'antipatia divenne a poco a poco nell'imperatrice una specie di odio violento e ardente.
A Baden, dove si era recato per i bagni, - a sei leghe da Vienna, - il principe Luigi diede una festa popolare all'aria aperta. "Molte signore e molti signori di Vienna sono venuti a questa festa. La festa si teneva in due taverne bellamente aggiustate con rami d'albero, in fondo alle quali stavano due botti di vino. Accanto alle botti, ceste di pane e di carne che venivano lanciati e sparsi dappertutto. Il vino scorreva; chiunque ne volesse non aveva che da presentarsi con un boccale. Fra quelle casupole, c'era un gran pino altissimo, con un vestito completo per chi fosse andato lass a cercarlo. Questa sorta di alberi vien piallata e unta per accrescere la difficolt. Dopo che parecchi campioni si furono invano estenuati nella ricerca del bottino, ve ne fu uno che riusc. L'applaudirono al suono dei timballi e delle trombe. Dopo simile passatempo, si cominci a rappresentare la commedia tedesca sopra un teatro eretto per l'occasione e graziosamente addobbato. Le signore e la gente distinta stavano in faccia al palco sotto una tenda enorme. Al di l della tenda, c'era una casetta in cui vennero serviti in abbondanza gelati e rinfreschi. La plebaglia pot assistere comodamente alla commedia che fin con tanti fuochi d'artifizio vicino all'acqua. Si ball un po', davanti a tutti; poi, con le vetture del principe, le signore andarono a casa sua. Dopo cena si ball daccapo".
Per poco l'incidente della cena non degener in una lite fra l'imperatrice e l'ambasciatore.
Era un'innovazione di Rohan che gli era valsa il pi gran successo. Il giovine prelato radunava in casa sua delle comitive da cento a centocinquanta persone scelte fra le migliori famiglie dell'Austria. Delle tavole di sei o al massimo di otto coperti si moltiplicavano nei bei salotti del palazzo Lichtenstein i cui giardini erano illuminati. I convitati si raggruppavano a piacer loro; che giocondo chiacchiero fra il tintinno della porcellana, dell'argenteria e dei cristalli! Il nostro ambasciatore evitava cos la monotona compassata e silenziosa delle lunghe tavole ufficiali in cui tutti, fino allora, in quelle agapi diplomatiche, s'erano tanto solennemente e diplomaticamente annoiati. Non ci si deve dunque meravigliare se, talvolta, la gaiezza diventava piuttosto rumorosa. Era sempre, affermava Rohan, di buon gusto. Le cene erano seguite da giuochi, da danze, da concerti, in cui la giovent - dice l'abate Georgel - godeva sotto gli occhi dei genitori d'un'onesta libert". Presiedeva Rohan, con quanto garbo lo si pu immaginare. I giuochi e le risa, beavano il prelato, intrecciavano attorno a lui intrighi d'amore. E siccome la compagnia si divertiva immensamente, non usava separarsi che alle ore piccole. Gli inviti alle incantevoli cene del vescovo vennero sempre pi ricercati e Maria Teresa fu sempre pi convinta che l'ambasciatore di Francia "le corrompeva la nobilt". Incaric il principe di Sassonia - Hildburghansen "ai consigli del quale l'et, la posizione, la considerazione contribuivano a dar peso" di presentare le sue rimostranze. Rohan rispose con le pi belle maniere del mondo e con perfetta compitezza che la massima decenza non mancava mai dal presiedere a quelle riunioni; che l'annunzio n'era gi stato diramato per tutto quell'anno e non avrebbero potuto venir sospese senza pericolo di far correre le peggiori voci, tanto riguardo agli ospiti quanti riguardo a lui stesso. "Sua Maest - diss'egli -  supplicata di voler pesare simili ragioni con tutta la sua saggezza e di non volere esigere nulla che possa recar danno alla riputazione dell'ambasciatore non meno che a quella delle prime case di Vienna che gli fanno l'onore di frequentare tali assemblee". E le "assemblee" continuarono come per l'innanzi.
Ci che irritava maggiormente Maria Teresa, in quelle discussioni, che avvenivano ora di frequente, erano le maniere da gran signore di Rohan che gli davano il vantaggio, unitamente alle armi affilatissime del suo spirito mordace. Durante una disputa, avvenne che il personale dell'ambasciatore malmenasse un segretario della Corona chiamato Gapp. Maria Teresa impose che i colpevoli venissero arrestati. "Ma i loro colleghi - essa scrive - si sono creduti in dovere di venirli a visitare, per distrarli nella prigionia. Essendosi uno di essi ammalato, Rohan ha chiesto di riprenderselo in casa facendolo sostituire da altri due che sarebbero rimasti al posto del colpevole. Tutto questo  accompagnato da un'aria di canzonatura, da ironie e impertinenze intollerabili. Ma gli  stato risposto che qui non si usa far subre agli innocenti il castigo del colpevole e che del resto l'ammalato sarebbe stato curato meglio stando agli arresti che non fuori".
Pazienza ancora se, nella cerchia dell'imperatrice, le sue antipatie fossero state condivise! Ma quel diavolo di un vescovo con le sue "buffonate" incantava la gente e si attirava i cuori. La corrispondenza dell'imperatrice con Mercy-Argenteau rigurgita di dispetto. "Le nostre donne - dice - giovani e vecchie, belle e brutte, ne sono stregate. Egli  il loro idolo, le fa sdilinquire, tanto che si trova benissimo qui e afferma di volerci restare anche dopo la morte di suo zio", (il vescovo titolare di Strasburgo). Lo stesso imperatore Giuseppe II, associato dalla madre al trono, sembra conquistato: "All'Imperatore piace, a dire il vero, d'intrattenersi con lui; ma per fargli dire delle scipitaggini, freddure e buffonate". Perfino il cancelliere Kaunitz si dichiara affascinato da quell'ambasciatore. L'imperatrice vorrebbe consolarsene riflettendo che ci avviene "perch costui non gli d impaccio e gli d prova d'ogni sorta di sottomissione".  un parlare di donna incollerita. Ma capiva che l'azione del giovine prelato era pi seria di cos.
"Essendo questo stesso Rohan - scrive a Mercy il 6 novembre 1773 - stato per Sant'Uberto con l'imperatore, costui lo fece sedere a tavola accanto a s e chiacchier due ore di seguito, non so di che; ma ne  risultato un desiderio marcatissimo di andare a Parigi subito dopo Pasqua. Il giro, le visite, la vita da fare, tutto venne prestabilito fra loro; hanno dato dei preavvisi per il personale. Vedete da questo saggio quanta influenza pu avere sullo spirito dell'imperatore un uomo ardito e che si presenta bene. Ed ecco la cosa pi sgradita nella mia situazione. Un miserabile pu annullare con una sola parola il risultato di un lavoro assiduo".
I rapporti giunsero all'estrema tensione quando Rohan, svelando le manovre di Mercy alla Corte di Francia - dove costui s'era procurato, fin nelle pi alte sfere, contatti mediante cui veniva informato di tutto ci che avveniva nei consigli - ricorse, in Vienna, a mezzi consimili. Prendendo risolutamente il proprio partito, Maria Teresa chiese a Mercy-Argenteau d'ottenere il richiamo. Fino ad allora aveva avuto la ragione e il buon diritto dalla sua parte; commise, da quel momento, il fallo gravissimo d'immischiare sua figlia, Maria Antonietta, nel proprio risentimento, col chiederle di collaborare a sua volta al ritorno del coadiutore e sforzandosi di farle condividere la propria avversione per lui.
 IV.
MARIA TERESA.
Si pu dire che Maria Antonietta  stata vittima della propria tenerezza per la madre. Quale sentimento sarebbe stato pi legittimo rivolto a una madre come Maria Teresa, il cui genio era assai pi grande del cuore? A Maria Antonietta - venuta in Francia a quindici anni, accanto a un marito pesante, goffo, taciturno, che non poteva allora capirla e che non la cap d'altronde se non a poco a poco, man mano lo spirito di lui si andava sviluppando; gettata a quindici anni in quella Corte ove il vizio troneggiava con impudente audacia impersonato nella Du Barry; in bala, nella pi assoluta inesperienza delle passioni ambiziose che facevano a gara per ottenere la sua influenza, contendendosi il suo appoggio, punto di mira dei pi bassi intrighi e dei pi perfidi moventi, chi al mondo, poteva servirle di sostegno e guida? Non ne aveva n poteva averne altri all'infuori di sua madre. Suo marito non vede n sente; Luigi XV  corrotto e indifferente; le sue zie, Madama Adelaide, Madama Sofia e Madama Vittoria, sono zitelle dal cuore arido, dal pensiero ristretto, inacidite, sgarbate, che s'annoiano.  la Du Barry che sceglie per la Delfina la dama che presiede alla sua acconciatura.
Maria Teresa ne approfitt per farsi della figlia uno strumento della propria politica. L'imperatrice non intuiva certo quanto sarebbe diventata funesta quella complicit per "la povera innocente regina" come talvolta la chiamava; e costei, dal canto suo, allevata nell'idea che l'unione indissolubile della Francia e dell'Austria assicurasse la felicit del mondo, non poteva immaginare, nella bont, semplicit e ingenuit dell'essere suo, che servendo gli interessi materni sarebbe stata esposta un giorno al rimprovero d'aver servito male quelli della sua nuova patria.
Per agire sulla figlia, Maria Teresa non aveva soltanto le lettere che le andava scrivendo con premura tanto forte e autorevole; ma le aveva messo vicino un agente d'un tatto e d'una destrezza a tutta prova, il conte de Mercy-Argenteu.
"Circa Rohan - cos scrive al suo rappresentante - ne faccio cenno a mia figlia, ingiungendole di non parlarne se non a voi. Senza sporgere lamentele formali, m'augurerei - e conto che il re vorr compiacermi - liberandomi da questo rappresentante indegno". E Mercy risponde: "Ho chiesto a madama la Delfina tre o quattro giorni di tempo per ben combinare la mossa che Sua Altezza Reale dovr fare rispetto al principe di Rohan. Le esporr quali mezzi dovr impiegare".
Incitata e spinta dalle due parti, Maria Antonietta scopr le proprie batterie. Parl direttamente alla signora di Marsan, zia del principe Luigi, e le consigli di far chiedere dalla famiglia stessa il richiamo del giovane ambasciatore. In quel momento, sembra che Maria Teresa abbia intravvisto il pericolo che faceva correre a sua figlia. "Siccome i parenti di Rohan sono numerosi e abbastanza potenti, c' chi teme ch'essi non vendichino su mia figlia i torti che pretendono d'aver ricevuto per i passi da me fatti. E tanto pi si teme questo, quanto meno si suppone che mia figlia tenga per s le lettere che io le scrivo concernenti la persona di Rohan. Voi saprete essere miglior giudice del valore di simili supposizioni. Vi ripeto soltanto che Rohan  sempre pi noncurante ed insolente. Mi spiacerebbe molto se si volesse ritardare o eludere e del tutto il suo richiamo, costringendomi a un passo pi forte per essere finalmente sbarazzata d'un uomo tanto insopportabile".
Una circostanza aveva fatto condividere a Maria Antonietta i pi vivi risentimenti di sua madre. Rohan, che si sapeva vivamente preso di mira dall'imperatrice, trovava nel proprio spirito mordente le risposte necessarie. Erano arguzie crudeli. In una lettera al ministro degli affari esteri, d'Aiguillon, gli scriveva, non senza una certa verit: "Ho effettivamente visto piangere Maria Teresa sulla disgrazia della Polonia oppressa; ma questa principessa, addestrata nell'arte di non lasciarsi indovinare, mi sembra aver le lagrime a propria disposizione; con una mano, tiene il fazzoletto per asciugare il pianto della compassione e con l'altra brandisce la spada per fare da terza compartecipe al bottino". Per sbadataggine, o forse per malignit, giacch d'Aiguillon detestava Maria Antonietta, il ministro port la lettera alla Du Barry, alla quale parve ameno darne lettura durante una delle sue cene. E tutti i cortigiani ad applaudire; e l'uno di essi a ripetere ipso facto l'epigramma a Maria Antonietta. Si pu immaginare l'irritazione della Delfina. Ella non dubita pi che Rohan non sia direttamente in corrispondenza con l'amante del re, con la favorita dai vergognosi costumi, per dare cos in pasto alle beffe di costei le virt e l'onore di sua madre.
Non fu se non due mesi dopo la morte di Luigi XV, allorch salito Luigi XVI al trono, l'influenza di Maria Antonietta divenne preponderante, che l'imperatrice d'Austria pot sbarazzarsi di quella "brutta vergognosa ambasciata" per dirla con una sua espressione. Il rancore di Maria Teresa era cos forte che, quando si tratt di un ritorno momentaneo - desiderando Rohan andare a Vienna per congedarsi dalla Corte e dai suoi amici, - essa ne scrisse a Mercy: "Sarei oltre ogni dire spiacente dell'esecuzione di tal piano, come d'un insulto fatto a me personalmente". Rohan venne sostituito dal barone di Breteuil. "Breteuil potrebbe trovare, ai suoi primi esordi qui, qualche seccatura - osserva Maria Teresa - tanto si  prevenuti a favore del suo predecessore. I partigiani di quest'ultimo, cavalieri e dame, senza distinzione d'et, sono assai numerosi, senza eccettuare Kaunitz, e nemmeno l'imperatore. A tutti gli amici, Rohan invi il proprio ritratto cesellato sopra una sottile tavoletta d'avorio; e fu tale il loro entusiasmo ch'essi fecero montare l'avorio in anello, accerchiandolo di perle e di brillanti. Il cancelliere Kaunitz, portava anch'esso quell'anello sul dito medio. "Avrei stentato a crederlo - dice Maria Teresa - se non me ne fossi convinta coi miei propri occhi".
Luigi di Rohan vide in quel richiamo un'offesa. Non perdon a Breteuil d'aver preso il suo posto e sospett che avesse contribuito alla sua disgrazia. Lo perseguit a sua volta con frizzi pungenti. Breteuil, uomo di tempra assai diversa, non gli rispose se non col silenzio e con un odio vigoroso che, pi tardi, in circostanze terribili, doveva brutalmente mettere in azione.
Nel suo rancore, Rohan non giunse tuttavia a colpire la bella piccola sovrana che aveva un tempo, al suo arrivo in Francia, accolta in un giorno di festa e di speranza, sotto il portone drappeggiato di velluto color granata dell'alta cattedrale di pietra rossa.
 V.
MARIA ANTONIETTA.
Quando entr a Strasburgo, la piccola Delfina pronunci una frase che la citt aveva poi ripetuto. Siccome il capo della Magistratura, vale a dire il Consiglio di Citt, allo scopo di riuscirle gradito, incominciava ad arringarla in tedesco, essa lo interruppe:
"Non parlate tedesco, signore; a cominciare da oggi io non capisco altro che il francese".
Dobbiamo alla penna di Edmondo e Giulio di Goncourt il miglior ritratto di Maria Antonietta che mai sia esistito:
"Un cuore che si slancia, si abbandona, si prodiga, una giovinetta che va incontro alla vita e con le braccia aperte, avida di amare e di essere amata: ecco la delfina. Amava tutte le cose che cullano e fanno fantasticare, tutte le gioie che interessano le giovani donne e distraggono le giovani sovrane: i ritiri famigliari ove l'amicizia si espande, le conversazioni intime in cui la mente si svela, e la natura, la grande amica, e i boschi, i nostri confidenti, e la campagna e l'orizzonte, in cui lo sguardo e il pensiero si perdono, e i fiori e la loro festa eterna. Per un contrasto singolare, la gaiezza maschera il fondo tenero, quasi malinconico, della delfina.  una giocondit folle, leggiera, petulante, che va e viene e riempie tutta Versailles di movimento e di vita. La mobilit, l'ingenuit, la spensieratezza, l'espansione, la monelleria; la delfina porta e diffonde attorno a s, quasi correndo, il chiasso de' suoi molteplici vezzi. La giovinezza e l'infanzia, tutto in lei si confonde per sedurre, tutto si collega contro l'etichetta, e tutto piace nella principessa, la pi adorabile, la pi donna, se cos si pu dire, di tutte le  donne della Corte. E sempre saltellante e volteggiante, passa come una canzone, come un lampo, senza curarsi n del suo strascico n delle sue dame d'onore".
Alla testa di queste dame d'onore viene la signora de Noailles, vecchia aia grave e solenne, compresa dell'importanza del proprio ufficio. La delfina, scherzosa, l'ha battezzata: la Signora Etichetta. Quando la Delfina diventata regina e madre e tenendo il bambino fra le braccia, voleva deporlo nella culla, la signora de Noailles interveniva: non era cosa conforme all'etichetta. Capit una volta che, essendo Maria Antonietta a cavallo d'un asino, la bestia, con un colpo delle reni, la lanciasse sul prato. Eccola seduta sull'erba alta, con le sottane all'aria, che batte le mani: "Presto! andate a cercare la signora de Noailles, perch ci dica che cosa esige l'etichetta quando una regina cade dall'asino!".
Questa battuta caratterizza lo spirito di Maria Antonietta, la sua ironia fatta di gaiezza e di buon senso; ironia graziosa, ch'era propria dell'epoca, ma che suscit contro di lei inimicizie irriducibili. Nella sua bocca di sovrana, le parole avevano un peso maggiore. I frizzi che lanciava penetravano pi a fondo, e le ferite che facevano erano tanto pi dolorose quanto pi avevano colpito giusto.
Quand'era giunta alla Corte di Francia, Maria Antonietta era ancora una bambina. Luigi XV ne fa l'osservazione. Il suo piacere pi grande, - di lei, sposa dell'erede del trono - consiste nel giuocare con i ragazzi della sua prima cameriera, gualcendosi le vesti, deteriorando il mobilio, mettendo il salotto a soqquadro. Si ha l'impressione che da un momento all'altro stia per entrare la mamma a dare una ramanzina. Infatti, il corriere di Vienna le reca una sgridata:
"Dicono - scrive sua madre - che cominci a mettere tutto in ridicolo e a ridere in faccia alla gente. Se  vero, ti farebbe gran torto, e meritatamente, facendo perfino dubitare della bont del tuo cuore. Questo difetto, mia cara figlia, non  piccolo in una principessa".
Luigi XV fa chiamare la signora di Noailles. Desidera parlare alla Delfina. Certamente le sue qualit e il suo fascino meritano ogni lode; per  troppo vivace in pubblico e troppo famigliare per esempio, a caccia, quando distribuisce le provviste ai giovani radunati attorno alla sua vettura. Sciocchezze, si dir. Ma Luigi XV, spirito chiaroveggente, leggeva forse nell'avvenire.
L'abate di Vermond, ch'era stato inviato a Vienna per sorvegliare l'educazione della futura delfina, non aveva creduto di dover combattere le tendenze del di lei carattere. Le aveva, anzi, accentuate. Anche Vermond era un uomo del suo tempo: un abate del secolo decimottavo, a cui piacevano lo spirito, le botte caustiche, il buon senso e il buon umore. Via la noia, l'etichetta, l'ingombro del cerimoniale, con cui un'eredit secolare ha legato la regina di Francia! "L'abate di Vermond - dicono i Goncourt - voleva, con l'educazione, mettere Maria Antonietta a livello del suo sesso piuttosto che della sua posizione".  la dottrina di Gian Giacomo. L'autore dell'Emilio non avrebbe diversamente educato il proprio allievo.
Se fosse permesso di supporre che Rousseau avrebbe ammesso una sovrana nello Stato ideale da lui sognato, si direbbe proprio che Maria Antonietta sarebbe stata quella. Qual' la sua caratteristica? L'amore della natura, l'orrore dei convenzionalismi e la sensibilit del cuore. C' forse altro nelle dottrine morali di Gian Giacomo?
Essa concepiva cos l'esistenza come se la figura una piccola signorina sentimentale negli anni primaverili: andare di buon mattino in cima al colle ad assistere al levar del sole, correre per le zolle erbose, tra i fiori dei campi, passeggiare nei boschi oppure di sera al chiaro di luna. La sua residenza favorita  un soggiorno che ha cercato di ravvicinare alla campagna meglio che ha potuto, il Trianon. Non  stato, il Trianon quel villaggio da Opera comica che i de Goncourt si sono figurati, ma un piccolo villaggio reale, con uno sfruttamento agricolo serio, una vera latteria e dei veri fattori.
"Quel soggiorno campestre - scrive il signor di Nolhac - aumenta la familiarit e l'assenza di ogni posa. La regina di Francia vi occupa meno posto che non la signora di Montesson o la marescialla di Lussemburgo nella loro cerchia a Parigi.  una padrona di casa che non ha pretese e permette volentieri che i suoi invitati si raggruppino attorno a un'altra donna, la signora di Polignac, per esempio, serbando a se stessa il compito dell'ospitalit. Il suo pi gran piacere  di riuscire gradita agli ospiti, tutti amici suoi, amici scelti dal suo cuore e dai quali si crede amata". Quando entra lei, le donne non smettono di suonare la spinetta n di ricamare al telaio; n gli uomini si staccano dal bigliardo o dal "tric-trac".
Si conoscono i gesti della sua sensibilit. Seduta in poltrona, a sommo d'un palco dove la signora Vige-Lebrun stava ritraendola, era lei che si precipitava a raccogliere il pennello dell'artista, nel timore che a costei, in istato di gravidanza inoltrata, facesse male il chinarsi. I ricordi della Vige-Lebrun contengono graziosi particolari circa le "sedute" del suo modello. Quando erano stanche di dipingere e di posare, la regina e l'artista cantavano sul clavicembalo i duetti di Grtry. Era la regina che, preoccupandosi per le ragazze giovani addette al suo servizio, leggeva al mattino le commedie che si davano la sera - lei che cos difficilmente si prestava alla lettura - per sapere se lo spettacolo fosse adatto alla loro et. Il postiglione della carrozza in cui si trova Maria Antonietta cade e si ferisce. Essa si rifiuta di proseguire e non vuol ripartire se non un'ora dopo che tutte le medicazioni sono state fatte. Ha organizzato lei tutti i soccorsi, chiamando tutti - tanto  commossa - "amico mio", paggi, palafrenieri, postiglioni. Diceva, dando loro del tu: "Amico mio, va' a cercare il chirurgo; amico mio, corri presto a cercare una barella; amico mio, guarda un po' se parla e se capisce!".
 questo il tratto pi saliente del suo carattere e quello che le nuocer di pi; l'irresistibile bisogno di dar prova della sua affezione a coloro che ama e di ricevere le testimonianze di affetto di quelli da cui si crede amata. In primo luogo, sua madre. Costei conosce la figlia. Sa la potenza della tenerezza che ha ispirata in lei; e sa che in Maria Antonietta la testa non  capace di lottare contro il cuore. Ne usa e ne abusa. Dopo avere ottenuto da lei quello che pi di tutto le pareva duro, quello che rivoltava tutto l'essere suo, far buon viso alla du Barry, - nell'epoca in cui costei, amante di Luigi XV, dominava la Corte - Maria Teresa e Giuseppe II fanno pressioni su Maria Antonietta e riescono a farne la loro ausiliaria nella faccenda della divisione della Polonia, in quella della successione di Baviera, in quella dell'apertura della Schelda. La sola idea politica che la regina abbia ricevuto da piccola e che, col tempo, abbia preso in lei maggior forza, si  che la stretta unione della famiglia di sua madre con la famiglia di suo marito, cementando l'alleanza delle corone di Francia e d'Austria,  la base necessaria di qualsiasi politica salutare ad ambo gli Stati. Scrive a sua madre in termini commoventi:
"Mercy mi ha fatto vedere la sua lettera che mi ha dato molto da pensare. Far del mio meglio per contribuire alla conservazione dell'alleanza e della buona unione. Che ne sarebbe di me se avvenisse una rottura fra le due famiglie? Spero che il Buon Dio mi preserver da tale disgrazia ispirandomi ci che devo fare. L'ho pregato con tutto il cuore".
Non crede di tradire gli interessi della Francia. - D'altronde li tradisce? - Ma il suo contegno assumer proporzioni favolose e verr snaturato nel pensiero popolare. Il suo regno finir al grido di: "Abbasso l'Austriaca!" che l'accompagner fino al patibolo. E dire che sua madre e suo fratello, irritati di trovare in lei delle resistenze di Francese, l'accusano invece d'ingratitudine, bench ella si sforzi di compiacerli, e di non essere, di fronte a loro, che la figlia e la sorella devota che si aspettavano d'avere!
Spinta da quella smania di affezione, Maria Antonietta credette che, essendo sovrana, le fosse possibile, le fosse permesso avere degli amici. Conosciamo le sue simpatie cordiali, graziosissime di forma. Due nomi sono diventati celebri: quelli della deliziosa principessa di Lamballe e della attraente contessa di Polignac.
"La contessa di Polignac - dice il duca di Lvis - aveva il volto pi celestiale che si potesse immaginare. Sguardo, sorriso, tutte le fattezze erano angeliche. Aveva una di quelle teste in cui Raffaello sa accoppiare un'espressione spirituale a una dolcezza infinita".
Il timbro della sua voce era puro e affascinante. Cantava in modo semplice e soave e col pi vezzoso abbandono. I suoi movimenti sciolti e quasi negletti avevano l'incanto delle cose naturali. La sua acconciatura era sempre semplicissima: una rosa tra i capelli, una veste di percalle, di mussolina leggiera, bianca, ondeggiante, in ottima armonia col suo carattere aperto, tenero, affettuoso. Le parole parevano carezze, il sorriso aveva la tenerezza d'un bacio. Maria Antonietta ne fu conquistata fin dal primo giorno. E fu una di quelle graziose amicizie di giovent fatte di famigliarit e di spensieratezza, di confidenze e di scherzi: "Dei giuochi in cui le due amiche non erano pi che due donne, e folleggiando e lottando in modo quasi da scapigliarsi, con mille vezzi vivaci, litigavano fra loro a chi fosse la pi forte". L'affezione della signora di Polignac per la regina era sincera e disinteressata. Il suo distacco dagli onori mondani e dalla ricchezza era stata una delle principali attrattive agli occhi di Maria Antonietta e uno stimolo a colmarla di favori. Con quanta gioia era venuta a sapere un giorno che la sua amica aveva il carico d'una famiglia, che era priva di beni di fortuna ed alloggiava a Versailles in una modesta casa della via dei Bons-Enfants! E allora, subito, ecco dei posti, e pensioni e titoli. Poco ambiziosa per se stessa, la signora di Polignac, non meno della sua amica, era tutto affetto e devozione per i suoi cari. E un vero partito si raggrupp attorno a lei; dapprima i parenti, poi gli amici, e infine i cortigiani. Attorno a quell'amicizia fresca e graziosa, intreccio di due rose sotto la chiarit del cielo, gli intrighi si annodano e si formano cabale, manovre e mene segrete. Maria Antonietta diventa prigioniera della propria amicizia. Le liane e gli sterpi soffocano i fiori nel loro fragile splendore. All'amica la regina non pu rifiutare nulla; e si vede cos, per mezzo suo, innalzarsi a poco a poco agli onori e alla ricchezza una intera famiglia col suo corteo d'amici, di accoliti e di clienti: la fazione dei Polignac. Intanto la miseria pubblica sempre pi incrudelisce. Le bancarotte sono clamorose, le imposte sembrano pi pesanti, e, nel disagio generale, la prosperit rapida, ingiustificata, dei Polignac, sembra una sfida provocante. A Corte, la nobilt se ne irrita, il malcontento invade Parigi, la Francia intera. S'accresce, s'inasprisce a distanza.
Da quattro anni - scrive Mercy - si calcola che tutta la famiglia di Polignac, senza nessun merito verso lo Stato e puramente a titolo di favore, si  procurata, tanto in grandi cariche, quanto in altri benefici, la rendita annuale di quasi cinquecentomila lire. Tutte le famiglie pi meritevoli protestano contro il torto fatto loro da un tale sperpero di favori, e, qualora se ne vedesse aggiungere uno che sarebbe senza esempio, - si trattava del regalo della terra di Bitche in Lorena - i clamori e il malcontento giungerebbero al colmo".
E passi ancora se, in quel commercio amichevole, che a lei pareva l'essenza della vita, Maria Antonietta avesse trovato delle anime sincere e devote al pari della sua... Della sua cara Polignac non dubit; ma constat un giorno che l'amica prediletta non era stata altro, nelle sue mani, da anni, che lo strumento atto a procurare le grazie. E poi quante delusioni! La regina voleva essere amata per se stessa e non tard a capire che in lei si amava soltanto la regina. Che dolore ricredersi. E ricredendosi sul conto dei Francesi, a poco a poco si trovava cos respinta verso gli stranieri, in cui s'imbatt in casa della signora d'Ossun, o nei saloni delle ambasciate, gli Stal-Holstein, gli Strathoven, i Fersen, gli Esterhazy, il principe di Ligne. Tanto che a Corte, attorno a lei, il malumore aumenta. E quando le dimostrano gli inconvenienti di quella recente preferenza per gli stranieri, risponde, sorridendo malinconicamente, con una parola straziante: "Avete ben ragione ma, vedete, gli  che quelli non mi chiedono niente".
E allora, fra coloro che chiedono senza tregua e senza remissione, quanta collera! Una collera che si traduce in lagnanze, in recriminazioni, e, tra breve, in epigrammi, in satire. Perfino in seno alla Corte cantano con tono di motteggio:
La reginetta ancor ventenne
che tratta male e fa la fiera
ritorner donde sen venne
larillalera!
Senz'ombra di malevolenza, cos, alla stordita, anzi di solito credendo far piacere agli amici, la regina s' alienate, l'una dopo l'altra, le pi potenti famiglie della Corte: i Rohan-Marsan-Soubise, che avevano acquistato una situazione preponderante, i Clermont-Tannerre, i Civrac, i La Rochefoucauld, i Noailles, i Crillon, i Montmorency. Rivarol fa un'osservazione molto profonda. Luigi XVI amava sua moglie d'un amore che gli ultimi Borboni non avevano accordato che alle loro amanti. Maria Antonietta eredit l'odio che l'amante del re sollevava attorno a s. Aveva inoltre contro di s le maldicenze delle donne giunte a Corte per mezzo della Du Barry. La sua virt stessa, la sua purezza, erano un insulto per quest'ultime; e si sforzavano di offuscarle. La regina non vuol pi vedersi attorno gente dai costumi leggieri. Le donne non vedove non compariranno se non insieme ai mariti; il che cancella dalla lista una infinit di nomi. Affronti che non si perdonano.
Alla combriccola dei cortigiani non tarda ad aggiungersi quella dei bigotti. La religione della regina  franca, semplice, diritta, impulsiva. Le cerimonie e le pratiche esterne a lei sembrano meno accette a Dio degli slanci dell'anima e della bont del cuore. E neanche i bigotti le perdonano questo. Tanto pi che questi bigotti, La Vauguyon e il suo seguito, la contessa di Marsan e la sua cricca, erano stati i pi cinici piaggiatori della Du Barry e dei vizi del vecchio re. Maria Antonietta, infinitamente buona, non si sarebbe arrischiata a fare un vero torto nemmeno alla persona secondo lei meno stimabile; ma quella stessa foga che metteva nelle sue simpatie la metteva anche nelle antipatie. Sono due cose inseparabili in una persona di carattere. Anche il suo cuore era franco e vivace, si trattasse d'amicizie o di avversioni. Queste si traducevano in atti bruschi, ghiribizzi, parole sferzanti come staffilate che faceva scoppiettare con mano leggiera. Ed  cos che attorno a lei, si accumulano odii, rancori e livori. Alle sue frasi motteggiatrici, mille bocche invisibili, da nascondigli oscuri ma per questo non meno temibili, rispondono con dardi avvelenati.
" nelle cattiverie e nelle menzogne diffuse, dal 1785 al 1788, dalla Corte contro la regina - scriveva il conte de la Marck - che bisogna cercare i pretesti delle accuse del tribunale rivoluzionario nel 1793 contro Maria Antonietta".
La regina,  vero, era d'umore gaio, leggiero, se si vuole. "Amava la vita - dicono i Goncourt - il divertimento, la distrazione, cose che sono sempre piaciute alla giovent e alla bellezza". La contessa de la Marck, descrivendo la Corte di Francia, ne parla a Gustavo II: "La regina va sempre all'Opera, alla commedia; fa debiti, sollecita processi, si mette indosso tante piume e fiocchetti e nappine e scherza su tutto". La osservazione non  ancora troppo maligna ma sta per invelenirsi. Al ballo in casa de Vitry, Maria Antonietta era in incognito, mascherata, con la duchessa de la Vauguyon. Il marchese Caracciolo, ambasciatore di Napoli, non la riconosce e avvia conversazione con lei, scherzosamente. L'intrigo diverte la regina che risponde a tono. Ma ecco il marchese arrossire di confusione; trillando una risata, la regina s' tolta la maschera. L'indomani, la cronaca s'impadronisce dell'aneddoto e gi sente quanto poco basterebbe per volgerlo a danno dell'onore della giovane donna. La famigliarit di Maria Antonietta venne d'altronde esagerata. "Il suo tatto - dice il principe de Ligne - imponeva non meno della sua maest. Era impossibile dimenticarlo e nemmeno dimenticare se stessi".  andata all'Opera con la principessa d'Hnin. L'asse della sua carrozza si spezza. Sale in vettura da nolo e giunge a teatro cos. Nessuno verrebbe a sapere dell'avventura se, franca e spensierata, non la raccontasse ella stessa, subito entrando: "In vettura da piazza per venire all'Opera io, non vi par divertente?". L'indomani si andavano sussurrando di orecchio in orecchio sconce dicerie a proposito di non so quale losca avventura in cui la regina doveva essere immischiata. La graziosa gita, un bel mattino d'aprile, sulle colline di Marly, da cui si vedr il sorgere del sole,  svolta in un intero libello, una sconcezza: Il sorgere dell'Aurora, che i cortigiani si trasmettono l'un l'altro di nascosto. Nelle calde serate estive, sulle terrazze di Versailles, a Maria Antonietta piace passeggiare. Orchestrine invisibili tra il fogliame fanno udire accordi che la dolcezza della notte rende pi melodiosi. Maria Antonietta, che ama il popolo e predilige l'emozione di sentire che attorno a lei tutti condividono il suo piacere, vuole che la folla entri liberamente. Al braccio del conte d'Artois o della contessa di Polignac, pu imbattersi nel primo venuto. Le gazzette londinesi si riempiono di particolari infami sui "notturnali" di Versailles. Gli Inglesi sono ghiotti dei particolari scabrosi che trasformano quelle passeggiate famigliari in orgie immonde. I fogli passano la Manica, vengono tradotti, allagano Parigi.
I cronisti imbastiscono follie intorno al Trianon. Mazires vi ha fatto una decorazione dipinta su tela con incastonature di vetrame. Subito si fa un gran parlare di muri di diamanti: in breve scintillano talmente nella fantasia popolare che, quando i deputati agli Stati generali, nel 1789, visitano il Trianon, chiedono insistentemente di vedere la sala dei diamanti. E siccome  impossibile fargliene vedere neanche una, se ne vanno con la convinzione che si  nascosto loro quella testimonianza delle pazzie regali.
Le spese e i debiti della regina furono l'arma pi tremenda d'accusa contro di lei. La sua spensieratezza n'era stata la causa. Luigi XVI dovette un giorno saldare fin trecentomila lire di debiti fatti personalmente dalla sovrana. I giornalisti ne parlarono:
"Pagandole quei trecentomila franchi - dicono i Memoriali secreti di Bachaumont - il re le ha fatto sentire che coloro da cui era circondata, per timore di spiacerle, le celavano la verit. La pregava di riflettere che quel denaro proveniva dalla pi pura sostanza del popolo e non doveva venir adoperato in spese frivole". Il fatto, divulgato, ebbe delle conseguenze. Nel 1777, una certa Calhonet de Villiers fu arrestata per aver scroccato enormi somme di danaro servendosi del nome della regina. All'appaltatore generale Branger, che desiderava certi onori a Corte, aveva fatto credere che la regina desiderasse contrarre un prestito all'insaputa del re, perch costui la sgridava per le sue spese eccessive. E gli mostr delle ricevute false. Il denaro venne dato.
"La regina - scrive il Beugnot - aveva allora una riputazione di leggerezza che, certo, non ha mai meritato. Si sospettava che fosse alle prese con necessit di denaro provocate dalla sua passione dello spendere. Si citavano di lei certe parole, certe battute, che la facevano discendere dal suo grado di regina a quello di donna troppo compiacente. E, nel pensiero, si diventava famigliari verso di lei, a quest'ultimo titolo".
Qualche mese dopo l'affare Calhouet de Villiers, il 19 dicembre 1778, Maria Antonietta dava alla luce il suo primo figlio. Era aspettato da otto anni. "La mia salute si  interamente rimessa - scrive a sua madre poco tempo dopo. - Sto per riprendere la vita solita e, quindi, spero di poter presto annunziare alla mia cara mamma delle nuove speranze di gravidanza. Essa pu star sicura circa la mia condotta e sento troppo la necessit di avere dei figli per minimamente trascurarmi a tal proposito. Se un tempo ho avuto dei torti, era fanciullaggine e leggerezza; ma adesso la mia testa  assai posata e si pu contare che io senta bene tutti i miei doveri su questo punto. Del resto, lo devo al re".
Parole sincere che vennero messe in pratica. Una profonda e durevole riforma avviene in tutta la vita della sovrana. Ma si  ancora in tempo a fermare la maldicenza? Maria Antonietta vuol dare, cominciando da se stessa, l'esempio dell'economia. Nell'esposizione annuale del "Salon" del 1783 c' il suo ritratto fatto dalla signora Vige Lebrun, in veste lunga, bianca, tutt'unita. Si veste come una cameriera, dicono gli uni; vuole - affermano gli altri - rovinare il commercio di Lione e arricchire i Belgi di Courtrai, sudditi di suo fratello. E si  costretti a togliere il ritratto. Da questo solo episodio si scorge la profondit dell'azione che  stata esercitata a suo danno.
"Le accuse contro la regina - dice de Nolhac - si leggono negli opuscoli osceni che girano per i circoli e passano da una mano all'altra, dal gabinetto di toeletta all'anticamera; si ritrovano in quelle raccolte manoscritte su cui si arrossisce di dover riconoscere degli stemmi nobiliari e degli ex-libris femminili. Le immondizie che verranno rimosse dalla Rivoluzione, le allusioni a Messalina e a Fredegonda, vi vengono sfoggiate in strofette piccanti, dalle rime incipriate e ben tornite e le cantano le grandi dame sulle ariette di moda, nell'intimit delle cene prelibate. Ma le finestre stanno aperte; i passanti, nella strada, odono, ascoltano, ripetono; e, dal salotto, la canzone scende all'osteria. Questo popolo, a cui si insegna il disprezzo della regina, delle donne e delle madri, non scorder nessuna delle lezioni ricevute; sono i ritornelli delle persone di Corte che la accompagneranno alla ghigliottina".
Eppure, se una donna avesse dovuto riuscir simpatica agli uomini della Rivoluzione, era proprio Maria Antonietta. Si avvicinava al popolo per l'affetto che provava per lui, per la commozione che le destava, e per il modo con cui si sforzava di capirlo. Si avvicinava agli uomini della Rivoluzione per le idee che aveva in comune. Non fu lei a ottenere l'autorizzazione del Matrimonio di Figaro; lei che fece ogni sforzo perch Voltaire venisse ricevuto a Corte? Fu Maria Antonietta a far tornare Necker al ministero. Fu lei che sostenne la doppia rappresentanza per il Terzo stato. E nel 1788, sopprimeva per 1.200.000 lire di cariche nella sua Casa.
L'8 giugno del 1773, era avvenuto l'ingresso solenne di Luigi XVI, ancora Delfino, nella citt di Parigi, con la Delfina. L'entusiasmo della folla giungeva fino al delirio. Le case erano infiorate, i cappelli volavano per aria. Acclamazioni ininterrotte: "Viva monsignor Delfino! viva madama Delfina!" echeggiavano a migliaia. "Signora - diceva il duca di Brissac - voi avete qui duecentomila innamorati". Maria Antonietta volle scendere nei giardini, frammischiarsi direttamente alla folla, ringraziare pi da vicino, stringere le mani stese verso di lei. E scrive alla madre una lettera in cui palpita il suo cuore:
"Quanto a onori, potete immaginarvi quanti ne abbiamo ricevuti; ma questa, bench bellissima, non  la cosa che m'abbia maggiormente commossa; lo  invece, la tenerezza e la premura di questo povero popolo che, malgrado le imposte da cui  gravato, pareva trasportato dalla gioia di vederci. Quando ci siamo recati a passeggiare alle Tuileries, c'era una folla tanto grande che siamo stati tre quarti d'ora senza potere andare n avanti n indietro. Abbiamo raccomandato parecchie volte alle guardie di non colpire nessuno. Al ritorno, siamo saliti sopra una carrozza scoperta. Non posso dirvi, mia cara mamma, le effusioni di gioia, d'affetto, che ci hanno testimoniato in quel momento. Quanto si  felici, nel nostro stato, di guadagnarsi l'amicizia del popolo cos a buon mercato! Eppure non c' nulla di pi prezioso. L'ho sentito e non lo dimenticher mai".
Maria Antonietta e i Francesi della Rivoluzione erano fatti per intendersi; ma fra la regina e il paese s'era insinuato Don Basilio: l'uomo del giorno. Beaumarchais, che ha lasciato un quadro pittoresco del suo tempo, lo ha meravigliosamente definito: "La calunnia!... non c' bassa malvagit, non c' cosa orrenda, non c' favola assurda che non si possa far accettare con un po' d'artificio... Dapprima  un ronzo leggiero che rasenta il suolo come la rondinella prima del temporale; mormora pianissimo e fila via e lascia cadere, mentre corre, il dardo avvelenato. C' una bocca che lo raccoglie e piano piano, abilmente, ve lo insinua. Il male  fatto, germoglia, striscia, cammina, rinforzando, va diabolicamente di bocca in bocca; poi, a un tratto, non si sa come, voi vedete la calunnia ergersi, fischiare, gonfiarsi, crescere a vista d'occhio. Prende lo slancio, allarga il volo, turbina, avvolge, strappa, trascina, scoppia e tuona; e diventa, grazie al cielo, un grido. generale, un crescendo pubblico, un coro universale di odio e a di proscrizione".
I Goncourt hanno scritto le seguenti righe piene d'una profonda verit:
"La vita privata, con le sue gioie, i suoi attaccamenti,  proibita ai sovrani. Prigionieri di Stato nei loro palazzi, non possono uscirne senza diminuire la religione dei popoli e il rispetto dell'opinione. Ci che a loro piace dev'essere grande e regale, la loro amicizia alta e non confidenziale, il loro sorriso pubblico ed esteso a tutti. Non sono padroni nemmeno del proprio cuore e non  loro dato di seguirne gli impulsi e abbandonarvisi. Le regine sono sottomesse al pari dei re a questa pena e a questa espiazione della regalit. Scendendo a gusti privati, n il sesso, n l'et, n la semplicit dell'animo, n il candore degli istinti, n la purezza e la devozione delle simpatie, varranno ad acquistare loro l'indulgenza dei cortigiani e nemmeno il silenzio dei cattivi o la carit della storia".
Imbevuta dalla filosofia sentimentale e naturalista che, dal borghese al gentiluomo, aveva fatto breccia in tutte le menti, Maria Antonietta, donna del suo tempo, di cui fu l'espressione viva e pittoresca, credette che, essendo regina, si potesse essere donna. Errore che la Corte in cui viveva non le perdon; che non le perdon la Rivoluzione e che oggid ancora noi stentiamo molto a compatire.
Ecco in quali condizioni Maria Antonietta partoriva.
Il guardasigilli, i ministri e segretarii di Stato aspettavano nel Grande Gabinetto, insieme alla Casa del re, la Casa della regina e coloro che partecipavano alle cosidette grandi entrate. Il resto della Corte gremiva la sala da giuoco e la galleria. A un tratto, tuona una voce: "La regina sta per partorire!". La Corte si precipita alla rinfusa con la folla. L'uso vuole che tutti entrino in quel momento, che nessuno venga respinto: lo spettacolo  pubblico. Si invade la camera cos tumultuosamente che i paraventi attorno al letto della regina quasi vengono rovesciati. La piazza pubblica  l nella stanza da letto. Dei Savoiardi salgono sui mobili per vedere meglio. Una turba compatta riempie il locale, la regina soffoca. "Aria!" grida l'ostetrico. Il re corre alle finestre ben chiuse e le apre con la foga d'un forsennato. Gli uscieri, i camerieri sono costretti a respingere gli intrusi che si avanzano a gomitate. L'acqua calda richiesta dall'ostetrico, non essendo arrivata, il primo chirurgo punge a secco il piede della regina. Il sangue sprizza. Due Savoiardi, in piedi sopra un canterano, stanno litigando ingiuriandosi. Che baccano! Finalmente la regina apre gli occhi,  salva.
Era questo il cerimoniale della Corte di Francia quando la regina dava un erede alla corona. La donna che doveva compiere in tal modo gli atti supremi della propria esistenza, avrebbe dovuto capire che il suo cuore non aveva il diritto d'amare e che la sua bocca non aveva il diritto di ridere.
Maria Antonietta non lo cap e venne ghigliottinata.
 VI.
GIOVANNA DI VALOIS.
Si era di marzo e faceva freddo ancora.
Strisciava in fretta, rasente i muri, o si rannicchiava nel vano delle porte, al passare delle carrozze, la povera piccola, che rabbrividiva ne' suoi cenci, scalza, con i lineamenti stiracchiati, le labbra livide dal gelo e dalla fame. Stendeva una mano fine, delicata, e mormorava con voce tremolante, scossa, a tratti, quasi da fremiti di collera: "Piet per una povera orfanella del sangue dei Valois!" I viandanti, in maggioranza, non le badavano; altri buttavano, distratti o alteri, qualche moneta; quelli che si fermavano alle parole "...un'orfanella del sangue dei Valois" rispondevano con ingiurie: "Oh! che bricconcella!" e la respingevano duramente. Allora essa sedeva per un momento sul ciglio della strada, stanca, coi gomiti sulle ginocchia, il mento nel cavo delle mani. Il vento sollevava i suoi capelli castani con cui le accarezzava il volto. Avea le labbra frementi e negli occhi uno splendore spaventoso. Guardava le carrozze, che sfilavano rapide come la folgore sulla strada del re, da Parigi a Versailles, i cavalli dal pelo lucente, i cocchieri gallonati d'oro, la livrea brillante dei lacch, i cappelli a piume dei gentiluomini, le dame nelle loro crinoline guarnite di raso e i corpetti finissimi dove i pizzi formavano come una schiuma leggera che i diamanti costellavano dei loro bagliori. E gli occhi della piccola mendicante avevano un lampo duro, brillavano di odio e di invidia.
La sera, rincasava in un'orrida stamberga, arrampicandosi, sfinita, su per una scaletta di legno, aperta alla pioggia, che l'edera, la vigna selvatica e il caprifoglio avevano invaso. Spingeva la porta tremando. Nella stanza, c'era la miseria sordida. Un uomo l'accoglieva con delle imprecazioni; una donna, ch'era sua madre, non l'abbracciava. Tutti i giorni la bambina doveva portare una data somma; e quando non l'aveva raggranellata, sua madre le strappava di dosso i cenci per batterla a sangue con dei ciuffi d'ortiche.
La piccola era nel suo ottavo anno. Talvolta conduceva seco la sorellina minore, mettendosela sulla schiena, dopo essersi annodato il grembiule come una sciarpa per tenerla salda; e le sue ginocchia, quando aveva camminato alquanto, piegavano sotto il peso.
In una fresca mattinata, dalla vaporosit luminosa, che dava una specie di giocondit all'atmosfera, la bambina s'era fermata senza fiato a met del pendo verso il villaggio di Passy. In lontananza, sulla strada, una carrozza s'avanzava lentamente. Essa l'aspett e quando fu vicina, s'accost con la mano tesa:
- Fate l'elemosina, per l'amor di Dio, a due povere orfanelle del sangue dei Valois.
- Che cosa dici, piccola? - chiese una signora riccamente vestita, seduta in fondo alla carrozza, accanto a un grosso uomo sovraccarico di ricami che gi cominciava a brontolare.
Era assurdo fermare la carrozza per ascoltare le menzogne d'una pezzente. Ma la signora voleva ascoltare, perch gi la bambina aveva cominciato a raccontare la propria storia.
- Benissimo - rispose la marchesa - e io vi prometto, mia buona ragazzina, che se quanto dite  vero, vi far da mamma. Ma state in guardia - aggiunse, - vi pentireste d'avermi raccontato delle frottole.
Era la marchesa di Boulainvilliers, che si recava nella sua terra di Passy, col marito, il podest di Parigi. La marchesa, come aveva detto, attinse informazioni nel vicinato della stamberga ove alloggiavano le piccole mendicanti; e, specialmente, dall'abate Enaque, curato di Boulogne, dalla cui parrocchia esse dipendevano. Il prete, uomo dabbene, dalla carit feconda, aveva compassione di quei disgraziati. Per avere notizie precise circa la madre e le bimbe, scrisse al loro paese di origine, Bar-sur-Aube, e s'affrett a comunicarle alla marchesa.
La bambina si chiamava Giovanna; era la figlia maggiore di Giacomo di Saint Rmy, barone di Luze e di Valois, ch'era nato nel suo castello di Fontette, a sei leghe da Bar-sur-Aube, il 22 dicembre 1717, e tosto deceduto all'ospedale di Parigi, il 16 febbraio 1762. Quando diceva di essere del sangue dei Valois, la bambina diceva il vero. Discendeva realmente, in linea diretta, maschile, da Enrico II, del ramo dei Valois, ramo maggiore di quello dei Borboni, allora sul trono. La genealogia pot venir certificata esatta dal giudice d'armi della nobilt francese, d'Hozier di Srigny, e dal sapiente Chrin, genealogista del re. Enrico II aveva avuto, da Nicoletta di Savigny, Enrico di Saint-Rmy, che riconobbe e legittim, riconoscimento e legittimazione essendo allora due atti identici e che si fondevano in uno solo. Enrico di Saint-Rmv aveva avuto da Cristiana di Luz, Renato di Saint-Rmy, che aveva avuto, da Giacometta Brveau, Pietro di Saint-Remy di Valois, che aveva avuto, da Maria di Mullot, Nicola Renato di Saint-Rmy di Valois, che aveva avuto, da Maria Elisabetta di Vienna, Giacomo di Saint-Rmy, barone di Luze e di Valois, padre della bimba cenciosa che la marchesa di Boulainvilliers aveva accolta sul predellino della propria vettura. Le armi erano d'argento a fascia azzurra con tre gigli d'oro. E conosceva le proprie armi, la piccola; era anzi la sola cosa che doveva sapere, nella sua squallida indigenza. La fascia azzurra, i gigli d'oro; la sua testolina ne era come imbottita. E quando ne parlava, con precisione singolare, come pure dell'antenato, il bastardo regale di Nicoletta di Savigny, tutto il suo corpo, che la miseria aveva piegato, si raddrizzava in un moto di ribellione e d'orgoglio.
Da parecchie generazioni, i Saint-Rmy di Valois conducevano, nei loro domini di Fontette, quella vita che il conte Beugnot chiama eroica: agricoltori e cacciatori, o piuttosto cacciatori di frodo: la vera esistenza, che conveniva a dei figli di re, dal momento che non erano sul trono, se pure talvolta, non facevano anche i falsi monetarii. Il castello, immenso, ergeva la sua costruzione piatta e quadrata, senza stile, datante dalla fine del sec. XVI, a mezzo pendo, torreggiante una pianura sinuosa in cui i campi di trifoglio e di avena s'alternavano coi vigneti. Era circondato da noci secolari dal fogliame lucente e i tronchi nodosi. Abbasso, un secondo castello d'aspetto feudale, delle grosse torri rotonde che affondavano nei fossati dove stagnava un'acqua limacciosa, serviva da granaio per il fieno, di deposito per il raccolto delle frutta e di alloggio al portinaio. Era diroccato, colla tettoia sfondata; i piani superiori erano aperti alla pioggia. "Mio padre - scrive Beugnot - aveva visto il capo di quella triste famiglia - si trattava di Giacomo di Saint-Rmy, padre della piccola Giovanna -; lo dipingeva come un uomo dalle forme atletiche, che viveva della caccia, dei prodotti delle foreste devastate, di frutta agreste e anche dei furti di frutta coltivata. I Saint-Rmy conducevano da due o tre generazioni quella vita eroica sopportata dagli abitanti e dalle autorit, da quelli per timore e da queste per la risonanza d'un nome tanto famoso". La compagnia del barone era formata di contadini con i quali s'ubbriacava e poi faceva a botte quando aveva bevuto. Vendeva pezzo per pezzo ci che rimaneva del patrimonio famigliare per sopperire ai propri stravizi. Alla fine, sedusse una certa Maria Jossel, figlia del portinaio del suo castello; e quando questa gli ebbe dato un figlio, la spos.
Quella donna fin di rovinarlo. Era in preda ai vizi pi degradanti, e Giacomo di Saint-Rmy, con la sua forza d'Ercole, aveva un carattere debole, una natura indolente. Nelle mani della moglie, non era che uno straccio.
"Mio padre - scrive il conte Beugnot - si ricorda che, or sono quindici o venti anni, andava ogni anno nel cantone d'Essoyes per la ripartizione delle taglie. Quando passava dalla parrocchia di Fontette, il parroco non tralasciava d'imporne una anche lui alla sua borsa per i poveri bimbi di Saint-Rmy. Erano tre, abbandonati in una casupola pericolante, che verso strada aveva un piccolo pertugio da cui gli abitanti, a turno, facevano passare la zuppa o altri alimenti grossolani caritatevolmente offerti. - L'ho visto io, diceva mio padre, e il curato non osava d'aprire l'uscio per timore di affliggermi con lo spettacolo di quei bambini, vestiti e nutriti come una specie di selvaggi; mi diceva che la mia elemosina contribuiva a ricoprirli".
Giovanna, la maggiore, usciva dal villaggio con le mandrie. Andava a piedi nudi, magrolina, con i capelli arruffati da festuche di paglia e di fieno, spingendo le giovenche lente col suo rametto d'agrifoglio. La veste rappezzata, d'un azzurro smunto, era in armonia col verde grigio delle vene. Ma Giovanna era pigra ad alzarsi; e capitava sovente che, al mattino, la madre la inseguisse a colpi di forca, fin sotto il suo giaciglio, per farla uscire.
Quando il barone di Saint-Rmy e sua moglie ebbero esaurite le risorse provenienti dall'ultimo quadratino di terra ceduto ad antichi fattori, venduto il castello pezzo per pezzo a parecchie famiglie del paese, stancata la pazienza dei creditori che si preparavano ad esercitare contro di loro il diritto di cattura, decisero d'andare a tentare la fortuna a Parigi. Si sarebbero incamminati padre, madre e tre dei quattro figli: Giacomo e Giovanna, i due maggiori e la quarta, Margherita Anna, appena nata e che si poteva facilmente portare. Pi imbarazzante era Maria Anna, che aveva un anno e mezzo. Risolvettero di partire di notte e di appendere la povera piccola, avvolta nei suoi pannolini, formanti fascia, alla trave della casa d'un brav'uomo di contadino, certo Durand, antico fattore del barone di Saint-Rmy, che si era mantenuto con lui in buone relazioni. Diciamo immediatamente che quell'ottimo uomo ebbe piet della bimba abbandonata e, prendendola a suo carico, l'allev con ogni cura e con tutto il cuore.
Si era nella primavera del 1760. "Non capit nulla di notevole per via - dice un contemporaneo molto bene informato. - Camminarono a piccole tappe. Dopo parecchi giorni giunsero a Parigi. Non trovando da occuparsi nella citt, andarono a finire a Boulogne di cui conoscevano il curato. Costui di quando in quando andava a trovarli e provvedeva caritatevolmente a una parte dei loro bisogni". Il resto delle spese era sostenuto dalla piccola mendicante. La baronessa metteva anche a profitto la sua bellezza di paesana robusta e avvenente. Fin col mettere fuor dell'uscio il marito - quasi sempre malato, ormai - per sostituirlo con un soldato delle guardie, certo Giambattista Raymond, nativo della Sardegna. Giacomo di Saint-Rmy mor all'ospedale, come fu detto, di miseria e di dolore. La vita della piccola Giovanna divent atroce. Era la vittima di quella coppia depravata e malvagia, bimba martire sui cui la dissolutezza e il rimorso facevano ricadere le loro violenze. "Insensibile al mio pianto - scrive Giovanna - la mia spietata madre chiudeva la porta e dopo avermi costretta a spogliarmi de' miei miserabili cenci, che bastavano appena a ricoprirmi, mi veniva addosso furibonda. togliendomi la pelle a furia di vergate. Ma non bastava. Raymond mi legava al letto e se, durante quell'operazione crudele osavo lanciare delle grida, essa ricominciava a battermi con furia maggiore. Sovente la sua verga si spezzava fra le mani, tanto s'appesantiva su di me il suo furore e brutale".
Fu allora, nel 1763, che Giovanna si trov sul cammino della marchesa di Boulainvilliers. Costei la raccolse e la mise, con la sorellina Margherita Anna che le aveva vista legata sul dorso, presso una signora Leclerc che teneva un educandato femminile, a Passy. Margherita Anna mor di vaiuolo poco tempo dopo.
Intanto la baronessa di Saint-Rmy, che aveva abbandonato il marito, non tard ad essere abbandonata a sua volta dall'amante. Torn a Barsur-Aube col figlio Giacomo ch'era rimasto con lei. Dei rustici adoratori contribuirono alla sua sussistenza finch conserv qualche attrattiva. Ma a poco a poco queste svanirono con l'et e la sciagurata donna mor nell'indigenza pi assoluta. Non appena uscito dall'infanzia, suo figlio Giacomo era partito con poco danaro in tasca. Aveva camminato fino a Tolone, dove s'era arruolato come mozzo sulla prima nave che aveva acconsentito a riceverlo. Aveva un temperamento energico e valoroso. Fece nella marina onorevole carriera.
Giovanna rimase presso la Leclerc fino dopo la sua prima comunione. A quattordici anni, la marchesa di Bonlainvilliers la colloc da una sarta, a Parigi. Da costei che si chiamava M.lle La Marche, pass ad un'altra sarta del sobborgo di Saint-Germain, M.me Boussol, che la prese come domestica. Il suo carattere irrequieto, agitato, non le permetteva di star fissa in un posto. Era come una febbre che la divorava. Sopportava con impazienza l'obbligo di servire. Di quando in quando, la signora di Boulainvilliers la prendeva con s per distrarla e rimetterla in salute. Si trov cos talora a servizio, tal'altra come apprendista, irritandosi sempre pi. "Divenni successivamente - racconta - lavandaia, portatrice d'acqua, cuoca, stiratrice, cucitrice di bianco; di tutto, insomma, ma non riuscii a diventare felice n stimata". Una discendente dei re di Francia era forse fatta per servire? Non tralasciava di insinuarlo, con garbo e fra moine, alla sua protettrice; tanto che la signora di Boulainville fece pratiche per la verificazione ufficiale della discendenza di Enrico II. Sentendola infelice, prese con s la giovinetta e la tenne seco per due anni.
Giovanna s'era fatta una bella ragazza, nel fiore de' suoi diciotto anni, quando la marchesa fece venire da Fontette Maria Anna, ch'era stata un tempo appesa in fasce all'uscio del fattore Durand, per collocare ambedue nel collegio della badia d'Yerres, presso la sua terra di Montgeron, dove si finiva l'educazione delle signorine. Sopperiva altres ai bisogni pi urgenti di Giacomo di Saint-Rmy, arruolatosi in qualit di mozzo, e gli procurava la protezione del duca di Penthivre. Il 6 maggio 1776 poteva finalmente far autenticare officialmente da d'Hozier la famosa genealogia, unico bene di quei ragazzi, e, in grazia a quell'origine regale, otteneva per ciascuno di loro, con brevetto del 9 dicembre 1776, una pensione di ottocento lire sulla cassetta del re. Nel marzo del 1778, tolse le due sorelle dalla bada di Yerres, per metterle in quella di Longchamp ove non erano ammesse che ragazze nobili.
Giovanna ha ormai ventun anni. Con la sua scaltrezza ha saputo maneggiare la simpatia della sua protettrice, trasformando la propria esistenza. Fu pi felice, per questo, in seguito? Era in preda ad un orgoglio smisurato. Era - diceva - il sangue dei Valois, di cui ogni suo pensiero, ogni suo scritto  come impregnato. Qualunque sia il grado di fortuna a cui, in dati momenti, possa giungere, le parr sempre di essere la povera abbandonata che ripete sul ciglio delle strade, tutta a brandelli e con gli occhi accesi d'odio e d'invidia: "Abbiate piet d'una piccola mendicante del sangue dei Valois!".
"Dominata da un orgoglio indomabile - scrive ella stessa - avuto dalla natura e che la bont della signora di Boulainvilliers, facendomi intravvedere un avvenire pi brillante, aveva acuito e irritato, io, non potevo pensare al mio stato senza fremere. Ahim! andavo dicendomi, perch ho nelle vene il sangue dei Valois? O nome fatale, sei tu che m'hai aperto l'animo a quella fierezza che mai avrebbe dovuto trovarvi posto;  per te che io verso delle lagrime;  a te che io devo le mie disgrazie!".
 VII.
IL CONTE DE LA MOTTE.
Per aristocratica che fosse la vita che conducevano nella bada di Longchamp, le nostre giovani signorine, le quali crescevano d'anni e di bellezza - se non di saviezza - esse finirono col trovarla monotona e in breve anche molto noiosa. La marchesa di Boulainvilliers le faceva "uscire" di quando in quando. Nel suo possedimento di Passy, le belle educande si trovavano a contatto della vita mondana, vi si lasciavano accarezzare dai discorsi profumati dei giovinotti eleganti e vivaci; e, tornate in convento, trovavano inelegante e sbiadita la veste grigia e nera delle monache. Le nozze magnifiche di M.lle di Passy, figlia della marchesa di Boulainvilliers, che sposava il giovane visconte di Clermont-Tonnerre, a cui erano state invitate le signorine di Saint-Rmy di Valois, svolsero sotto i loro occhi uno spettacolo incantevole. Cos che, quando Giovanna torn in convento e la badessa, incaricata di indagare circa le sue intenzioni, le chiese se non si sentisse la vocazione religiosa, la signora badessa fu ben ricevuta!
"Un bel giorno d'autunno del 1779 - scrive il conte Beugnot - viene annunziato in casa della signora di Surmont - moglie del podest, giudice civile e criminale della castellana e presidente dei magazzini di sale di Bar-sur-Aube - che due principesse fuggitive sono capitate nell'osteria della Testa Rossa, vale a dire la pi sordida della citt, dove non ce n' una che sia passabile. E tutti noi a ridere delle principesse alloggiate in cotal modo. Si viene a sapere che queste signorine sono fuggite dal convento di Longchamp, dirigendosi verso Bar-sur-Aube come verso un punto centrale in cui vogliono concentrare tutti i loro sforzi per tornare in possesso dei beni considerevoli formanti l'antico patrimonio della loro Casa. Questi beni sono le terre di Fontette, d'Essoyes e di Verpillires. L'una porta il nome di M.lle di Valois, l'altra di M.lle di Saint-Rmy; e sono, rispettivamente, la nostra piccola Giovanna e Maria Anna, la pi giovane sorella.
"Avevano varcato la siepe di chiusura, con un leggero pacco sottobraccio e dodici scudi in tasca. Il barcone le aveva condotte fino a Nogent, donde la diligenza le aveva portate a Bar-sur-Aube. Delle loro trentasei lire tornesi, ne avevano spese ventiquattro".
Una giovent gaia e spensierata sciamava a Bar-sur-Aube attorno all'enorme e maestosa Presidentessa di Surmont, nella sua bella dimora di via dell'Aube, circondata da giardini fioriti. Erano scampagnate in chars--bancs, con provviste in ceste ben ricolme, da vuotarsi sul musco e le tovaglie delle felci, in fondo ai boschi; erano rappresentazioni in cui giovinotti e fanciulle dialogavano sopra un palco adorno di tappeti eretto in una delle alte sale rivestite di legno bianco, dove gli spettatori applaudivano un dialogo tanto pi animato e spontaneo quanto pi a lungo Frontino e Lisetta avevano provato la parte andandosene a braccetto in piena solitudine - bisognava pure che fosse una sorpresa! - sotto il fogliame fitto e discreto dei profondi viali del parco.
"La signora di Surmont per un po' aveva resistito - scrive Alberto Beugnot, avvocato in erba -; ma noi eravamo riusciti a persuaderla che per la sua posizione in citt le incombeva l'obbligo di proteggere le signorine nobili fuggiasche, perseguitate forse, e di cui la nobilt si disinteressava in modo vergognoso. Avevamo fatto vibrare la corda sensibile".
La buona signora prese dunque le due fanciulle sotto il proprio tetto, malgrado il malumore del marito che non aveva smesso di brontolare, protestando contro quell'invasione che disturbava le sue abitudini. Siccome le signorine si trovavano assolutamente sprovviste di tutto, la signora di Suremont prest loro, non appena arrivate, due vesti bianche, ma senza molta speranza che potessero servire, perch erano sulla propria misura, molto voluminosa. Quale non fu dunque la sua meraviglia quando vide, l'indomani, che i corpetti s'adattavano benissimo! Le due sorelle erano state alzate tutta la notte a tagliarle e ricucirle, di modo che ora andavano d'incanto. "Agivano in tutto con la massima libert, tanto che la signora di Surmont cominciava a trovare che la disinvoltura delle due principesse si spingeva troppo oltre".
La maggiore, Giovanna di Valois, era dotata di uno spirito attivo, impetuoso, che metteva tutto sottosopra, nella vecchia dimora dove, dall'oggi al domani, si era trovata come in casa sua. Non aveva tardato a far perdere al presidente dei magazzini di sale il suo malumore, incantandolo con la vivacit graziosa, le birichinate scherzose, le mille lusinghe e moine fra cui quel buon diavolo si trovava continuamente preso.
"Le signorine di Saint-Rmy - dice Beugnot - che tutt'al pi avrebbero dovuto fermarsi una settimana in casa della signora di Surmont, vi rimasero un anno. Il tempo pass come passa nelle cittadine di provincia; fra litigi e riappacificamenti, fra chiacchiere, fra giustificazioni, fra tremendi intrighi che mai non varcavano le mura del quartiere. Tuttavia il genio della signorina di Saint-Rmy, la maggiore, trovava il modo di svolgersi anche in un circolo cos ristretto. Preludiava, aspettando di fare la sonata. S'era impadronita della mente del signor di Surmont, e copriva con l'affetto cieco che aveva per lei quell'uomo dabbene, le cattiverie ch'essa distribuiva a tutti quanti, compresa la signora di Surmont. Quest'ultima m'ha ripetuto sovente che l'anno pi disgraziato della sua esistenza  stato quello trascorso in compagnia d'un demonio simile".
Fra le persone che le due sorelle vedevano a Bar-sur-Aube, figurava una certa signora de La Motte, vedova d'un ufficiale di gendarmeria della compagnia dei Borgognoni di guarnigione a Luneville. Aveva un figlio arruolato nella compagnia stessa ove aveva servito il marito. Marc'Antonio Nicolao de la Motte veniva spesso nella casa di Surmont. Era un giovinotto dal viso un po' lungo, sottile, pallido di colorito e con le ciglia nere, e che aveva un bell'aspetto, nella sua divisa scarlatta di gendarme, ornata di galloni d'argento, con la coccarda bianca sul cappello ricamato d'argento, il gran mantello di drappo scarlatto foderato di rascia rossa con passamani color camoscio. Ma era goffo; e i camerati, deformando il suo nome di "La Motte" lo chiamavano "Momotte" senza ch'egli se ne risentisse.
La Motte aveva attitudini per recitare. Faceva delle parti assieme alla signorina Giovanna e le dava - essa dice - delle lezioni di declamazione.
"Quei momenti - osserva essa - non erano perduti per l'amore".
Declamarono tanto e cos bene che dovettero sposarsi in tutta fretta. L'unione di Nicola de la Motte, scudiero, gendarme del re della compagnia dei Borgognoni, e di Giovanna di Saint-Rmy di Valois di Luze, venne benedetta il 6 giugno 1780 nella parrocchia di S. Maria Maddalena di Bar-sur-Aube. Il fidanzamento era stato celebrato la vigilia con l'autorizzazione di messer Giuseppe Enrico Arminot, scudiero, signore di Fin-et-bon-chemin, eletto tutore ad hoc per assemblea di parenti in data 20 maggio 1780, a cagione della lunga assenza di dama Jossel, madre della signorina". "Alla celebrazione del suddetto matrimonio hanno assistito: Nicola Clausse di Surmont, consigliere del re, presidente, podest, giudice civile e criminale della podesteria e castellana di Bar-sur-Aube, tenente generale di polizia e presidente del magazzino di sale, zio materno del marito; messer Giuseppe Enrico Arminot, scudiere, signore di Fin-et-bon-chemin, parente e tutore della sposa, dimorante nel suddetto Bon-chemin e Giovanni Durand, esattore degli aiutanti, dimorante a Fontette". Quel Giovanni Durand era senza dubbio l'antico fattore di Saint-Rmy che aveva raccolto e allevato la piccola Maria Anna. Un mese dopo, giorno per giorno, alla stessa parrocchia, venivano battezzati Giovan Battista e Nicola Marco, figli gemelli di Nicola de la Motte, gendarme dei re, e di Giovanna di Valois. Padrini erano i domestici della signora di Surmont. I due neonati morirono pochi giorni dopo. Nicola de la Motte aveva allora ventisei anni e Giovanna di Valois ventiquattro. I due sposi usurparono il titolo di conte abbastanza destramente perch i contemporanei, e dopo loro tutti gli storici che si sono occupati di questa storia, fossero ingannati. Negli atti di stato civile che li concernono e che abbiamo avuto sotto gli occhi, La Motte non ha che la qualifica di scudiero. Un suo zio paterno era mercante. La confusione fu facilitata dal fatto che esistevano nella regione di Bar-sur-Aube due famiglie de la Motte: l'una, a cui apparteneva il marito della nostra eroina, era della piccola nobilt; l'altra, di nobilt antica e pi considerevole abitava a Braux-le-Comte.
"Il signor de la Motte - dice Beugnot - era brutto ma ben fatto; abile in tutti gli esercizi corporali e, malgrado la bruttezza, l'espressione del volto era amabile e dolce. Non era privo del tutto di spirito; ma quel poco che aveva era rivolto ad avventure subalterne. Era gentiluomo e il terzo di tal nome che serviva nella gendarmeria. Suo padre, cavaliere di San Luigi e maresciallo d'alloggio in quel corpo, era stato ucciso nella battaglia di Minden. Assolutamente privo di beni di fortuna, aveva tuttavia avuto il talento d'ingolfarsi nei debiti".
"Un gendarme abbastanza robusto per ben portare la sua balla di fieno dal magazzino di foraggio al quartiere - diceva di lui suo cognato de la Tour - ma non chiedetegli di pi".
"Non  bello di faccia - scrive Manuel nel suo libello - ma quanto al resto prometteva. Di quel resto, la signora di Valois fece gran caso".
Quando la signora di Surmont seppe fino a qual punto Giovanna di Valois e suo nipote l'avessero ingannata, adirata dall'insulto fatto alla sua casa, preg la signorina d'andarsene e conged il galante. Ambedue si rifugiarono dalla signora de la Tour, sorella del signor de la Motte; ma costei, vivendo in molte ristrettezze, non pot ospitarli a lungo. Giovanna alien per mille franchi due annate della pensione di ottocento lire che le avevano accordata; La Motte vendette per seicento lire un calessino e un cavallo acquistati a credito a Lunville: furono le risorse per metter su casa.
I gendarmi avevano la sede nel castello di Luneville che ammobiliavano e mantenevano a loro spese. La Motte si mostr fiero di presentare ai camerati la giovane moglie, molto bella e molto civettuola e Giovanna venne festeggiata dall'intero corpo militare. Ebbe motivo, il marito, d'adombrarsene? Comunque fosse, egli mise la moglie nel convento di San Nicola in Lorena e riprese la sua vita di scapolo, ingolfandosi nei debiti "facendo delle truffe con degli ebrei" e divertendosi del suo meglio. Di l a poco, per, ritir Giovanna dal convento per ripigliarsela in casa.
Giovanna non tard a far condividere al marito i sogni ambiziosi da cui era ossessionata. Col nome che portava, con la sua intelligenza, la sua attivit, certo, si sarebbe riusciti a riconquistare una situazione degna d'una figlia dei Valois. La Motte era d'una tempra comune e limitata e sua moglie non tard a prendere un impero assoluto su di lui. I suoi creditori lo incalzavano. Pensando di cercarsi altrove la fortuna, egli sollecit un certificato di servizio; ma ebbe un diniego. Era l'usanza del corpo. La gendarmeria formava un'arma d'elezione in cui i gentiluomini che servivano senza grado erano numerosi. Gli altri appartenevano alla classe borghese e, in grande maggioranza, a famiglie di magistrati. Perdeva ogni diritto a un avanzamento o alla croce chi si ritirava senza certificato di servizio; e questo non si otteneva se non pagando i propri debiti.
 VIII.
AL CASTELLO DI SAVERNE.
Verso quell'epoca - settembre 1781 - la signora de la Motte venne a sapere che la sua benefattrice, la marchesa di Boulainvilliers, era di passaggio a Strasburgo. Decise suo marito a recarvisi. A Strasburgo i giovani sposi sentono che la marchesa  ospite del principe cardinale di Rohan nel suo castello di Saverne; vanno a Saverne. La signora di Boulainvilliers ch'era dapprima andata in collera udendo la folle scappata delle due piccole protette scavalcanti il recinto della bada di Longchamp, non ha tenuto loro il broncio per un pezzo. Accoglie gli sposi con la sua bont solita. Essi le raccontano le loro disgrazie ed ella, commossa, li presenta al cardinale.
Il principe Luigi di Rohan  ancora tal quale l'abbiamo conosciuto a Vienna; se non che gli anni, con la loro esperienza, e le dignit sempre maggiori di cui  rivestito, gli hanno dato un'aria pi grave - non molto per. - Adesso  cardinale, titolare del vescovado di Strasburgo, il pi ricco di Francia, principe-Stato d'Impero, langravio d'Alsazia, abate della grande Badia di Saint Vaast e di quella della Chaise-Dieu, rettore alla Sorbona, grande elemosiniere di Francia, che  la prima carica a Corte, superiore generale del reale ospedale dei Quinze-Vingts, e commendatore dell'ordine dello Spirito Santo. Abbiamo il suo ritratto dell'epoca: bel volto ma sempre infantile, rotondo, grazioso, bambolesco, dal colorito vivace, con capelli d'un grigio bianco e calvo sul davanti; molto alto di statura e molto diritto di portamento e ben fatto. Porta bene i suoi cinquant'anni. Malgrado un leggero adipe dovuto agli anni, l'andatura  sempre nobile e disinvolta e rivela nel contempo l'uomo di Chiesa e l'uomo di Corte.  sempre affabile, amabile, d'una grazia garbata, aperta e cordiale, e si merita tuttora il soprannome che gli avevano dato: la bella Eminenza.
Rohan ha fatto ricostruire, con fasto e in bello stile, dall'architetto Salins di Montfort, il palazzo di Saverne, residenza dei vescovi di Strasburgo, che un incendio, in cui arrischi egli stesso di perdere la vita, distrusse l'8 settembre 1779: una perdita di parecchi milioni.  semplicemente meraviglioso. Egli vi insedia delle collezioni di fisica, di storia naturale; una numerosa biblioteca dalle belle rilegature che recano sui frontispizi, ricalcato in oro, lo stemma cardinalizio con la dicitura: Ex bibliotheca Sabernensi. A Parigi, egli occupa il meraviglioso palazzo di Rohan, in via Vieille-du-Temple, che ha preso il nome di "Casa di Strasburgo". Grandi giardini lo mettono in comunicazione col palazzo Soubise. Vi si ammira ancora il salone delle Scimmie, d'un gusto bizzarro, guazzabuglio contadinesco chinese di Cristoforo Huet, ma la cui ornamentazione  armoniosa e delicata; i pannelli mitologici di G. B. Marie Pierre, i pittoreschi paesaggi di Boucher e, prima di tutto, sul frontale delle vaste scuderie dove il principe Luigi nutriva le sue cinquantadue giumente inglesi, il mirabile bassorilievo di Le Lorrain, i cavalli d'Apollo,
Un bassorilievo di pietra e che pare di bronzo
dice un meraviglioso erudito, che fu poeta alle sue ore, Anatolio di Montaiglon.
Rohan faceva raccolta dei libri d'oro antichi, dei messali dalle miniature luminose: gli ripugnava d'avere fra le mani, durante gli uffici divini, dei brutti libri stampati.
Ha preso a cuore, inoltre, il fallimento del nipote, il principe di Gumen, il clamoroso fallimento di 30 milioni che accumul rovine e miserie. I pi colpiti sono la gente minuta, bottegai, portieri, domestici, che affidavano al principe i loro risparmi. Rohan non  immischiato affatto n compromesso in verun modo; ma, nella misura delle sue forze, cerca d'attenuare il disastro.
Ogni anno, senza che nulla ve lo costringa, contribuisce con una somma notevole alla liquidazione dei debiti del parente.
Rohan ha fatto un pellegrinaggio a Salzbach, al campo in cui Turenne trov la morte. "M' venuta l'idea - dice - di erigere un monumento a quel grand'uomo. Ho dunque comperato il campo ove una cannonata lo colp, e con lui colp la fortuna di Francia, per farvi costruire una piramide. Accanto a questa, far fabbricare una casetta per il custode, un vecchio soldato invalido del reggimento di Turenna, preferibilmente un Alsaziano". Il monumento venne eretto, la casa fabbricata, un vecchio soldato vi prese dimora.
In tal modo, il denaro se n'andava. E tutti i contemporanei, Maria Antonietta per la prima, - e quanto acerbamente: "Un bisognoso" lo qualificano - e tutti gli storici fino ad oggi, nessuno eccettuato, gli hanno fatto carico d'avere una sostanza gravata di debiti. Un vescovo che ha dei debiti, che orrore! certo bisognava che avesse delle mantenute. Si sa che quel che l'uomo perdona pi difficilmente al proprio simile  di non avere denaro.
La signora de la Motte aveva una figurina snella e fine, d'una grazia svelta e voluttuosa. Capelli castani - di quel castano cos lieve che ha la tinta delle nocciuole con riflessi pi chiari; - occhi azzurri, vivacissimi, pieni d'espressione, sotto le sopracciglia nere bene arcuate. La bocca, grande, poteva essere la parte difettosa, dal punto di vista del disegno, in quel volto grazioso; invece ne formava l'incanto, per i denti piccoli e bianchissimi e sopratutto per il sorriso affascinante. "Il suo sorriso andava al cuore" dice Beugnot che lo sa per esperienza. Il seno sarebbe stato perfetto, se ce ne fosse stato un po' di pi; ma, come osserva Beugnot, "la natura s'era fermata a mezza strada e quella met faceva rimpiangere l'altra". La smagliante purezza della carnagione, una pelle bianca e fresca, una fisionomia arguta e un'andatura cos lieve, cos leggera che, vedendola camminare da un punto all'altro, si sarebbe detto non pesasse niente, aggiungevano attrattive maggiori. E la voce, dolce, insinuante, d'un timbro simpatico, pareva una carezza. Malgrado l'istruzione negletta, aveva ingegno naturale e mente pronta e s'esprimeva correttamente e con grande facilit. "La natura - dice Bette d'Etienville - le aveva prodigato il pericoloso dono della persuasione". Davanti alle persone di sfera eccelsa, sapeva assumere un aspetto aristocratico, un contegno nobile, deferente e disinvolto in pari tempo, meravigliosamente appropriato alla circostanza. Quanto alle leggi morali e civili, era questo un campo di cui la signora La Motte, con tutta semplicit e tutto candore senza nessuna cattiveria, ignorava affatto l'esistenza. Andava dritta per la sua strada, con le armi terribili conferitele dal sesso, dalla bellezza e dallo spirito, cos, a seconda del capriccio, e senza vedere gli ostacoli.
"Tutto questo - conclude Beugnot - formava un complesso spaventoso per un osservatore, attraente invece per la comune dei mortali che non guarda tanto per il sottile".
Tale era la signora La Motte. Il Cardinale de Rohan lo conosciamo.
 noto come avvenne il primo incontro di Giovanna di Valois con la signora di Boulainvilliers, sulla strada di Passy.  ancora sulla strada maestra che va da Strasburgo a Saverne, ch'essa venne presentata al cardinale di Rohan.
"M'imbattei nella signora di Boulainvilliers - dice costui - che passeggiava sulla strada maestra; fece fermare, io m'accostai alla sua vettura ed essa mi present una persona che disse chiamarsi la signorina di Valois. - Questo nome, essa aggiunse, appartiene davvero alla signora, che  assolutamente sprovvista di mezzi".
Il signore e la signora de la Motte furono ricevuti nel castello di Saverne. Rohan si mostr curioso di conoscere le avventure d'una cos avvenente donnina. Era del resto impossibile immaginare una storia pi interessante e che fosse raccontata meglio.
Mentre Giovanna, seduta sopra uno sgabello, leggermente china verso gli uditori, parlava con la sua voce chiara e penetrante, animata dal sorriso incantevole, suo marito in poltrona, con aria dignitosa e grave, assentiva col capo, e la marchesa di Boulainvilliers affettuosamente sottolineava i punti migliori. Rohan promise la propria protezione. La Motte ottenne un brevetto di capitano al seguito dei dragoni di Monsieur, fratello del re. Il nostro eroe vi  menzionato col titolo di conte, errore a cui ha contribuito anch'egli; ma ormai pu farne pompa agli occhi degli increduli. La signora di Boulainvilliers dal canto suo pagava i debiti a Luneville. Il tanto desiderato stato di servizio  finalmente ottenuto; e la giovine coppia prende la diligenza alla volta di Parigi.
L'aurora della fortuna sorge davanti a Giovanna di Valois.
 IX.
CAGLIOSTRO.
Contemporaneamente alla conoscenza della signora de la Motte, il cardinale faceva quella d'un personaggio che in quell'epoca riempiva il mondo coll'eco de' suoi prodigi. Cagliostro era giunto a Strasburgo preceduto da una fama che, fin dai primi giorni, non aveva fatto che aumentare. Guariva tutte le malattie possibili, senza degnarsi d'accettare la bench minima cosa dai clienti danarosi e distribuendo anzi del denaro a quelli che fra essi erano poveri. Il principe di Rohan si trovava nella propria residenza di Saverne, ove ospitava la signora de la Motte; e venne a Strasburgo per entrare in relazione con un uomo tanto straordinario.
Venne chiesta un'udienza per il cardinale vescovo; ma con esito negativo. "Se il signor cardinale  ammalato - fece rispondere Cagliostro - venga e lo guarir; se sta bene, non abbisogna di me n io di lui". Rohan trov sublime la risposta; e se n'accrebbe la sua voglia di conoscere l'individuo che l'aveva data. In tutta la citt, poi, se ne faceva un gran parlare. Un giorno che stava passeggiando sulla piazza, nel suo vestito di taffet turchino gallonato sulle cuciture, con i capelli a treccie incipriate riunite a codino, seguito da uno stuolo di monelli che osservavano meravigliati, le sue scarpe alla d'Artois con le fibbie di pietre preziose, le calze variegate a risvolti d'oro, i rubini e i diamanti che sfolgoravano sulle dita e sul petto, la catena d'orologio fatta di piccoli diamantini a tre file che terminava con sei grossi diamanti e quattro altre file di diamanti, da due delle quali pendevano una ghianda di diamanti e dalla quarta un sigillo d'agata, il che formava un luccicho abbagliante sul suo panciotto a fiori; e il cappello alla moschettiera dai pennacchi bianchi, Cagliostro si ferm con un grido di sorpresa davanti al grande crocifisso di legno scolpito. Non sapeva rendersi conto del come un artista, che certo non aveva veduto Cristo, avesse potuto raggiungere una somiglianza tanto perfetta.
- Avete dunque conosciuto Cristo? - gli chiesero stupefatti.
- Eravamo in buonissimi termini - rispondeva Cagliostro. - Quante volte abbiamo passeggiato sulle umide sabbie del lago di Tiberiade! La sua voce aveva una dolcezza infinita. Ma non ha voluto darmi retta. Si  messo a percorrere le rive del mare, raccogliendo una banda di lazzaroni, di pescatori, di straccioni. E a predicare. Mal glie ne incolse. - E volgendosi al domestico: - Ti ricordi di quella sera, a Gerusalemme, in cui crocefissero Ges?
Ma il domestico, con una profonda riverenza:
- No, signore. Il signore sa bene che io non sono al suo servizio che da millecinquecento anni.
Cagliostro spacciava un liquore che aveva la virt di fermare gli anni di coloro che ne bevevano all'et che avevano in quel momento. Un altro elisir, in fialette pi piccole, ringiovaniva di venticinque anni. I giornali raccontavano con la massima gravit:
"Una vecchia civetta sente dire che Cagliostro possiede la vera Acqua di Giovent. Lo prega e supplica tanto, ch'egli finalmente acconsente ad inviargliene una fialetta. Il suo domestico, quindici volte centenario, le porta la bottiglina sulla cui etichetta sta scritto: "Acqua per ringiovanire di 25 anni". La signora, essendo assente, la sua cameriera chiamata Sofia, trentenne, vuol assaggiarne il contenuto e lo trova cos delizioso, che vuota tutta la fiala. E subito le sue membra si rimpiccioliscono, il corpo e la testa sono di proporzioni sempre pi ridotte; e insomma, Sofia non  pi che una bimbetta cinquenne che si trova sperduta nelle vesti d'una persona adulta. La signora ritorna, chiama Sofia che, avvolta e imbarazzata da tutto quel vestiario, accorre alla voce della padrona. Costei sbalordita dalla metamorfosi, domanda la fiala, che  vuota. Furibonda, afferra la povera piccina e la picchia crudelmente col frustino. Corre poi subito da Cagliostro che ne fa le pi matte risate ma assolutamente le nega una seconda pozione".
"Quest'uomo - scrive lo stesso anno Labarthe all'archeologo Sguier - che la gente sospetta sia sposato ad una silfide,  di razza ebrea e d'origine araba. Di costumi  irreprensibile. Non ha altri piaceri all'infuori dello studio e del pranzo, e qualche volta del teatro. Non cena mai e in qualunque stagione si corica alle nove. In fin di tavola beve il moka e poi una cucchiaiata d'un liquore che assolutamente non lascia assaggiare a nessuno. Si ignora quale sia la sua religione; ma parla di Jehova con grande eloquenza e profondo rispetto.  costui che l'anno prossimo voglio consultare. Sono certo che il mio stomaco diventer quello di un giovane venticinquenne e la mia asma e il mio reuma gottoso spariranno. Sono certo che non avrete pi dolori e che le vostre gambe vi permetteranno d'inerpicarvi su per le montagne. La signora Augeard, giovane e bellissima parigina, che conosco bene, ricchissima per le cariche del marito, appaltatore generale, assalita da una malattia incurabile  andata a trovarlo. Ha ricevuto in dono un elisir che ha fatto sparire tutti i suoi mali. E so da suo fratello ch'essa ora gode d'una ottima salute".
"Guarigioni subitanee - dice l'abate Gorgel che non aveva nessuna simpatia per lui - di malattie giudicate insanabili, operate in Isvizzera e a Strasburgo, propalavano il nome di Cagliostro di bocca in bocca e lo facevano passare per un medico veramente miracoloso. Le sue premure per i poveri e il suo sprezzo verso i grandi conferivano al suo carattere un'aura di superiorit e destavano un interesse entusiastico. Coloro ch'egli volle onorare della propria famigliarit non uscivano da casa sua senza pubblicare ai quattro venti le sue qualit straordinarie".
Quindi, a Strasburgo, certe giornate, cinque o seicento persone assediavano la casa della domestica del canonico di San Pietro il Vecchio, ov'era alloggiato, e si davano spintoni per entrare.
Cagliostro, nel 1731, dimostrava una quarantina d'anni. Era piccolo, tarchiato, tozzo di statura. Aveva collo grosso e corto, carnagione bruna, fronte calva. Occhi grossi a fior di testa, vivacissimi e brillanti, il cui sguardo "forava come un succhiello", naso aperto e rivolto all'ins, bocca larga e forti mascelle, riso sarcastico e rumoroso, voce sonora e metallica davano alla sua fisionomia un'impronta di ardire, di sfrontatezza e di buon umore. Pareva impastato apposta per far la parte di messer Tulipano nella commedia italiana, dice Beugnot. Casanova gli trova in sostanza, "col suo ardire, la sua sfrontatezza, i suoi sarcasmi e la sua ribalderia" una faccia molto simpatica. In maggioranza, chi lo vedeva - anche coloro che gli erano ostili - lo trovava molto imponente. La signora d'Oberkirch scrive: "Stentavo a sottrarmi a quel fascino che oggi difficilmente mi spiego, ma che era innegabile".
Di solito parlava italiano. Il francese di cui si serviva era un miscuglio impossibile a ridire. Ma, nella sua bocca, con tutta quella vivacit, quella energia d'espressione, quel fuoco che ci metteva, faceva una certa impressione. Uno de' suoi nemici ha cos definito quel modo di parlare: "Se una filastrocca pu essere sublime, nessuno  pi sublime di Cagliostro. Dice paroloni in mezzo a frasi inintelligibili e quanto meno lo si capisce, pi lo si ammira. Lo prendono per un oracolo perch  oscuro al pari di esso. La sua arte consiste nel non dire nulla alla ragione; la fantasia degli uditori fa da interprete. La ragione  chiara e non influisce che sulla gente saggia. L'impostura si rende inintelligibile ed esercita il proprio impero sulla moltitudine".
Per guarire, aveva tre grandi rimed: dei bagni a base d'estratto di Saturno, una tisana la cui ricetta confidava soltanto al farmacista scelto da lui e certe gocce di sua composizione i cui effetti miracolosi e sovrani facevano echeggiare per ogni dove la sua rinomanza. A tutti quelli che insistevano per sapere chi fosse, egli rispondeva con voce grave, inarcando le sopracciglia e tendendo l'indice verso il cielo: "Io sono colui che " e siccome era difficile sostenere che egli fosse colui che non era, non si poteva far altro che inchinarsi in atto di profonda deferenza.
Possedeva la scienza degli antichi sacerdoti egiziani. La sua conversazione s'aggirava, di solito, su tre punti: 1) la farmacologia universale di cui conosceva i secreti; 2) la framassoneria egiziana che voleva restaurare e di cui aveva impiantato a Lione la loggia centrale - perch la framassoneria scozzese, predominante allora in Francia, non era a' suoi occhi che una pessima degenerazione; 3) la pietra filosofale di cui stava per dare la formula mediante la solidificazione del mercurio e che doveva assicurare la trasmutazione di tutti i metalli imperfetti in oro fino.
Recava cos all'umanit, con la sua panacea universale, la salute del corpo; con la framassoneria egiziana, la salute dell'anima; e con la pietra filosofale, ricchezze infinite. Erano questi i suoi grandi secreti; ma ne aveva altri ancora, non meno interessanti, bench d'importanza minore: predire i numeri vincenti delle lotterie, dare al cotone il riflesso e la finezza della seta, fare col canape pi comune un filo bellissimo quanto quello di Malines, rammollire il marmo e poi tornare a rendergli la durezza primitiva, - il che doveva essere, come ci si pu immaginare, molto comodo per gli scultori, che d'ora innanzi: avrebbero potuto modellare le loro statue direttamente nel marmo invece che nella creta o nella cera. Aveva il secreto di far gonfiare i rubini, gli smeraldi, i diamanti, sotterrandoli, e di mantenere loro, anche dopo, la nuova grossezza; il secreto d'imitare tutte le scritture in modo da non saper distinguere la copia dall'originale; e finalmente quello d'ingrassare un maiale con dell'arsenico in modo da trasformare il grasso in un veleno fulminante. Cagliostro propose perfino un giorno a un giornalista di Londra, che lo assaliva nel Corriere dell'Europa, un duello al maiale arsenicato, sentendosi, naturalmente, immune da ogni pericolo. Ma il giornalista manc di coraggio e l'incontro non ebbe luogo.
Cagliostro parlava di Dio con rispetto e non tralasciava di farne il pi grande elogio. Secondo lui, la dottrina del Creatore impartita agli uomini, non aveva oltrepassato, nella propria integrit, l'era dei patriarchi, Adamo, Set, Enoch, No, Abramo, Isacco e Giacobbe. Questi patriarchi erano ancora depositari della verit, che nella bocca dei profeti si era poi alterata, e pi in quella degli apostoli e dei Padri della Chiesa. L'ufficio suo - di lui, Cagliostro - era di ridare alle idee divine tutta la primitiva purezza. I delegati delle loggie francesi, che lo udirono dichiararono nel loro rapporto "d'aver intravveduto fin lui un annunzio di verit che nessuno dei gran maestri ha cos completamente sviluppato, e tuttavia perfettamente analogo alla massoneria azzurra di cui si direbbe un'interpretazione sensibile e sublime".
Cagliostro aveva una moglie che, per suoi vezzi, produceva un'emozione non meno grande di quella prodotta dal marito. Era giovanissima, gi donna e bambina ancora. La si sarebbe detta italiana dall'accento, dalle fattezze fini e precise, una italiana dagli occhioni azzurri; profondi e dolci, ombreggiati da lunghe ciglia; degli occhi di cui Maeterlink avrebbe detto ch'erano un lago fresco e tranquillo ove tuffare l'anima. Il naso era piccolo, finemente aquilino. Le labbra arcuate all'antica, d'un carminio vivace nella bianchezza della carnagione, erano sempre immobili, e pareva non dovessero svegliarsi che alle carezze dell'amore.
"Impersonava la nobilt - dice Casanova - la modestia, l'ingegnosit, la dolcezza e quel pudore timido che dona tanto incanto a una donna giovane". E quando passava a cavallo su Djerid, la sua bella puledra nera, tenendo il corpo inarcato, il petto eretto, attirava tutti gli sguardi maschili. Innamorava, cos a distanza, anche coloro che mai non l'avevano potuta accostare. Un istoriografo dice:
"I suoi pi fervidi partigiani, i pi entusiasti e i pi esultanti, erano appunto quelli che non avevano mai neppure scorto il suo viso. Vi furono duelli, suscitati e accettati a proposito del colore degli occhi mai visti da nessuno dei duellanti, o d'una fossetta sulla guancia, a destra piuttosto che a sinistra".
Quando, pi tardi, venne immischiata nell'affare della Collana e chiusa alla Bastiglia, un avvocato del foro parigino, Polverit, ne present la difesa al Parlamento:
"Non si sa donde venga pi che non si sappia donde proviene suo marito.  un angelo in sembianze umane inviato sulla terra per condividere e raddolcire i giorni dell'uomo dalle meraviglia. Bella d'una bellezza che mai non appartenne a una donna, non  un modello di tenerezza, di dolcezza, di rassegnazione; no, perch non suppone nemmeno i difetti contrarii: la sua natura offre a noi, poveri umani, l'ideale d'una perfezione che possiamo adorare ma non sapremmo capire. E intanto quest'angelo, a cui non  dato di peccare, vien tenuto sotto chiave.  un controsenso crudele che non sar mai fatto cessare abbastanza presto. Che c' di comune fra un essere di tal natura e un processo criminale?".
Quest'argomentazione parve giusta e concludente al Parlamento di Parigi che fece mettere immediatamente in libert la signora Cagliostro.
Il principe cardinale di Rohan, che non aveva smesso d'interessarsi vivamente alla botanica e alla chimica, non si lasci scoraggiare dalla prima ripulsa. Torn alla carica, si fece umile e piccolo, s che alla fine venne ammesso nel santuario d'Esculapio.
Uscito che fu, confid le proprie impressioni al suo segretario intimo, l'abate Georgel, che ce le riferisce:
"Vidi sulla fisionomia di quell'uomo tanto poco comunicativo - disse Rohan - una dignit cos imponente che mi sentii penetrato da un senso di religioso stupore e il rispetto guid le mie prime parole. Quel colloquio, piuttosto corto, non fece che eccitare in me il desiderio di una conoscenza pi profonda".
E la gioia del cardinale non ebbe limiti quando un giorno Cagliostro gli disse: "La vostra anima  degna della mia e voi meritate d'essere il confidente di tutti i miei secreti".
Da quel giorno la relazione si fece pi stretta e fu notoriamente pubblica. Cagliostro s'insedi nel castello di Saverne, i cui larghi camini annerirono al fumo dei suoi forni alchimici. Sulla terrazza del castello, al chiarore delle stelle, i colloqui dell'alchimista col principe Luigi si prolungavano fino a notte alta. Rohan ascoltava, con la fronte china, appoggiato ai bracciuoli della poltrona, mentre il bianco chiarore degli astri accarezzava, con i suoi scintilli di opale le lunghe pieghe dell'amoerro cardinalizio.
La baronessa d'Oberkirch vide, nel 1780, Cagliostro in casa del vescovo di Strasburgo. L'usciere ne annunziava l'entrata spalancando l'uscio a due battenti: "Sua Eccellenza il signor conte di Cagliostro!". Siccome la baronessa esprimeva al principe di Rohan il suo stupore per tanti riguardi, egli le rispose:
- Davvero, signora, siete troppo difficile da convincere.
E la baronessa prosegue raccontando:
"E cos dicendo mi mostrava un grosso solitario infilato sul mignolo, su cui stavano incise le armi della casa di Rohan.
" una bella pietra, monsignore, e l'avevo gi ammirata.
" - Ebbene, l'ha fatta lui, capite? L'ha creata, dal niente. L'ho visto io, ero presente, tenevo gli occhi fissi sul crogiuolo e ho assistito all'operazione. Che cosa ne pensate, signora baronessa? Non si potr dunque dire che mi inganna, che mi sfrutta! Il gioielliere e l'incisore hanno valutato il brillante venticinquemila e lire. Converrete almeno ch' uno strano imbroglione colui che fa dei regali simili.
"Io rimasi sbalordita. Il signor di Rohan se ne accorse e continu:
" - Ma non  qui tutto. Fabbrica l'oro. Ne ha fatto, davanti a me, per cinque o seimila lire, e lass, nelle soffitte del mio palazzo. Mi far diventare il principe pi ricco d'Europa. Non sono sogni, signora mia, sono prove reali. E tutte le sue profezie avverate, e tutte le guarigioni operate, e tutto il bene che fa! Vi dico ch' l'uomo pi straordinario, pi sublime ch'esista e di cui il sapere non eguaglia che la bont".
Rohan pose il busto dell'alchimista nel proprio palazzo, dopo aver fatto incidere in lettere d'oro, sullo zoccolo: "Il divino Cagliostro". Quando il principe torn a Parigi, dice Georgel, lasci in Alsazia uno dei suoi gentiluomini, il confidente de' suoi pensieri, il barone di Pianta, per procurare a Cagliostro tutto quello che desiderava.
* * *
Quando il nostro alchimista ebbe stupefatto a sufficienza le popolazioni alsaziane, credette di dover allargare la scena del suo teatro e, a sua volta, venire a Parigi. Si conged dai numerosi amici fattisi a Strasburgo, il maresciallo di Contades, il marchese de la Salle e si incammin con gran pompa e con un seguito notevole di corrieri, lacch, staffieri, guardie munite di alabarde e araldi drappeggiati di broccati e soffianti entro le trombe. Vedendolo partire, molte vecchie donnette piangevano dicendo ch'era il buon Dio che se n'andava.
L'epoca sembra fatta apposta per Cagliostro. "Ci occorrevano delle distrazioni a qualunque costo - osserva Beugnot - e una vertigine generale pareva impadronirsi delle menti. Si accorreva a quella vasca di Mesmer attorno a cui delle persone sanissime si ritenevano ammalate e altre moribonde s'ostinavano a credersi guarite".
Marat faceva il processo al sole, contendendogli d'essere il padre della luce; erano grida d'ammirazione. Un contadino del Delfinato, certo Bliton, scorgeva le sorgenti a cento piedi sotto terra e le faceva scaturire a volont: aveva discepoli, e scrittori celebranti il suo genio. La Corte e la citt erano sazie di tutto: occorrevano cose nuove, cose piccanti. La scena francese era trascurata per i palcoscenici d'infimo ordine ove sudicie e insipide volgarit ottenevano applausi. "La noia conduceva alla stravaganza". I cervelli erano agitati in sensi contrarii, i legami sociali spezzati. L'opinione era preparata alle avventure.
"I nostri padri - scrive l'autore del libello notevolissimo intitolato Ultima commedia della famosa Collana - si appassionarono per i saltimbanchi di San Medardo. Dopo aver danzato sulle ceneri d'un idiota imbecille che il loro fanatismo canonizz, li si vide accorrere in folla in ridotti oscuri ove degli energumeni facevano veder loro delle giovinette, gracili di complessione, ricevere con aria di sollievo dei colpi di spada o di bastone; degli uomini crocefissi, veramente inchiodati con le mani e con i piedi in onor del Redentore". La Bastiglia e le docce fredde avendo fatto rinsavire i convulsionarii, questi vennero sostituiti dalle sonnambule e dai magnetizzatori. L'isterismo era coltivato con formule scientifiche. Le scoperte vere di Mesmer avevano a poco a poco dato luogo a quelle scene che si vedono ancora oggid, convulsioni e invocazioni. La stregoneria non era pi cruenta, come sulla fine del secolo precedente, ma ancora pi pericolosa per i nervi. Gli Illuminati, i Martinisti, i Teosofi, i Filaleti spacciavano storie stupefacenti. "Sarebbe difficile - dicono i redattori del Bachaumont - rendere conto del fondo della dottrina di quegli entusiasti, che  un gran guazzabuglio a giudicare dai libri ch'essi pubblicano". Un gran numero di quegli "entusiasti" sta per avere una parte considerevole in avvenimenti importantissimi.
Dopo la grande crisi del Processo dei Veleni, gli alchimisti erano stati perseguitati con rigore; ma, con la tolleranza del nuovo regno, i rescritti reali cadendo in disuso, essi avevano ripreso la loro industria. Un contemporaneo ha tracciato di loro un ritratto pittoresco. " nel sobborgo Saint Marceau che si ritirano gli alchimisti ignoti. Taluno fabbrica l'oro; altri solidifica il mercurio (si sa ch'era il problema della pietra filosofale); e questi gonfiano e accrescono la grossezza dei diamanti; quelli compongono degli elisir. Gli uni fabbricano polveri, gli altri distillano acque, tutti possiedono tesori e tutti muoiono di fame. Hanno un linguaggio inintelligibile e l'aspetto della miseria; vivono in ambienti sporchi e oscuri e quando la curiosit vi attira un momento in quelle topaie, scorgete in un angolo una sozza creatura che ha l'aria d'una strega e che custodisce il laboratorio. - Quanto invece ai seguaci noti, possiedono magnifici laboratorii con istrumenti costosi e vasi con etichette specificate. Due o tre commessi si danno l'aria di lavorare; e quando capita il gran signore, il dirigente fa brillare a' suoi occhi la speranza che si avverino i pi bei segreti; gli mostra i pi favorevoli inizii, promettendogli che alla terza luna... si vedr. "Vedere"  la gran parola degli alchimisti".
Cagliostro prese in affitto, a Parigi, il palazzo della marchesa d'Orvillers. "Esiste tuttora - scrive M. G. Lentre, - e si pu immaginare senza grandi sforzi l'effetto che doveva fare la casa, di notte, con i suoi padiglioni d'angolo, allora celati da vecchi alberi, le sue corti profonde, le sue larghe terrazze, quando la luce - la luce viva dei crogiuoli dell'alchimista - filtrava dalle alte persiane. La porta carraia si apre in via S. Claudio all'angolo del boulevard Beaumarchais. La corte sembra oggi, quando vi si entra, cupa e severa, cos solenne coi suoi cordoni di larghe pietre annerite dal tempo. In fondo, sotto un portico lastricato, sale la gradinata che col tempo ha ceduto alquanto e su e cui, nel mezzo, i passi hanno fatto uno scavo, ma ancora fa bella mostra d'una ringhiera di ferro battuto, vestigia dell'epoca". Dall'oggi al domani Cagliostro l'anim d'un rumore giocondo, d'un movimento clamoroso. Era, da mane a sera, un andirivieni di gente d'ogni risma e condizione; il cortile pieno di carrozze con valletti in livrea, di cavalli che scalpitavano, di cocchieri che urlavano, di donnine eleganti che salivano e scendevano la scala di pietra, insudiciandosi i guanti sulla ringhiera di ferro battuto, col naso all'ins, lo sguardo vivo, turbate, sgomente, timorose.
A Parigi, Cagliostro si mantenne dignitoso e riservato, non meno che a Strasburgo. Rifiut con alterigia gli inviti a pranzo che gli vennero da parte del conte d'Artois, fratello del re, e del duca di Chartres, principe del sangue. Si proclamava capo dei Rosa-Croce, che si credevano una razza eletta, superiore alla comune dei mortali. Per egli dava ai propri seguaci le pi rare soddisfazioni.
"Costoro - leggiamo nella corrispondenza parigina della Gazzetta di Leida - cenavano con Voltaire, Enrico IV, Montesquieu; si vedevano a fianco, in una casa del Marais, donne che si trovavano in realt a Vienna o nella Scozia, ecc. Un uomo dotato di molto buon senso and un mese fa da una delle sue amiche. Quando si misero a tavola, egli osserv stupito quattro coperti di pi e quattro sedie vuote. Chiese chi fossero le persone aspettate. Gli venne risposto che quei posti erano occupati, ch'egli aveva la fortuna di pranzare con intelligenze superiori, e con esseri fuori dalla debole umanit. La sua  amica fu prodiga di cortesie e di spirito con i suoi convitati invisibili, affinch le intelligenze superiori fossero contente del pranzo. Alzati da tavola, passarono in giardino: nuovo incantamento. Ogni albero ha un'amadriade, ogni e pianta  coltivata da un genio. Perfino la vasca,  il rifugio d'una ninfa. L'uomo prudente non volle litigare con la padrona di casa e se ne and per non distruggere un'illusione che formava l'incanto della sua vita". Cagliostro non tard ad avere in tutti gli angoli di Parigi dei seguaci di tal genere. A coloro che non vedevano realizzarsi le meraviglie predette, rispondeva duramente, accusandone i loro peccati, il loro mormorare, la loro incredulit.
Inizi la riforma della massoneria sul rito egiziano, secondo i particolari da lui scovati a Londra, nel manoscritto d'un certo Giorgio Coston. Aveva delle casse ripiene di statuette rappresentanti Iside, e cammelli e il bue Api, con certi geroglifici; e le distribuiva ai discepoli. I framassoni s'incuriosirono e cercarono di trattare con lui. Ma anche con loro egli prese le cose dall'alto, esigendo che, prima d'ogni conversazione, essi abbruciassero i loro archivii, non essendo altri - diceva - che un mucchio di scipitaggini. Cap il partito che si poteva ricavare dall'indifferenza dei framassoni verso le donne, le quali non venivano da loro ammesse se non nei giorni festivi. Nelle sue loggie di stile egiziano, le donne avevano invece parte attiva. L'esito fu prodigioso, sopratutto nelle pi alte classi sociali. La loggia d'Iside, di cui la signora Cagliostro era gran maestra, contava, nel 1784, fra le sue aderenti: le contesse di Brienne, Dessalles, di Polignac, di Brissac, di Choiseul, d'Espinchal, le signore di Boursenne, di Trevires, de la Blache, de Montchenu, d'Ailly, d'Auvet, d'Evreux, d'Erlach, de la Fare, de Monteil, de Brehant, de Bercy, de Baussan, de Lomenie, de Genlis, la marchesa d'Avrincourt, e altre ancora. Il fanatismo venne spinto a tal punto che il ritratto di Cagliostro si trovava dappertutto; le donne lo portavano sui ventagli e sugli anelli, gli uomini sulle tabacchiere. Nel 1781, egli torna in Alsazia per alcuni giorni. "Mai - scrive la signora d'Oberkirch - ci si potr fare un'idea del furore, della passione con cui tutti gli si buttavano addosso". Una dozzina di nobili signore e due attrici l'avevano seguito da Parigi per non interrompere la loro cura. Una guarigione quasi miracolosa d'un ufficiale dei dragoni aveva finito col divinizzarlo.
L'illustre Houdon gli fece il busto. Il ritratto era stampato con quattro versi, che letteralmente traduciamo:
Dell'amico degli uomini riconoscete le fattezze:
- tutte le sue giornate portano il segno di nuovi benefiz,
- egli prolunga la vita e soccorre l'indigenza,
- e gli  di ricompensa il solo piacere di essere utile.
Il cardinale di Rohan non poteva pi far a meno di lui. L'aveva sempre in casa sua e parecchie volte alla settimana trascorreva con lui le intere serate. Sotto gli auspici del cardinale, il conte di Cagliostro e la signora de la Motte fecero conoscenza. Dobbiamo a questa circostanza una pagina graziosa di Beugnot, che ottenne dalla sua amica, la signora de la Motte, di poter pranzare in casa di lei col grand'uomo.
"Cagliostro - dice Beugnot - indossava quel giorno un abito alla francese color grigio-ferro, con lustrini d'oro, un giustacuore scarlatto con ricami a larghi punti di Spagna, calzoni rossi, lo spadino fra le falde dell'abito e un cappello ricamato, con piuma bianca. Era l'abbigliamento di rigore per i ciarlatani, i cavadenti, e gli altri medicastri che fanno i loro fervorini spacciando le droghe all'aria aperta. Ma Cagliostro gli dava risalto con dei polsini di pizzo, parecchi anelli di valore e certe fibbie alle scarpe che, sebbene un po' vecchie di disegno, luccicavano abbastanza da poter essere credute d'oro fino. Non sedevano a cena che persone della famiglia, giacch non veniva considerato forestiero un certo cavaliere di Montbruel, veterano sulle scene, ma ancora efficace nel suo dire che si trovava per caso dovunque si trovasse Cagliostro. Asseriva d'aver visto le meraviglie da lui operate e offriva se stesso a prova, dicendosi miracolosamente guarito da non so quante malattie il cui solo nome fa spavento. Io guardavo Cagliostro soltanto di sfuggita e non sapevo che pensarne. Quel volto, quel modo di mettersi, tutto l'assieme, mi dava senza volerlo una certa soggezione. Aspettavo che discorresse. Parlava un certo miscuglio italo-francese, con gran citazioni che parevano arabe, ma ch'egli non si dava la pena di tradurre. Parlava lui solo ed ebbe campo di sfoderare venti soggetti poich non accordava ad ognuno pi del tempo necessario ad essere svolto davanti a un uditorio normale. Chiedeva ad ogni momento se lo capivano. E tutti s'inchinavano all'unisono in senso affermativo. Quando attaccava discorso, pareva trasportato e gonfiava la voce e il gesto. Poi, ad un tratto, calava di tono per fare alla padrona di casa dei complimenti molto teneri e delle gentilezze piuttosto comiche. Continu cos per tutta la sera. Non mi  rimasto in mente altro se non che parl del cielo, degli astri, del grande arcano, di Menfi, del gerofante, della chimica trascendentale, dei giganti, degli animali enormi, d'una citt nell'interno dell'Africa dieci volte pi grande di Parigi, in cui aveva corrispondenti, e dell'ignoranza in cui eravamo di tutte quelle belle cose ch'egli sapeva sulla punta delle dita. E ricordo che il discorso era stato inframmezzato da insulsaggini buffe rivolte alla signora de la Motte, ch'egli chiamava la sua cervetta, la sua gazzella, la sua cigna, la sua colomba, togliendo cos a prestito dal regno animale quello che aveva di pi gentile. Uscendo da tavola si degn di rivolgermi qualche domanda, una dopo l'altra. Risposi a tutte confessando la mia ignoranza e seppi poi dalla signora de la Motte ch'egli aveva concepito l'idea migliore tanto di me quanto del mio sapere".
* * *
Sotto l'usbergo del rosso cappello cardinalizio, Cagliostro e la signora de la Motte erano fatti per intendersi a meno di diventare rivali acerbissimi. Fu la seconda delle due alternative che si verific: "La signora de la Motte - scrive l'abate Georgel - reputava inadeguati i benefici ricevuti dal cardinale di Rohan; supponeva che sarebbero divenuti pi abbondanti qualora Cagliostro - che possedeva la fiducia del principe e ne dirigeva per cos dire tutte le azioni - non l'avesse sconsigliato dal largheggiare a favore di lei. Non era che un semplice sospetto da parte della contessa; ma bast per farle concepire una fortissima antipatia per Cagliostro. Fece l'impossibile per perderlo nella stima del cardinale; ma vedendo di non potervi riuscire, rinchiuse e nutr nel proprio cuore propositi di odio e di vendetta, curando tenacemente l'occasione di farli scoppiare".
 X.
MISERIA DI GIOVANNA DI VALOIS.
Il conte e la contessa de la Motte non avevano potuto rassegnarsi alla vita di guarnigione ch'erano destinati a condurre in quel buco di provincia che si chiamava Luneville. L'accoglienza del cardinale di Rohan a Saverne aveva stimolato l'ambizione da cui era rsa Giovanna di Valois. Giunsero al punto d'infischiarsi anche della carica di capitano dei dragoni di "Monsieur", serbandone il titolo soltanto. Tolsero a prestito mille franchi da Beugnot di Bar-sur-Aube e partirono alla vlta di Parigi.
Siamo sulla fine del 1781.
I nostri sposini s'insediano in via della Verrerie, alla Citt di Reims, albergo di mediocre apparenza e ancor pi mediocre clientela. Godeva la stessa fama - dice Beugnot - della Testa Rossa di Bar-sur-Aube. Giovanna e suo marito vi occupano due stanzette, semivuote. E comincia da quel giorno la pi straordinaria vita di movimento e d'intrighi, che sia possibile immaginare. Oltre l'alloggio a Parigi, la contessa ne prende uno a Versailles, allo scopo di potere pi facilmente fare i suoi passi presso i ministri e le persone influenti a Corte. In piazza Delfina, prende in affitto due stanze in un quartiere mobiliato tenuto dai coniugi Gobert. La piazza ottagonale - con le sue case a due piani, in maggioranza adorne alla sommit da balaustre orlanti il tetto a imitazione del castello -  sempre ingombra da carriole cariche d'uova e d'erbaggi straripanti oltre le pesanti stanghe.  il centro del quartiere ove scende la gente minuta che ha a che fare negli uffici dei ministri e con le persone addette al re. Poco lungi dalla dimora dei Gobert, sempre in piazza Delfina, c' l'osteria della Bella Immagine. Non vale di pi della Testa Rossa e della Citt di Reims. In fondo al cortile, tre rimesse; a destra e a sinistra le scuderie ove scalpitano i cavalli. Si alloggia a piedi e a cavallo. Qui formicola una folla di "sollecitatori di petizioni", di gazzettieri, d'ufficiali di fortuna e di guardie del corpo, frammischiati a mercanti girovaghi e sensali di cavalli. Giovanna prender i suoi pasti, in parte, alla Bella Immagine.
Il conte de la Motte ama il lusso e i divertimenti, il vino e la buona tavola. Si veste con un cattivo gusto fastoso, si copre di gioielli. Si illude di piacere alle donne; e la sua, che si reputa molto al disopra del marito, non si degna di badare a lui. La contessa sfoggia a sua volta un'eleganza vistosa, chiassosa, costosissima. E il reddito della pensione accordatale  gi bell'e speso prima ancora di venir incassato. Ha momentaneamente preso con s il fratello Giacomo e la sorella Maria Anna; poich vuole, in un colpo solo, dare la spinta a tutti i Valois verso gli onori e la fortuna. Pi tardi, l'avvocato Target dir: "La sua vita, in quel periodo,  oscura. C' tutto lo strano miscuglio d'un'esistenza precaria, incerta, fatta di fasto e di miseria: un lacch, un fantino, delle cameriere, una carrozza a nolo; ma un mobilio preso in affitto e un litigare con l'ostessa, un continuo accapigliarsi, 1500 lire di debito per il vitto, e l'accatonaggio".
La marchesa di Boulainvilliers era morta allora. Giovanna aveva perduto in lei un appoggio prezioso; ma contava sul cardinale, sul grande elemosiniere a cui la marchesa l'aveva affidata. And a raccontargli la sua miseria, con quella voce dolce, insinuante, che incantava, guardandolo con quegli occhioni azzurri, cos candidi! Rohan, dal maggio del 1782 in poi, le fece consegnare, di quando in quando, togliendoli dai fondi della sua carica di grande elemosiniere, dei sussidi di tre, quattro, cinque luigi: in una sola volta venticinque luigi, dai suoi propri fondi, in un momento di ristrettezze estreme. Pi tardi, essa neg d'aver ricevuto simili elemosine. Figlia dei Valois - diceva - non era donna da ricevere quattro o cinque luigi. Ora, vediamo che, in una lettera del 1 marzo 1783, essa invia al controllore generale Lefvre d'Ormesson delle polizze d'oggetti da lei depositati al Monte di Piet, e chiede umilmente un sussidio; c' una sua ricevuta, in data 7 ottobre, di quarantotto franchi, indirizzata appunto al signor d'Ormesson.
"Il suo credito all'albergo di Reims - dice Beugnot - era molto in ribasso; e i due prestiti, di dieci luigi per volta, da me fatti ad epoche diverse; non l'avevano rialzato gran che. Non potevo invitarla a pranzo da me, perch non avevo una casa impiantata; ma una o due volte la settimana m'accordava il favore d'accettarlo al Quadrante azzurro, dove il suo appetito mi faceva sempre strabiliare. Ma ricorreva al mio braccio per la passeggiata quotidiana che finiva invariabilmente al caff. Era strano quanto le piacesse la buona birra; e le pareva buona dappertutto. Mangiava intanto, distrattamente, due e o tre dozzine di cialde; e queste distrazioni erano cos frequenti che io finivo coll'accorgermene che doveva aver fatto un desinare ben leggero, se pure aveva desinato".
Ma il disagio finanziario e neppure la miseria impedirono alla signora de la Motte di sfoggiare maggior larghezza nella sua maniera di vivere. Il 5 settembre 1782 prende in affitto, al n. 13 della via Neuve-Saint-Gilles (Nuova.Saint-Gilles), al Marais, dirimpetto alla porticina dei Minimi, una casa con portineria, forno del pane, rimessa, grande e piccola scuderia: tre piani, le cui finestre alte e strette erano adorne di balaustre di ferro a fiori e disegni Luigi XV. Bette d'Etienville l'ha visitata. "Sono stato in una casa della via Neuve-Saint-Gilles - dice - la cui porta padronale  molto schiacciata, sull'ingresso. A sinistra, c' la portineria; a destra, la scala, piuttosto ordinaria. In alto, un ripiano quadrato che serve da vestibolo, un'anticamera di mediocri dimensioni da cui si entra in un salotto dai rivestimenti di legno, con due finestre l'una dirimpetto all'altra. Una specie di mensola o tavola rotonda col piano di marmo, mobili di stoffa mista, una bellissima arpa; in fondo, un gabinetto di toletta".
La casa  stata conservata. Anche oggid si sale la scala di pietra dalla ringhiera lucente ad alti fiordalisi che, con passo rapido e nervoso, Giovanna di Valois fece tanto sovente.
L'appartamento, preso in affitto nel settembre del 1782, non pot venir subito occupato, non avendo gli sposi il modo di ammobiliarlo. Il 6 ottobre, Giovanna scrisse alla baronessa de Crussol d'Uzl, nuora della marchesa di Boulainvilliers: "La maggior parte de' miei indumenti si trova al Monte di Piet. Il poco che mi resta e i miei mobiletti sono sequestrati; se gioved non trovo seicento lire sar ridotta a dormire sulla paglia". I La Motte avevano dovuto sloggiare dalla Citt di Reims per l'accumularsi dei conti insoluti. Vennero a stare all'Albergo d'Artois, dove Giovanna fu mantenuta dalla mamma della sua cameriera, una certa Briffault, mentre il conte de la Motte, minacciato d'arresto dai creditori, fuggiva da Parigi fino a Brie-Comte-Robert e vi si nascondeva presso un certo Poncet, oste alla Speranza. Il 10 febbraio 1783, parecchi commercianti, creditori dei La Motte, interdicono loro, a mezzo d'usciere, la vendita o l'uscita di quel poco mobilio ch'era ancora rimasto. E Giovanna ritorna dal cardinale di Rohan. Costui acconsente a farsi garante per lei d'una somma di 5.000 lire, prestata da un usuraio di Nancy, Isacco Beer. Un altro ebreo, rigattiere, presta cauzione per dei mobili. Intanto la signora de la Motte aveva fatto tornare il marito e, verso Pasqua del 1784, pu finalmente prendere possesso della casa di via Neuve-Saint-Gilles.
La signora de la Motte si sosteneva grazie alla devozione de' suoi servitori; meravigliosa devozione di esseri semplici e amanti, la cui essenza  l'attaccamento al padrone; servitori come se ne videro tanti sotto l'Antico Regime, rimasti al servizio dei loro signori senza stipendio, aiutandoli anzi coi proprii denari nei momenti di estremo disagio, sacrificandosi per loro fino alla morte. Rosalia, cameriera di Giovanna di Valois, e il suo cameriere Deschamps furono in quel periodo della sua vita i suoi pi solidi appoggi.
"L'apparente agiatezza di via Neuve-Saint-Gilles - prosegue l'avvocato Target - non fa, in realt, che accrescere la miseria effettiva. Marito e moglie non riescivano a vivere di prestiti. Talvolta privi di mobilio in tutto o in parte, a seconda delle strettezze che lo impedivano o dei casi fortunati che ne permettevano il ritorno. Dei piatti di stagno e i giorni di ricevimento, sei piatti d'argento presi a prestito; una pensione di 800 lire, aumentata a 1500, poi ceduta con perdita per l'assoluto stato di miseria; dei domestici mal pagati, degli affari trattati con merci che poi si mandavano al Monte di Piet; e intanto, sempre viaggi, sempre sollecitazioni a Versailles, a Fontainbleau, qualche presente subito ingoiato dal bisogno non appena ricevuto, e debiti e intrighi".
Alla fine d'ogni settimana, Giovanna, aiutata da Rosalia, risciacquava le sue due vesti di mussola e le due sottane di tela, le sole che non avesse date in pegno, e poi le stirava sulla tavola della sala da pranzo. Quanto al conte, non osava pi uscire, per mancanza d'abiti. Il cuoco, anticipava del proprio, per pagare il macellaio ed il fornaio. Ma la borsa del servitore fin coll'esaurirsi. Convenne digiunare.
"Andiamo a letto - diceva Rosalia. - Quando si dorme non si ha fame".
Di quando in quando Giovanna si creava delle risorse "facendo degli affari", ossia speculazioni su merci: prendeva molto a credito: a un punto tale che la polizia se ne insospett.
In agosto, ci fu un allarme vivace. Gli usceri battevano all'uscio. Il fedele Deschamps mise in salvo il letto e le poltrone del salotto, aiutato da un giovane parrucchiere. Li portarono sulla schiena fin da un certo Berlandeux, in via delle Tournelles.
- Presto, mio caro Deschamps, - esclamava la signora de La Motte - staccate gli specchi del salotto e le tende delle finestre.
- Per portarli dove?
- Su, svelto, al Monte di Piet!
E il domestico corre e torna con cinque luigi.
Il barone di Vieuxvillers presta 200 lire, uno dei frati Minimi venticinque luigi. Si comprano dei bei vestiti; un "panier" di pizzo per la contessa, un frac di velluto per il conte, per mettersi in condizione di andare a Corte a presentarvi le proprie petizioni. Siamo nell'ottobre del 1783. Gli sposi La Motte partono alla volta di Fontainbleau. Giovanna, col marito, s'insedia nell'antica casa della cancelleria in via d'Avon. Ha una stanza quadrata, abbastanza grande, addobbata bene. Un caminetto di marmo bianco; alle finestre delle tende di mussola a fiori. "Molti signori per bene venivano alternativamente a trovare la signora contessa, mentre il signor conte andava a scaldarsi negli appartamenti del castello". - "Militari e magistrati facevano a gara nel farle visita e lasciarle delle prove della loro generosit".
 XI.
ATTORNO ALLA CORTE.
Il denaro ricevuto veniva sprecato e urgevano sempre nuove risorse. Si escogitano mille e un sistema. Per andare a Corte, la coppia comitale ha preso a nolo una carrozza da rimessa. Ma non ha denaro. Passano ambedue, nella loro vettura, in via Sant'Onorato, dal mercante di stoffe Lenormand. Giovanna compera a credito una pezza di raso di venticinque once, la prende con s e prosegue. Giunta ai Campi Elisi, manda il cocchiere a prendere una carrozza da noleggio, in piazza Luigi XV. La Motte vi sale, porta al Monte di Piet la pezza, ne riscuote 12 luigi e ritrova, la sera, sua moglie a Versailles ove ambedue si congratulano a vicenda per il buon esito della spedizione.
La signora de la Motte aveva uno scopo preciso. Voleva riavere i beni che, un tempo, avevano appartenuto alla sua famiglia, le terre di Fontette, d'Essoyes e di Verpillires, di cui i suoi padri, diceva, erano stati ingiustamente defraudati. La restituzione le pareva tanto pi facile ad ottenere in quanto che una parte di quei dominii era da qualche tempo caduta fra le mani del re. Non riusc per, malgrado ogni sforzo, a valicare la cerchia dei pi piccoli borghesi di Versailles. Disperando oramai di poter riuscire coi mezzi soliti, ne immagin di pi audaci. Un giorno di dicembre del 1783, nell'affollato salone di servizio di Madama Elisabetta, sorella di Luigi XVI, finse di svenire di debolezza e d'inedia. La principessa venne avvertita "che una donna di nobile condizione moriva di fame nella sua anticamera. Assai commossa, si fece portare la petizione che, molto a proposito, Giovanna teneva in mano e fece trasportare la giovane donna, in barella, al suo domicilio ch'era allora l'albergo di Jouy.
Rimasta sola, Giovanna chiama il fedele Deschamps:
"Se Madama manda qualcuno a chiedere notizie del mio stato, dite che ho fatto un aborto e m'han cavato sangue cinque volte".
I medici di Madama vennero a visitarla, in due riprese. La principessa le mand duecento lire, un'altra volta dieci luigi. L'abate Malet fece nei salotti di Corte una questua che produsse trecento lire. Con quel danaro, Giovanna veniva durante la notte, da Versailles a Parigi; e la mattina dopo tornava a Versailles, per mettersi a letto. Trascorse cos tre mesi a Versailles, donde lasci, all'albergo di Jouy, un debito di cinquecento scudi.
Fu in quell'epoca che, dietro le istanze di Madama, la pensione di Giovanna di Valois venne portata da 800 a 1500 lire. Ma cos'erano per i La Motte 1500 lire? Giovanna tent di penetrare fino dalla principessa che pareva s'interessasse per lei; ma appunto allora Madama Elisabetta subodor l'artifizio e l'allontan come un'intrigante. Un secondo svenimento non le riusc in casa della contessa d'Artois.
Terzo tentativo il 2 febbraio 1784, ancora pi audace. Giovanna va a mettersi nella galleria degli Specchi, sul passaggio della regina che si reca a messa; irrompe attraverso la folla e cade svenuta. Ma successe un tal parapiglia che la regina non pot nemmeno scorgerla. Il colpo era fallito.
Alla fine, Giovanna rinnov le sue sincopi, complicate con convulsioni nervose, sotto le finestre dell'appartamento occupato da Maria Antonietta. Ma nemmeno stavolta la regina vide. Nelle sue Memorie, in cui ai proprii desiderii d l'apparenza della realt, la Signora de la Motte svela il fondo del suo pensiero:
"Il re trov Sua Maest in uno stato d'agitazione estrema e s'affrett a chiedergliene la causa. Essa rispose d'essere stata testimone d'uno spettacolo molto triste; aveva visto una giovine donna cadere in preda a convulsioni orribili. - Ho chiesto il suo nome - aggiunse la regina - e m'hanno risposto ch'era la damigella di Valois, moglie del conte de la Motte.  assai spiacevole l'incidente capitatole.  una coppia giovine che compiango di tutto cuore. - L'interesse che avevo suscitato nella regina non poteva a meno di destare le invidie di coloro che ci tenevano a unicamente accaparrarsi i suoi favori".
La sola persona a Corte di cui Giovanna riusc a fare la conoscenza, fra tanti passi e tante sollecitazioni, fu un certo Desclaux, musicista del re e garzone d'onore della camera della regina, col quale desin parecchie volte durante l'anno 1782, in casa della moglie d'un chirurgo ostetrico di Versailles; ma, dopo, cess di venir ricevuta in quella casa e perdette di vista Desclaux.
Tuttavia, a Versailles, a Parigi, nella societ che frequentava la sua casa di via Neuve-Saint-Gilles, Giovanna spargeva la voce della influenza che stava acquistando a Corte, dove, diceva lei, non la chiamavano pi che la "contessa di Valois"; mangiava con Madama e la "contessa d'Artois, era favorita dalla bont della regina, anzi, aveva libera entrata ne' suoi appartamenti. E i viaggi a Versailles divennero sempre pi frequenti.
Quei ricevimenti a Corte si limitavano, ahim, a tenersi rinchiusa nell'alloggio mobiliato del Gobert, dove Giovanna viveva mangiando di quel che dava la loro tavola, un piatto di cavoli, di lenti o di fagioli, come unico pasto e pagando dodici soldi. Ma anche a Gobert narrava d'essere ricevuta a Corte; e, certi giorni, i giorni in cui diceva di pranzarvi, andava a sedere alla mensa comune dell'albergo di Jouy. Rincasava tardi e non finiva pi di elogiare le cortesie di Madama, l'affabilit della contessa d'Artois, e la bont della regina che si degnava di onorarla della sua simpatia.
Al signor de la Fresnaye, che nutriva dell'amicizia per Giovanna, giunse la voce di tale diceria che andava sempre pi accentuandosi. L'avvert piuttosto ruvidamente:
"Comare mia, durante il mio soggiorno a Versailles, ho saputo quello che si dice di voi. Vi vantate, a quanto pare, di avvicinare la regina, di parlarle. Lonard, parrucchiere della regina, che era presente, ha detto che basterebbe una sua parola alla sovrana per farvi mettere subito sotto chiave per tutto il resto de' vostri giorni; e ch'era sicuro che voi non vedevate la regina. Se questo non  e voi ne date vanto, siete una donna perduta".
Giovanna, sulle prime, sconcertata, balbett:
"Non mi vanto di parlare con la regina".
Ma subito, riprendendosi:
"Vedo Sua Maest e non ne parlo mai!".
Giovanna aveva un disegno. Preparava e studiava la parte di quella che alla luogotenenza di polizia chiamavano "una che fa degli affari negli uffici dei ministri a Corte". Negli incartamenti degli archivi della Bastiglia si trovano a centinaia i nomi di quei venditori di fumo che abusavano di un credito reale o fittizio per farsi dare, da destra e da sinistra, delle somme di denaro, mediante promessa di far riuscire un certo piano, di far dare un posto o una decorazione. Industria naturalmente florida in quell'epoca in cui dalla volont di un ministro, di una favorita della sovrana, potevano dipendere decisioni della massima importanza. Giovanna cap che il giorno in cui tutti fossero stati persuasi della sua influenza presso Madama e presso la regina, sarebbe stata la fine d'ogni suo guaio. Il suo nome - Giovanna di Valois - che faceva suonare molto alto e precedere fin quello del marito, firmando "contessa di Valois-La-Motte" le era di grande aiuto. Aveva gi ottenuto dei risultati non spregevoli. Aveva scroccato 1000 scudi al signor de Ganges, promettendogli di far valere il proprio credito verso la regina per far avere un posto di 80.000 lire al signor de Blainville, fratello dell'abate di Lattaignant, consigliere al Parlamento; s'era fatto inviare dai signori Perrin, negozianti di Lione, che "desideravano presentare un piano utile al governo", - leggete: "alla loro industria" - una cassa piena di stoffe magnifiche, regalo valutato dai conoscitori che la videro, diecimila lire almeno.
 XII.
IL PERSONALE DI CASA DELLA CONTESSA.
La fama che sempre pi si consolidava, di quell'influenza attiva a Corte, e presso la regina, e le attrattive, la grazia gioconda e seducente di Giovanna di Valois, e le grosse bottiglie di Borgogna che il conte portava su dalla cantina, radunavano in via Neuve-Saint-Gilles una cerchia di familiari. Era un'assemblea curiosa: alcuni finanzieri d'et matura, manovranti attorno alla giovane donna di cui subodoravano l'indigenza sotto il lusso apparente; degli abatini graziosi e profumati; qualche avvocato, Laporte, genero del sostituto del procuratore generale referendario; il giovane Alberto Beugnot che veniva - egli dice - soltanto in abito nero e coi capelli lunghi in segno di rispetto; contesse e marchese sul cui blasone la discrezione consigliava di non voler troppo indagare; militari, il conte d'Olomieu, ufficiale delle guardie, - occhio vivace, aspetto marziale, voce sonora - che s'arricciava i baffi, dirigeva i balli e veniva quotidianamente a fare con Giovanna la partita a a tric-trac". Il pi intimo era un certo Rtaux di Villette, antico gendarme, camerata del conte de la Motte, che l'aveva presentato alla moglie. I mariti sono specialisti per certe cose! Rtaux era figlio del direttore generale dei dazii di Lione; bel ragazzo, sulla trentina, ben fatto, con capelli biondi, in cui, malgrado la giovent, brillavano gi alcuni capelli d'argento, occhi azzurri, una carnagione fresca e colorita. Era seducente, faceva dei versi, imitava a morirne dalle risa Madamigella Contat della "Comdie Francaise" e, mentre La Motte pizzicava l'arpa, egli cantava con garbo delle melodie di Rameau o di Francoeur.
Con la sua calligrafia di donna, Rtaux serviva da segretario alla signora de la Motte; e abbiamo fondate ragioni di credere che le sue funzioni andassero pi in l. L'ispettore Quidor, incaricato della polizia delle prostitute procedette in seguito all'arresto di Rtaux a Ginevra. Espertissimo in tal materia, egli classificava le relazioni del giovane segretario con la signora che lo impiegava, con una espressione vigorosa e pittoresca, che non possiamo trascrivere.
La signora de la Motte aveva inoltre un segretario aggiunto, un frate minimo della Place-Royale, procuratore di quella casa, il Padre Loth. Una pusterla del convento dava sulla via Nuova-Saint-Gilles, di fronte al numero 13 in cui Giovanna dimorava. Il frate minimo diceva tutte le mattine la messa per lei, perch ella udiva la messa tutte le mattine. La faceva entrare dalla porticina nella cappella in cui l'aspettava un inginocchiatoio di velluto. Fungeva inoltre da maggiordomo, accaparrava e faceva accettare i domestici, sorvegliava il tinello e la cucina, dava delle ramanzine a Rosalia, la cameriera, ch'era la servetta classica: diciott'anni, figura sottile, occhi neri e un nasino all'ins. Regolava i fornitori e teneva le chiavi di casa quando la coppia comitale andava in campagna. Era, del resto, un bravissimo uomo.
S'era anche visto, nel salotto della contessa, un personaggio giunto da Troyes in Champagne, che si chiamava anche lui di Valois. Giovanna gli diceva: "Mio caro cugino" e lo faceva pranzare con dei cavalieri di San Luigi. Era venuto per farsi riconoscere anche lui seguendo l'esempio della cugina, perch ne aveva grandemente bisogno, essendo padre di sei ragazzi. Ma commise lo sbaglio di dire a tavola che faceva di mestiere il ciabattino; sbaglio che gli valse di essere messo alla porta da Giovanna che gli proib di mai pi riapparire alla sua presenza.
E, infine, la signora de la Motte s'era presa seco una certa signorina Colsen, parente di suo marito, giovinetta poverissima, a cui aveva attribuito le funzioni di lettrice e di dama di compagnia.
Camerieri, cuoco, cocchiere, fantino, coppia di portinai, servetta, lettrice e dama di compagnia, confessore, segretario, maggiordomo, un ufficiale per il "tric-trac", un amico del marito per le mansioni di fiducia, un monaco per gli incarichi delicati: il personale di casa della contessa era cos al completo.
Non appena Giovanna si fu insediata in via Neuve-Saint-Gilles, vi si vide comparire una persona che, per una bizzarra coincidenza, si chiamava pure signora de la Motte; il suo nome di ragazza era Maria Giuseppa Francesca Waldburg di Frohberg, ma essa aveva sposato l'amministratore del collegio della Flche, Pietro du Pont de la Motte. Era stata detenuta alla Bastiglia dal 22 febbraio al 29 giugno 1782; poi trasferita a la Villette, presso un certo Mac, che teneva una di quelle curiose pensioni di prigionieri per rescritto regio, come ce n'erano molte a Parigi, prima della Rivoluzione. Era evasa di l, pochi giorni dopo. La storia di quest'altra signora de la Motte  per noi interessante. Anch'essa si vantava di godere la fiducia della sovrana, mostrava delle lettere che diceva averle scritte la signora di Polignac, parlava d'essere in gran favore presso la principessa di Lamballe, faceva uso di un sigillo della regina scoperto sulla tavola del duca di Polignac, raccontava in qual modo avesse disarmato, merc il suo credito presso la sovrana, il risentimento della principessa di Gumn contro una certa signora di Roquefeuille; e, mettendo tutta quella bella influenza a disposizione del maggior offerente, carpiva alla gente delle somme importanti. La vedremo fra poco collaborare con Giovanna di Valois; ma costei camminer sulle sue tracce con un'energia e un'audacia che Francesca Waldburg di Frohberg non avrebbe sospettate.
Intanto Giovanna, che conduceva una vita sempre pi brillante, sentiva sempre pi il peso gravoso della miseria. Un salvacondotto del ministro Amelot la mise al coperto dalle azioni giudiziarie che volevano esercitare contro di lei dei creditori ai quali da due anni doveva una forte somma di denaro. Ma, com'essa scrive al controllore generale pochi giorni dopo, "questo non mi mette al coperto dal vendere i miei mobili". "Far del baccano, aggiunge, e non posso fare diversamente. Bisogna che io viva, coi miei". Il 6 aprile, una condanna per debiti  pronunziata dal podest di Parigi. L'affitto del San Giovanni del 1784, non pu venir saldato se non grazie a trecento lire che il Padre Loth  riuscito ad avere a prestito.
Giovanna scriveva il 16 maggio 1783 a Lefvre d'Ormesson: "Voi mi trovate certo, signore, molto stravagante; ma non posso astenermi dal lamentare che non voglia essermi accordata la pi piccola delle grazie. Non mi meraviglio pi che avvenga tanto male al mondo e posso ancora dire ch' la religione che m'ha trattenuta dal farne".
 XIII.
IL DOLORE DEL CARDINALE DI ROHAN.
Giungendo dalla sua Ambasciata di Vienna, il principe Luigi di Rohan era portatore di due lettere scritte da Maria Teresa, l'una per Luigi XVI, l'altra per Maria Antonietta. L'accoglienza del re fu delle pi riservate. Lo ascolt per alcuni minuti e disse bruscamente: "Vi far sapere fra breve le mie volont". Quanto alla regina, Rohan non pot nemmeno ottenere da lei un'udienza. Essa mand a chiedergli la lettera affidata a lui dall'imperatrice. Il giovine prelato ne prov una pena profonda, ancor pi grande dell'irritazione. E prese la risoluzione di far di tutto al mondo per raddolcire a poco a poco il rigore della sovrana.
La bambina che aveva salutata e benedetta a Strasburgo era diventata una donna deliziosa, la cui grazia otteneva risalto dalla maest del trono. Rohan cercava di guadagnarsi l'amicizia di coloro che avevano l'occasione d'accostare la regina e avrebbero potuto influire a scacciare dalla mente di lei le impressioni sfavorevoli che il corriere di Vienna non cessava di inculcarvi.
"Le inquietudini di cui Vostra Maest mi fa parte nella sua graziosissima lettera circa gli intrighi del principe di Rohan - scrive Mercy-Argenteau a Maria Teresa, in data 16 luglio 1776 - non erano senza fondamento. Questo coadiutore, essendosi completamente rappacificato con la principessa di Gumn, ottenne da lei che s'assumesse l'incarico di consegnare una lettera alla regina, in cui egli la supplicava d'accordargli un'udienza. Per fortuna la lettera, sotto la vernice del rispetto, aveva una punta d'altezzosit e di rimprovero che spiacque. L'abate di Vermont ed io facemmo del nostro meglio per decidere Sua Maest a dichiarare che non aveva udienze da dare al coadiutore; ma la regina prese un partito meno radicale e, in seguito alle reiterate istanze della principessa di Gunm, la regina senz'accordare n rifiutare, pretest ora un'occupazione, ora una passeggiata, di modo che il coadiutore fu costretto a partire alla volta di Strasburgo senza avere ottenuto l'udienza".
Quando, nel 1777, la carica di grande elemosiniere, la massima dignit che venisse conferita alla Corte di Francia, divenne vacante, Rohan, a cui era stata promessa, arrischi di non venir nominato, per causa della vivissima opposizione di Maria Antonietta, stimolata da Mercy-Argenteau. E il re stesso non diede il proprio consenso se non a condizione che Rohan firmasse un impegno di dimettersi a capo d'un anno; ma, come fa osservare Mercy, i Rohan-Marsan-Soubise godevano di un'influenza troppo preponderante per non saper protrarre la scadenza d'un simile impegno.
Maria Antonietta annunzia la notizia a sua madre: "Penso anch'io come voi, mia cara mamma, circa il principe Luigi che credo di cattivissimi princip e pericolosissimo per i suoi intrighi; e se fosse dipeso da me, non avrebbe ottenuto nessun posto qui. Del resto quello di grande elemosiniere non comporta nessuna relazione con me, e non avr da rivolgergli spesso la parola neanche il re, che vedr soltanto quando si alza e in chiesa".
"Invano - dice l'abate Georgel, segretario particolare del principe di Rohan - il grande elemosiniere scrisse alla regina perfino tre volte: le sue lettere, lo seppe in modo da non poterne dubitare, non furono mai lette. Anzi, nemmeno aperte. Invano si valse della mediazione di gente a cui la regina dava particolari segni di bont e d'amicizia, invano ricorse a Giuseppe II, fratello della regina, all'epoca del suo viaggio in Francia, per essere autorizzato a presentare la propria apologia; le risposte significarono una volont assolutamente decisa a non mai entrare in nessuna via di riavvicinamento o di riconciliazione".
Tuttavia, la regina avrebbe forse finito col lasciar sopire i proprii rancori se non ci fosse stato Mercy-Argenteau, agente di Maria Teresa, in agguato, e sempre pronto a ridestarli. "Cos come lo conosco io, credo il coadiutore de Rohan - gli scriveva l'imperatrice d'Austria - capacissimo di insinuarsi nel cervello di mia figlia, com'ebbe la fortuna di crearsi qui, a Vienna, numerosi partigiani".
Triste e rivoltante spettacolo, quella madre, Maria Teresa, che in sua figlia altro pi non vede se non uno strumento della propria politica. "Tutto in lei, d'ora innanzi - scrive de Nolhac - la sua bellezza, la sua popolarit, la sua maternit, dovr servire, giunta l'ora, agli interessi della politica austriaca". Osa far dire a sua figlia, delfina di Francia, che l'Austria  la sua patria. E questa patria, in che modo vuole ch'essa la serva? Coll'essere graziosa con la Du Barry, la cortigiana che disonora la Corte, e offende in Maria Antonietta il pudore della donna e la dignit della moglie. Maria Antonietta risponde che questo  pi forte di lei, che non pu; ma l'imperatrice insiste, vuole, parla duramente; s'immagina forse sua figlia di doverle dare delle lezioni di dignit e di esperienza? Mercy viene alla riscossa, Maria Antonietta, costretta a cedere, parla sorridendo alla favorita e costei, nella propria riconoscenza un po' brutale, vuol subito che il re le compri, a titolo di ricompensa, un finimento di diamanti.
Maria Antonietta diventa regina. Avrebbe il dovere di entrare in relazione col principe di Rohan, suo grande elemosiniere; ma l'imperatrice veglia con i suoi devoti ausiliarii, il conte di Mercy e l'abate di Vermond e tanto fa che riesce a impedirglielo.
Rohan n'era disperato. Maria Antonietta, graziosa, vivace, lo affascinava. E Rohan era ambizioso. I suoi inizii, i rapidi progressi della sua carriera, la situazione preponderante della sua famiglia, le dignit di cui era rivestito, gli aprivano l'animo alle speranze pi luminose. Gli adulatori, che facevano bottino sulle sue sostanze e sulle sue cariche, lo inebriavano col ricordo di Richelieu, di Mazarino, di Fleury, i cardinali che avevano regnato sulla Francia. "Aveva pi che il diritto, aveva il dovere - gli dicevano - di giungere al timone dello Stato". La disgrazia fu che il principe di Rohan fin col crederlo. "Dettava al segretario, barone di Planta, i piani che avrebbe messo in azione qualora fosse entrato al Ministero. Erano programmi di riforme politiche la cui esecuzione avrebbe fatto la fortuna dei Francesi. Ma c'era un ostacolo, tra il potere e lui. E quale ostacolo! La regina.
 cos che, sempre pi profondamente, in quel cervello in cui l'immaginazione occupava tanto spazio, in quel cuore assolutamente femminile che non lasciava adito alla ragione, prese radice un'idea fissa, un'ossessione tremenda and sviluppandosi: riconquistare le buone grazie della sovrana.
"Mi figuravo - dice il conte di Beugnot - quel disgraziato cardinale fra Cagliostro e la signora de la Motte". Costoro, fin dal primo giorno, ne avevano indovinato il carattere buono e credulo, d'un'ingenuit fiduciosa, un carattere infantile, e indovinata anche l'ambizione che lo rodeva e che, nonostante ricchezze e onori, faceva il tormento della sua vita.
Cagliostro si proponeva di giungere allo scopo mediante le sue cerimonie cabalistiche.
Il conte de la Motte aveva una sorella, sposata a Bar-sur-Aube con un Laucotte de la Tour, uomo di spirito ma caustico e brutale. Abbiamo visto i due giovani trovar asilo in casa La Tour quando la signora di Surmont li ebbe scacciati dalla sua. Le signora La Tour, stufa e arcistufa della malignit beffarda del marito, l'aveva lasciato nel 1783 per venirsene a Parigi, con la figlia Maria Giovanna, da una zia, la signora di Clausse, parente del signor di Surmont, la quale l'aveva accolta in casa propria, in via del Sentiero. Maria Giovanna era una signorinetta quindicenne, dotata d'una bellezza e d'una bianchezza di carnagione notevoli. Ora Cagliostro, per le sue operazioni, abbisognava d'una veggente, soggetto non tanto facile a trovarsi per le condizioni che implicava: purezza angelica, nervi delicati, occhi azzurri; occorreva, inoltre, che l'angelo fosse nato sotto la costellazione del Capricorno. E la signorina de la Tour, per caso, adempieva a tutte queste condizioni. "La madre - dice Beugnot - fu sul punto di morir di gioia. E credette che i tesori di Menfi e della grande citt dell'Africa interna stessero per ricadere sulla sua famiglia a cui sarebbero stati enormemente utili".
L'illustre mago credette bene di procedere a delle esperienze preliminari. Ricevette la giovinetta nel suo laboratorio, impiantato nel palazzo di Rohan, in via Vieille-du-Temple.
"Signorina - le disse -  vero che siete innocente?". Essa rispose con disinvoltura: "S, signore". Cagliostro ribatt: "Sta bene. Adesso sapr subito se  vero. Raccomandatevi a Dio, e, con la vostra innocenza, mettetevi dietro questo paravento, chiudete gli occhi e desiderate mentalmente ci che avreste piacere di vedere. Se siete innocente lo vedrete; se no, non vedrete nulla". La signorina de la Tour si pose dietro il paravento mentre Cagliostro e il cardinale - che stava accanto al caminetto - rimanevano fuori.
Cagliostro si mise a fare per un po' dei segni magnetici; poi, si volse alla giovinetta: "Battete un colpo a terra e ditemi se vedete qualche cosa". "Non vedo nulla", rispose Maria Giovanna. "Allora, signorina, non siete affatto innocente". La signorina, punta sul vivo, disse subito che vedeva quello che desiderava e usc dal paravento soddisfatta d'aver convinto gli uditori della propria innocenza.
Possediamo un preziosissimo interrogatorio di Maria Giovanna de la Tour, narrante pi tardi ai commissarii del Parlamento le cerimonie di Cagliostro.  un documento preciso, autentico, e che lumeggia in modo assai curioso il carattere del principe di Rohan.
La giovinetta narra che, essendosi recata con sua madre al palazzo del cardinale, "il palazzo di Strasburgo", vi trov costui con Cagliostro. Le venne messo un grembiulino bianco, su cui c'era una piastra d'argento; e dopo averle fatto recitare delle preghiere le fu detto d'accostarsi a una tavola su cui stavano due candele accese e un gran vaso pieno d'acqua chiara. Cagliostro, dall'altro lato del paravento, faceva gesti con una spada, invocava il gran Cofto, gli angeli Raffaele e Michele. Chiedeva alla signorina de la Tour se non vedeva nel recipiente la regina. Maria Giovanna, che non vedeva nulla, rispose di vederla benissimo; e questo, dichiar ai giudici "tanto per cavarsela".
Cagliostro le chiese poi se non vedesse degli angeli e delle figurine che volessero baciarla e siccome la risposta fu negativa: "Andate in collera - incalz lui, - battete il piede, chiamate il gran Cofto, dite agli angeli di venire ad abbracciarvi!" Al che essa replic che li vedeva e che abbracciava gli omettini; e questo - aggiunse poi - sempre per "cavarsela". "Il cardinale, nel frattempo, stava pregando, prosternato; e andandosene via disse alla fanciulla di non aprir bocca su nulla, perch gli avrebbe fatto torto".
La signorina de la Tour si rec al palazzo del cardinale un'altra volta. S'era portata seco un lungo camicione bianco e una sciarpa turchina, come le era stato raccomandato da Cagliostro. Con indosso quella camicia e quella sciarpa, venne introdotta in una stanza rischiarata da candele. C'era ancora sulla tavola un vaso pieno d'acqua limpida e, all'ingiro, delle stelle, delle figurine e certi segni che non aveva mai visto. Erano geroglifici e figurine rappresentanti Iside e il bue Api. Cagliostro, ricominciando a fare dei gran gesti con la spada, le domand se non vedesse nella caraffa una donna bianca e se costei non assomigliasse alla regina. Maria Giovanna rispose di s, bench non vedesse assolutamente nulla.
"Egli le chiese in seguito se non vedeva un vecchio vestito di bianco, che passeggiava in un giardino e veniva per abbracciarla; essa rispose che lo vedeva - e questo tanto per finirla". Dovette poi ripetere le invocazioni al gran Cofto e all'angelo Gabriele; poi Cagliostro l'avvert che avrebbe visto il cardinale in ginocchio, con in mano una tabacchiera entro cui c'era un piccolo scudo; e, siccome ricominciava, sempre pi agitato, gli stessi gesti con la spada, la fanciulla gli disse che vedeva effettivamente il cardinale inginocchiato, con in mano una tabacchiera in cui stava un piccolo scudo. Allora il cardinale, eccitatissimo, disse ch'era incredibile, straordinario" e aveva - osserva la ragazza - "un'aria di gioia e di soddisfazione". Il principe di Rohan, pi tardi, davanti al Parlamento dir: "Sono stato completamente accecato dal desiderio immenso che avevo di riconquistare le buone grazie della regina".
Ecco com'era fatto il cardinale di Rohan. E questa inverosimile credulit  l'ostacolo principale contro cui cozza la storia della collana. Eppure testi precisi, concordanti, autentici, provano che il cardinale era incredibilmente credulo. Due giorni prima che venisse arrestato, Cagliostro l'aveva convinto d'aver pranzato con Enrico IV. "Tale aneddoto - dice la Gazzetta di Leida - di cui possiamo garantire l'autenticit, giustifica tutte le imprudenze del cardinale". "La sua incredibile credulit - nota il duca di Lvis -  realmente il nodo di tutta la faccenda e dispensa dal ricorrere alle spiegazioni non meno incredibili che non si manc di suggerire". Si obbietter che, dapprima, abbiamo presentato Rohan come un uomo di spirito. Nel suo Guardia del Corpo, Manuel ha preveduto l'obbiezione e cita il Barbiere di Siviglia: "Quando la vaporosa Susanna dice a Figaro che la gente di spirito  sciocca, Susanna ha proprio ragione".
 XIV.
IL FAVORE DELLA REGINA.
La contessa de la Motte aveva dal canto suo montate le sue batterie. Nell'aprile del 1784, cominci col parlare al cardinale, in modo discreto dapprima, delle proprie relazioni colla regina. Poi diede dei particolari che Rohan, tenuto a distanza dalla Corte, non poteva controllare. Accumulava gli aneddoti, con la sua fantasia vivace e precisa, che, nel corso stesso della narrazione, la serviva con tant'abbondanza e rapidit. Il cardinale, fiduciosissimo, non dubitava affatto; tanto meno poi udendo dalla bocca di lei delle notizie sempre pi piacevoli. Essa cos affermava di essere accolta nell'intimit della regina, che per lei non aveva pi segreti e confidava i propri pensieri proprio a lei, amica sua, cugina sua, figlia dei Valois; pensieri di cui conosceva adesso il fondo meglio forse che non lo stesso re. E poteva attestare che la regina a poco a poco si ricredeva dalle impressioni primitive, perfide menzogne insinuatele dal conte di Mercy, calunnie portate dal corriere di Vienna. La condotta del cardinale di Rohan, tanto generosa di fronte al proprio nepote, il principe di Gumn e altre prove della sua beneficienza, indicano, diceva la regina, ch'egli ha il cuore buono. In maggio, Giovanna dichiar al principe Luigi che, tutta penetrata di riconoscenza per tanti benefizi ricevuti, essa era decisa a consacrare d'ora innanzi tutta l'influenza di cui godeva a Corte al bene di lui; e nel mese di maggio gli annunzi, col volto raggiante di gioia, che lo scopo stava di sicuro per venire raggiunto.
Anzi, si spinse pi in l; e rinnovando il metodo ch'era nel 1777 riuscito tanto bene alla sinora Cahouet di Villiers con l'appaltatore generale Branger, riusc a convincere Rohan che la regina, nel passare, gli avrebbe fatto un cenno del capo da cui chiaramente doveva trapelare il suo interessamento. Rohan stette sull'attenti e quel segno, "quella sfumatura", come disse poi, credette veramente di scorgere a parecchie riprese. Stabilito questo, la signora de la Motte fece un passo innanzi. Si arrischi a mettere sotto gli occhi del principi Luigi di Rohan delle lettere su carta bianca filigranata, con un orlo azzurro chiaro e negli angoli i gigli di Francia, che diceva scritte dalla sovrana alla cugina contessa di Valois, e in cui, di tratto in tratto, passava il nome del grande elemosiniere.
Padre Loth deporr pi tardi davanti ai Commissari del Parlamento: "Mi ricordo che una volta, presentandomi in casa della signora de la Motte per parlarle, non potei entrare da lei perch'era occupata, dicevano, con messer Villette. Poco dopo venne aperto l'uscio e io vidi, accanto al letto della signora de la Motte, un tavolino da notte su cui stava l'occorrente per scrivere e della carta filigranata, orlata di vignette azzurre". Il fedele Deschamps andava a comperare la carta con vignette dal profumiere di via S. Anastasio, e talvolta, da un cartolaio in via dei Franchi-Borghesi.
La signora de la Motte poco tempo dopo disse al cardinale: "Le mie istanze ottennero il loro effetto. Sono autorizzata dalla regina a chiedervi la vostra giustificazione scritta". Giovanna aveva un sorriso incantevole e la voce suadente; Rohan ascoltava, incantato, persuaso. E scrisse la propria giustificazione. Vi impieg una cura infinita. La prima copia venne fatta e stracciata venti volte. Finalmente ne consegn il testo. La signora de la Motte port qualche giorno dopo una risposta su carta di piccolo formato, con orli dorati. La regina scriveva: "Sono lietissima di non trovarvi pi in colpa. Non posso ancora accordarvi l'udienza da voi desiderata. Quando lo permetteranno le circostanze, vi far avvisare. Usate molta discrezione". E la contessa de la Motte incit il cardinale a rispondere per esprimere la sua gioia, la sua gratitudine.
Villette confesser davanti al Parlamento d'aver cominciato a scrivere al cardinale delle lettere, sedicenti della regina, nel maggio 1784. Scriveva sotto dettatura della signora de la Motte. Erano - dir poi - delle lettere "gradite". Dapprima disse "d'inclinazione", ma poi si corresse.
"Non capivo - dichiarer Villette - ci che mi faceva scrivere la signora de la Motte; ma mi accorgevo che, con i suoi scritti, voleva ingannare il cardinale, e dalle risposte del cardinale, vedevo ch'egli ambiva servirsi del credito della signora de la Motte presso la regina, per diventare primo ministro".
Quelle lettere furono abbastanza numerose, ma tutte, tanto quelle che dovevano parere emanate dalla regina, quanto le risposte del principe Luigi, venivano abbruciate man mano da Giovanna di Valois.
"Fu cos - osserva l'abate Georgel - che lettere e risposte si susseguirono. Quella corrispondenza di cui, disgraziatamente, non si sono pi trovate le vestigia, era graduata e a sfumature, nelle pretese lettere della regina, in modo da far credere al cardinale d'essere giunto a ispirare a quella principessa la pi intima fiducia e il massimo interesse".
Georgel parla, in data d'allora, dei conciliaboli fra Rohan, il barone di Pianta, suo uomo di fiducia, Cagliostro e il segretario particolare del cardinale, Ramond di Carbonnires.
Il barone Federico di Pianta apparteneva a una buona famiglia dei Grigioni. Era protestante e aveva servito come capitano, distinguendosi, negli eserciti del re di Francia e in quelli del re di Prussia. Il principe Luigi s'era imbattuto in lui a Vienna, dove Pianta gli aveva reso dei grandi servigi in qualit di "osservatore delle cose della Corte e della politica". Carbonnires era un giovane distintissimo, ma dalla mente esaltata, ch'ebbe pi tardi, come deputato di Parigi, una parte notevole nei comitati dell'Assemblea legislativa. A quel piccolo Consiglio venne aggiunta la signora de la Motte. Si leggevano in gran segreto, alla luce delle candele, i biglietti dalla striscia turchina. "La signora de la Motte - osserva Georgel - prendeva in giro tutti". Cagliostro invocava l'angelo della luce e lo spirito delle tenebre. Egli profetizz che quella fortunata corrispondenza avrebbe innalzato il principe al pi alto grado di favore, che la sua influenza nello Stato stava per diventare preponderante e ch'egli ne avrebbe fatto uso per la divulgazione dei buoni principii, la gloria dell'Essere supremo e la felicit dei Francesi. Tanto che Rohan non dubit pi del desiderio che la regina aveva di riceverlo per dirgli a quattr'occhi i suoi sentimenti d'affezione e di stima, ma che, a cagione di Breteuil e della sua fazione tanto potente ancora sullo spirito del re, quel mutamento d'opinione doveva tenersi nascosto per qualche tempo ancora. La prima intervista avrebbe avuto luogo segretamente, di sera, in fondo ad un viale solitario del parco di Versailles, a poca distanza dal castello.
Fu per Rohan un'aurora radiosa di luce e di gioia. A distanza, la regina era divenuta per lui una creatura soprannaturale, radiosa, nella gloria regale, di grazia e di bont. Ed era la bont che la riavvicinava a lui. Essa sapeva adesso la cagione de' suoi debiti, di quei debiti tanto rinfacciati, e certo rimproverava a se stessa la propria durezza, quello sprezzo freddo e altero col quale lo aveva cos a lungo tormentato. Stava per dirgli ella stessa quanto fosse tornato nelle sue grazie e come ora ella sapeva chi egli fosse. Sarebbe venuta ad annunziargli il favore da lui riconquistato, sola, nel silenzio della notte, in aspettativa del giorno in cui poterlo proclamare davanti alla Francia intera.
Rohan stava appoggiato coi gomiti al davanzale della finestra aperta sui giardini del palazzo Soubise. La sera si oscurava. Le sue idee diventavano confuse. Egli stesso non sapeva pi veder chiaro nei propri sentimenti. In lui non c'era pi che un'emozione di riconoscenza, per la sovrana graziosa e clemente, e anche per la giovane donna, Giovanna di Valois, da lui aiutata nella miseria con un po' di denaro, come una miserabile, e che adesso, con le sue deboli mani, per effetto della Provvidenza troppo benigna al poco ch'egli aveva fatto, portava lui, principe della Chiesa, quasi fin presso il trono regale.
"Ho sempre notato - dir l'anno dopo un libellista, durante lo smercio clandestino d'un libello venduto sottomano - nel genio del signor Cardinale, una specie di elevatezza, di rettitudine e di penetrazione, che me l'hanno fatto notare come un uomo raro, le cui qualit non si mostrano in giusta luce perch egli non sa piegarsi abbastanza in modo da farle valere e attirarsi la stima che meritano.  una pietra preziosa che, faccettata secondo leggi poco comuni, d un genere di splendore a cui non si  abbastanza avvezzi per valutarne il pregio".
 XV.
LA BARONESSA D'OLIVA.
Nel luglio del 1784, il conte de la Motte notava nei giardini del Palazzo Reale - il luogo di convegno, in quell'epoca, della giovent allegra, dove La Motte, per ragioni sue, si trovava sovente - una bella donnina che veniva regolarmente a sedere sempre allo stesso posto, distraendosi a giocare graziosamente con un bambino. Aveva dei lunghi capelli d'un biondo cenere, morbidi e ondulati, un seno magnifico e due occhioni azzurri dall'espressione chiara e dolce, uno sguardo infantile. Esercitava il grazioso mestiere di modista e si chiamava Maria Nicoletta Leguay. Era nata in via S. Martino, il 1 settembre 1761, da Claudio Leguay, ufficiale invalido, borghese parigino e da sua moglie Margherita David. "La mia prima "disgrazia - dir in seguito -  stata di perdere troppo presto una madre tenera e vigilante, la presenza e le cure della quale avrebbero allontanato da me i pericoli inseparabili da una giovinezza in bala di se stessa". Orfana d'ambo i genitori, Nicoletta era stata collocata in via della Grange-Batelire, in casa d'un certo Antonio Legros, che teneva a dozzina dei ragazzi; ma vi ebbe dei maltrattamenti e la sua educazione venne interamente negletta. La fanciulla fu costretta a fuggirsene e si trov sul lastrico. Legros s'astenne dal farle conoscere la sua famiglia; e anche dal consegnarle una somma abbastanza rilevante che, prima di morire, Leguay gli aveva affidato per la figlia. Morto Legros; gli eredi di costui, nel febbraio 1783, fecero avere a Nicoletta quattromila lire. In realt, gliene dovevano di pi; ma, debole nella difesa, essa accett quella transazione. Non la chiamavano pi Nicoletta Leguay. Nel mondo della giovent dorata, non era conosciuta che sotto il nome di guerra di signora di Signy; perch, da buona figliuola - troppo buona figliuola, certo - non sapeva rifiutare nulla, quello che si dice nulla, a coloro - ed erano molti - che ammiravano i suoi vezzi. Dimorava nel Piccolo albergo di Lambex, in via del Giorno, assiduamente frequentata da un giovane gentiluomo, Gian Battista Toussaint di Beausire, scudiere, figlio di un luogotenente del magazzino di sale di Parigi, che, orfano pure dei genitori, stava allegramente spendendo il patrimonio ereditato ch'era abbastanza cospicuo.
La giovane modista andava sovente a passare un paio d'ore del pomeriggio nei giardini del Palais-Royal, con un bimbo quattrenne, un leggiadro omettino dai riccioli bruni, affidatole dai parenti e a cui voleva bene.
Nicoletta era, insomma, una buona e gentile creatura, una di quelle piccole Parigine che alla vita non chiedono molto e colgono in giovinezza i frutti dell'amore, beate di essere belle e di sentirsi il cuore traboccante di tenerezza; spensierate e fiduciose, ingenue e scaltre, ma d'una scaltrezza innocua affatto. Maria Antonietta la tratter con disprezzo: "una femminaccia da strada" dir lei. Conserviamole invece la nostra simpatia. In fondo, la meritava.
Il conte de la Motte  subito colpito dalle grazie della donnina e ancor pi dalla sua somiglianza, davvero prodigiosa, con Sua Maest. Attacca discorso. "Si presenta - dice Nicoletta - con tutte le apparenze del rispetto e dell'onest e mi prega di permettergli di venire a trovarmi e farmi la corte. Non m'arrischiai di rifiutargli simile permesso". Si capisce...
Nei suoi libelli, Motus, pessima lingua, riproduce il racconto di Nicoletta, inframmezzandolo d'osservazioni personali:
"Un giorno del mese di luglio - dice Nicoletta - dopo mezzogiorno, stavo seduta al Palais-Royal. Mi teneva compagnia il bimbo di cui ho parlato. Vedevo passarmi davanti, a parecchie riprese un giovinotto alto, che passeggiava solitario. Non lo conoscevo. Egli mi fissa. Mi accorgo anzi che, man mano si avvicina, rallenta l'andatura, come per osservarmi a miglior agio. Una sedia era vacante, a due passi dalla mia. (Una strizzatina d'occhi..., interrompe Motus).
"- Viene a sedere - prosegue Nicoletta.
"-  cos che succede - osserva Motus.
"- Sorvolo su queste circostanze preliminari i cui particolari sono affatto inutili - dice Nicoletta.
"- Inutilissimi - conferma Motus. - Anche l'individuo pi ottuso sa come avvengono queste cose.
"- Basti il dire - continua Nicoletta - che c'incontrammo parecchie volte di seguito al Palais-Royal.
"- Benone! - esclama Motus. - La va liscia come un olio.
"- Una sera dopo averlo salutato stavo tornando a casa quando m'accorsi che egli m'aveva seguita.
"- Si usa cos - conclude filosoficamente Motus".
Il conte de la Motte si conform alle usanze in modo rigoroso. E sua moglie, che non tard a conoscere una cos gentil persona, introdusse Nicoletta Leguay nel proprio salotto di via Neuve-Saint-Gilles, dopo averle affibbiato il nome di baronessa d'Oliva, anagramma del nome Valois. La invit a pranzo, usandole ogni sorta di premure, e di moine. E s'accaparr subito la nuova amica, per i disegni che aveva in mente. Non le chiedeva del resto che una sciocchezza e "farete tanto piacere alla regina, bellezza mia, che ha l'intenzione di darvi in contraccambio quindicimila lire e anche un regalo assai pi rilevante.
"- Che cosa volete dunque che io faccia?
"- Una piccolissima cosa. Consegnerete una sera, in un viale dei giardini di Versailles, una rosa e un biglietto a un gran signore che vi bacer la mano.
"- Ma che cosa importa alla regina?
"- Cuoricino mio, sarebbe troppo lungo spiegarvelo. Il conte verr a cercarvi domani sera e vi condurr a Versailles".
"Non fu affatto difficile - dir la signora de la Motte ai commissarii del Parlamento - convincere quel giorno la ragazza d'Oliva a rappresentare quella parte, perch  assolutamente sciocca".
 XVI.
IL BOSCHETTO DI VENERE.
L'indomani era l'11 agosto 1784. Fra le sette e le otto di sera, il conte de la Motte e Rtaux de Villette vanno, in carrozza di rimessa, a prendere la nuova baronessa d'Oliva al Piccolo albergo di Lambex e partono con lei alla volta di Versailles. Giungono alle dieci di sera. La vettura si ferma in piazza d'Armi dove i viaggiatori mettono piede a terra. Dal canto suo, la signora de la Motte, in altra vettura di rimessa, era andata a prendere il barone di Planta ed era giunta con lui e con Rosalia, la servetta dal naso all'ins. Nicoletta vien condotta nell'alloggio provvisoriamente occupato dalla contessa presso i Gobert, in piazza Delfina.
La signorina d'Oliva  pettinata da Rosalia secondo gli ordini e i gusti della signora de la Motte: una pettinatura chiamata "a mezza-berretta".  la signora de la Motte stessa che la veste; le fa indossare una veste bianca e leggera a puntini, con sottoveste rosa; una "veste alla bambina" detta allora "gaulle", oppure "camicia". La contessa ne attinge l'idea dal ritratto di Maria Antonietta dipinto da M.me Vige Lebrun, che aveva fatto tanta impressione esposto al Salon del 1783; in cui la regina era dipinta con quella "gaulle" lunga e bianca, semplicissima, di cui la mussolina e la tela battista facevano le spese.
Prima d'uscire, la signora de la Motte butta sulle spalle della giovane compagna una mantellina bianca, di lanetta fine e le mette in testa una "calche" in garza d'Italia bianca. Indossa a sua volta un domino di seta nera arabescata. E vanno tutti dal pi famoso trattore della citt, per cenarvi e farsi coraggio.
* * *
Nel grande parco, fosco, deserto, c' il silenzio della notte. Si ode soltanto in lontananza, nell'ombra, il rumore dell'acqua che gorgoglia nelle vasche. Il cielo  cupo, senza luna n stelle. La baronessa e i suoi due compagni, dopo avere passeggiato alquanto sulla terrazza che si stende davanti al castello, il cui gran rettangolo non forma pi che una massa nera entro la notte buia, sono discesi verso il boschetto di Venere. Vi entrano. Il boschetto, rannicchiato contro il muro enorme che sostiene lo scalone dei Cento-Gradini, in quel bassofondo,  ancora pi tetro. I pini e gli abeti, i cedri, i tigli, gli olmi intrecciano i loro fogliami.  una volta i cui spiragli non lasciano scorgere che un cielo nero. I viali fanno delle cortine fitte di larici, di carpini e di bosso. A malapena si discerne il quadrato d'una piccola radura, i viali e la rotonda centrale. Qui, il silenzio  assoluto. Soltanto gli uccelli notturni, volando, sfiorano le foglie con l'ali; frusco inaspettato che d i brividi. Nicoletta ha veramente paura e si stringe al conte de la Motte. A un tratto, come un'ombra, appare un uomo a cui il conte dice: "Ah, eccovi!" e l'uomo scompare.  Rtaux de Villette.
Giunti in un viale, la signorina d'Oliva, timorosa, immobile, non osa voltarsi. Le orecchie son tese ad ascoltare. I ciottoli dei viali scricchiolano sotto un rumore di passi che s'avvicina. Tre uomini. Uno di essi si avanza:  alto, sottile, attillato nella "rdingote" sotto il lungo mantello; si  calcato in testa un cappellone che gli nasconde il viso. La signorina d'Oliva si sente spingere per il braccio. Il conte e la contessa de la Motte si sono allontanati. Essa  sola. Trema come le foglie degli alberi; la rosa che tiene fra le dita le sfugge. Ha in tasca una lettera ma non pensa a servirsene. L'uomo dal lungo mantello s'inchina fino a terra, le bacia l'orlo del vestito. Nicoletta mormora non sa che cosa; non se n' resa mai conto. Il cardinale, non meno commosso di lei, crede di udire: "Potete sperare che il passato verr dimenticato". S'inchina nuovamente con parole di riconoscenza e di rispetto di cui la signorina d'Oliva, sempre pi tremante, non ode sillaba. Bruscamente, sopraggiunge a corsa un individuo: "Presto, presto, andiamocene, Madama e la contessa d'Artois stanno per venire!".  ancora Rtaux de Villette. La signora d'Oliva  condotta via dal conte de la Motte e il cardinale si ritira seguito dalla contessa.
Questa fu la famosa scena detta del Boschetto.
Il giovine Alberto Beugnot si trovava l'indomani in via Neuve-Saint-Gilles, dove in aspettativa della padrona di casa s'intratteneva gradevolmente con la lettrice e dama di compagnia, la signorina Colson. "Non mancava costei n di spirito n di malizia - scrive. - Io credo, mi diss'ella quel giorno, che le Loro Altezze stieno combinando dei grandi piani. La vita passa in concilii segreti a cui non viene ammesso che il segretario (Rtaux). Il secondo segretario, Sua Riverenza (il padre Loth)  ridotto ad ascoltare agli usci, e fa tre viaggi al giorno in via Vieille-du-Temple, senza indovinare una sillaba neanche per isbaglio di tutti i messaggi che gli vengono affidati. Il fraticello se ne dispera, perch  curioso come una vecchia pinzocchera".
"Fra mezzanotte e l'una - prosegue Beugnot - udiamo finalmente il rumore d'una vettura donde scendono i coniugi La Motte, Villette e una donna fra i venticinque e i trent'anni, bionda, molto bella e molto ben fatta. Le due dame erano eleganti ma semplici; i due uomini in frac; avevano l'aria d'essere di ritorno da una scampagnata. Si cominci con degli scherzi d'occasione circa il mio a tu per tu con la signorina Colson. Dicevano stramberie. Ridevano, canterellavano, non stavano pi sulle gambe. La sconosciuta partecipava all'allegrezza generale ma con una certa misura e timidit".
Beugnot, sentendo che la sua presenza imbarazzava gli allegri compagni impedendo loro di discorrere liberamente di ci che li metteva tanto di buon umore, si conged. Senza far atto di trattenerlo, lo pregarono di riaccompagnare con la vettura la giovane sconosciuta.
"- Ma vi pare, con tutto il piacere!".
"Il volto di quella donna - dice Beugnot - mi aveva dato, a prima vista, quella incertezza inquieta, che uno prova davanti a una fisionomia che veda per la prima volta eppure ha l'impressione d'avere gi visto altrove. In vettura le rivolsi parecchie domande ma non potei cavarne nulla. Deposi quella bella silenziosa in via de Clry. L'inquietudine datami dalla sua fisionomia era la perfetta rassomiglianza con la regina!".
 XVII.
PRIMI EFFETTI DELLE GRAZIE REGALI.
Ci dir Rohan medesimo, per mezzo del suo avvocato, Target, in quali condizioni di spirito si trovasse dopo la scena del boschetto: "Dopo quel momento fatale, il Cardinale non  pi soltanto fiducioso e credulo,  cieco, e della propria cecit si corazza come d'un dovere inviolabile. La sua sottomissione agli ordini che la signora de la Motte gli impartir  collegata al sentimento di profondo rispetto e di riconoscenza che disporranno della sua vita intera; egli aspetter con rassegnazione il momento in cui la bont che rassicura gli si vorr manifestare; ma nell'aspettativa egli obbedir e tutto questo  lo stato dell'animo suo".
La signora de la Motte non tarda a sfruttare tale stato d'animo. Dopo l'incontro nel boschetto non sono trascorsi che pochi giorni ed essa fa gi sapere al Cardinale che la regina desidera un pronto soccorso di cinquantamila lire per una famiglia di gentiluomini sfortunati. Giovanna  ansiosa; dar il principe quel danaro?
Rohan  felice che la regina si degni di ricorrere a' suoi servigi. Siccome non ha sottomano la somma, la prende a prestito dall'ebreo Cerf-Beer. "Le vostre prestazioni - gli dice - vi assicurano una protezione della pi alta importanza, per voi e per la vostra nazione".
Il 21 agosto, alle cinque di sera, Padre Loth si trova nel gabinetto di toeletta della contessa - s, proprio, nel gabinetto di toletta. Giovanna si preparava per il pranzo e il buon monaco le teneva compagnia. Per le trovava un aspetto turbato.
"- Un cruccio?
"- Aspetto 50.000 lire da una persona che dovrebbe portarmele adesso, e questo ritardo mi fa supporre che la cosa non avverr, il che mi affliggerebbe moltissimo".
L'indomani Loth seppe che le 50.000 lire erano state effettivamente versate. La gioia di Giovanna traboccava:
"Non appena ieri voi foste uscito, il barone di Planta, giunse con la buona notizia!".
E siccome il Minimo reiterava le sue felicitazioni:
" la regina che ha ordinato al Cardinale di darmi questa somma ed egli ha l'ordine di Sua Maest di snocciolarmi l'uno dopo l'altro 50.000 scudi".
 la cifra fissata dalla stessa Giovanna. Tuttavia, stim fosse utile d'allontanare momentaneamente il principe. Un bigliettino orlato d'azzurro venne molto a proposito a consigliargli di ritirarsi per qualche tempo in Alsazia. Prima di partire, Rohan raccomand a Planta, che rimaneva a Parigi per i bisogni della corrispondenza orlata di turchino, di consegnare alla signora de la Motte, per la regina, tutto il denaro che gli avesse richiesto, aggiungendo che, se la somma fosse stata d'una cifra elevata e il bisogno urgente, vendesse degli oggetti d'arte e dei mobili di valore. Una nuova domanda avvenne infatti ma, siccome non era urgente, il cardinale aspett a novembre per inviare da Saverne alla contessa una seconda somma, di centomila franchi stavolta, che venne egualmente consegnata dal barone di Planta.
Abbiamo visto in quali orrende strettezze si trovasse Giovanna di Valois nel giugno del 1784; aveva in quell'epoca alienato non soltanto la sua pensione di 1500 franchi, ma quella del fratello marinaio, di cui aveva fra le mani il brevetto; il Padre Loth negoziava per lei un prestito di 300 lire affinch potesse pagare l'alloggio. Ora, in quel mese d'agosto del 1784, in cui  fatto il primo versamento di cinquantamila franchi, Giovanna ne impiega trentanovemila presso diversi privati. In settembre, incarica il suo uomo d'affari, il frate Minimo, di convertire in denaro venti biglietti neri di cento lire ciascuno della cassa di sconto. In novembre, dopo il secondo versamento, si compera una casa a Bar-sur-Aube; una vasta casa borghese, con due ali, con fabbricato centrale e cortile, che sorge nel mezzo della citt. Dalle finestre si vede la campagna, il corso sinuoso della Bresse e dell'Aube fra macchie d'alberi in cui i salici frammischiano i loro ciuffi verde-pallido alle masse cupe degli olmi sotto i lunghi pioppi; il fiume divide le acque contro i pali muscosi dei vecchi ponti, scintilla fra la vegetazione grassa dei prati, ai piedi dei colli di Santa Germana dove matura il vino spumeggiante. E a Charonne, presso Parigi, Giovanna si addobba una leggiadra villeggiatura, in un possedimento civettuolo, per le scampagnate. "L'andamento di casa - dice Rosalia - venne allora ingrandito, tanto in mobili e gioielli quanto in argenteria. Nel mese di novembre, la signora de la Motte ha fatto fare parecchi finimenti di diamanti che messer Rgnier le ha portato, in varie riprese". Il denaro che versa a contanti nell'acquisto di certi oggetti le permette di acquistarne altri per somme assai pi rilevanti. Al pagamento di questi ultimi, provveder l'avvenire. La si incontra nelle gallerie di Versailles in grande gala: dice che la sua fortuna  migliorata in grazia ai benefici della famiglia reale.
A poco a poco il tono dell'ambiente diventa, in via Neuve-Saint-Gilles, quello della buona societ. Il conte de la Motte vi fa valere il proprio talento sull'arpa, e Rtaux la bellezza della propria voce, davanti a conoscitori eleganti. "Incontrai allora dalla contessa - dice Beugnot - il marchese di Saisseval, gran giocatore, ricco e introdotto a Corte; l'abate di Cabres, consigliere al Parlamento; Bouill d'Orfeuille, intendente di Champagne; il conte d'Estaing; un ricevitore generale chiamato d'Orcy e Lecoulteux de la Noraye". Quest'ultimo aspirava a soppiantare Padre Loth, maggiordomo della contessa! Avrebbero lasciato al Minimo la cura di dirle la Messa.
Possiamo ricostruire con esattezza l'aspetto del salotto della signora de la Motte. Una stanza alta, tutta rivestita di legno bianco, rischiarata da due finestre, che salivano fino al soffitto; l'una verso strada, l'altra verso corte. L'enorme trave che sostiene il secondo piano  visibile. Il cornicione  adorno di rilievi a quadratini che caratterizzano lo stile dell'epoca. Le celebrit militari del gran secolo, Turenna e Tourville, sono rappresentate da busti in bronzo sopra zoccoli di marmo con ornamenti d'ottone dorato. Davanti allo specchio del camino - uno specchio in due pezzi, entro una sottile cornice di legno dorato adorno di perle e merlature - una pendola che segna i secondi, le ore e il d del mese, di marmo bianco, con sopra una statuetta della Sensibilit, fra due vasi di Svres su zoccoli d'alabastro bianco. I muri sono tappezzati d'alte striscie con figure; tra le finestre, tappezzerie pi piccole con fogliami. Il mobilio comprende un divano e sei poltrone di stoffa rappresentanti le favole di La Fontaine; e sedie dallo schienale ovale, ricoperte di raso rigato, a mazzi di fiori; il vero stile Luigi XVI. Negli angoli, delle "cantoniere" di legno laccato dipinto in verde acqua, con fiori; per terra, un gran tappeto d'Aubusson, e, per l'illuminazione serale, due colonne di stucco "su cui "stanno delle figure di bronzo tenenti ciascuna un doppiere a tre braccia, d'ottone dorato". La signora de la Motte, vivace, svelta, graziosa, fra i suoi invitati, va dall'uno all'altro vestita d'una "inglese" color "gola di piccione" e d'una gonna di seta rosa.
La nostra baronessina d'Oliva, per qualche tempo continua a frequentare via Neuve-Saint-Gilles, ma in breve se ne vede esclusa. La signora de la Motte non la trova pi abbastanza distinta. Le rimprovera di non essersi comportata decentemente in casa del barone di Lilleroy, ufficiale delle guardie, quando si trovarono insieme a colazione, e d'aver detto delle indecenze trovandosi dalla signora de la Fresnaye che le aveva invitate a pranzo. Inoltre, delle quindicimila lire promesse a Nicoletta, la signora de la Motte non ne ha versate che quattromila e non desidera darne di pi.
Giovanna s'interessa per sposare sua sorella, Maria Anna "molto bionda, molto scipita, molto bestia" dice Beugnot, fierissima anch'essa d'essere una discendente dei Valois. L'abbiamo vista mettersi allegramente in fuga, con la sorella maggiore, dalla bada di Longehamp; ma, dopo, si  ritirata nel convento di Jarcy, presso Brie-Comte-Robert, dove la badessa, signora di Bracque, l'ha presa in affezione. La signora de la Motte ha scovato un buon partito, il conte di Salivet di Fouchcourt e ne scrive alla signora di Bracque. Ma occorrerebbe che Maria Anna venisse a stare con lei per qualche tempo. "A quanto sembra la mia fortuna apparente - scrive - ha fatto nascere in mia sorella dei sospetti per me offensivi. Le sarebbe facile di conoscere la sorgente onorevole da cui mi deriva".
Intanto Giovanna non tralasciava per dal presentarsi al cardinale come ridotta all'estremo dalla miseria, ottenendo da lui, di quando in quando, qualche luigi, come un tempo.
In conclusione, quanta strada fatta dalla piccola mendicante che la signora di Boulainvilliers ascoltava sul predellino della propria vettura, strada fatta grazie alla propria energia, alla propria volont, al proprio spirito d'intrigo! Se avesse saputo adoperare, da allora in poi, la fortuna che aveva saputo conquistare!  vero che un bene acquistato in tal modo non pu dare profitto. Ci che viene al suono dei pifferi, se ne va al suono dei tamburi. Il denaro viene cos buttato dalla finestra. E c' un'ambizione smisurata: la mediocrit, bench aurea, non saprebbe convenire al sangue dei Valois. E s'impone la necessit di risorse nuove.
 XVIII.
ENIGMA DELICATO.
Ai lettori sar gi venuta in mente la domanda: qual'era il carattere della relazione fra il cardinale e la signore de la Motte?
Tutti gli storici si sono accordati su questo punto e noi ci metteremo in disaccordo con tutti loro. Per ben stabilire che il cardinale desiderava e otteneva dalla signora de la Motte i suoi favori pi preziosi, si invocano due testimonianze. La prima  della stessa contessa, davanti ai giudici istruttori del Parlamento; la seconda sta nella relazione di Beugnot a cui essa mostr in seguito un pacchetto di lettere che dichiar scrittele dal cardinale.
Noi infirmiamo la signora de la Motte. Un interesse imperioso deve averla fatta cos parlare davanti al Parlamento. Sar il suo unico mezzo di difesa. L'istruzione avendole richiesto donde fosse venuta la prodigiosa fortuna sorta a un tratto sotto i suoi passi, essa risponder: "Ero l'amante del Cardinale". Del resto fu questa la mania di Giovanna di Valois. Non ci si pu immaginare il numero degli uomini ch'essa accus d'essere stati suoi amanti, o di avere voluto esserlo, per amore o per forza. Se qualcuno le dava imbarazzo, o le spiaceva, o la contrariava, subito c'era la replica: "Siete stato, o avete tentato d'essere il mio amante!".
Il cardinale negher con tanta dignit, tanta misura, tanta energia, ch' impossibile esitare fra le due testimonianze. C' dell'altro. Pur avendo un interesse stragrande a stabilire il fatto, Giovanna non potr produrre la minima prova. Le deposizioni della servit staranno contro di lei. Rosalia, messa di fronte a Rohan, riconoscer che il Cardinale non  venuto in tutto, in casa La Motte, se non quattro o cinque volte a Parigi, due o tre volte a Versailles; visite fatte quasi sempre davanti a testimoni; nessuna n di sera n di notte.
Rosalia aggiunger "Mentre il signor Cardinale stava dalla signora, la porta non era affatto chiusa". Gli appuntamenti, si dir, avvenivano altrove; ma  precisamente nella propria casa che la signora de la Motte dichiara d'aver colmato de' suoi favori il cardinale; e molto di frequente.
Un'altra indicazione, non meno decisiva,  fornita da quei sussidii di tre, quattro, cinque luigi che Rohan ebbe l'abitudine di dare alla signora de la Motte, dal maggio 1782 fino all'epoca dell'arresto. Giovanna, che intuisce la forza di tale argomento, tenta di negare; ma le testimonianze dei familiari, di Padre Loth, della signorina Colson, sono anche qui concludenti. Padre Loth aggiunge che la signora de la Motte aveva escogitato di raccontare a Rohan d'avere ricevuto dalla regina un dono di mille scudi con lo scopo d'ottenere da lui degli aiuti maggiori. Se Giovanna fosse stata l'amante di quel principe, si pu soltanto supporre che con le sue ricchezze, il suo carattere generoso e prodigo all'eccesso, allora che la considerava come una signora della pi alta societ, amica particolare della regina, l'avesse ridotta a delle elemosine?
Quanto alla pretesa corrispondenza che Beugnot vedr fra le mani di Giovanna di Valois, a Barsur-Aube, egli ne parler in questi termini: " bene, per la memoria del Cardinale, che tali lettere sieno state soppresse.  una perdita per la storia delle passioni umane. Ma che secolo era dunque quello in cui un principe della chiesa non esitava a scrivere, firmare, indirizzare a una donna da lui tanto poco conosciuta, e cos malamente, delle lettere che, oggid, un uomo, per poco che si rispetti, dopo averle cominciate a leggere, chiude senz'arrivare alla fine?". Questa testimonianza si distrugge da sola. Il principe di Rohan non era uomo da scrivere in tal modo.  inutile insistere. Giovanna, con la sua disordinata fantasia in perpetua ebollizione, pass la vita a foggiarsi romanzi, sopratutto corrispondenze, seminandole di sudicerie. Si riconosce il suo tono da quanto sappiamo per mezzo di Beugnot. Perch abbrucer le lettere in una circostanza in cui avrebbero costituito tutta la sua difesa? perch le lettere erano false. E perch, prima, le fa leggere a Beugnot, lo stesso che, pochi giorni dopo, s'affretta a chiedere come avvocato? affinch egli deponga su questo fatto, quando per il controllo non sar pi possibile.
Si osserver inoltre che, se quelle lettere fossero state scritte da Rohan, costui non avrebbe potuto esporsi a riceverne la sferzante smentita davanti al Parlamento radunato, nel momento in cui negher qualsiasi relazione intima con la contessa. Perch, allora, egli non poteva sapere che le lettere erano state bruciate. Tanto che, quando Rohan risponde alla sua accusatrice con vigore e alterezza insieme, la signora de la Motte, che tuttavia non indietreggia davanti a nessun mezzo di difesa, non osa ricordare quella corrispondenza; anzi, non osa nemmeno invocare la testimonianza di Beugnot.
"Ho esitato finora - dir Rohan, messo a confronto con Giovanna di Valois, il 24 aprile 1786 - a rispondere, per una ripugnanza affatto naturale, a tutto ci che ha detto, a doppio senso, la signora de la Motte circa le sue relazioni con me. Se non ha rispetto per se stessa e vuole far credere anche ci che non , io respingo come devo le insinuazioni che vuole accreditare. Non posso d'altronde, per il decoro che devo a me stesso, insistere di pi su tale argomento. Ecco una nuova atrocit che, in mezzo a ogni sorta di inverosimiglianze, non desta in me che il medesimo orrore gi espresso quando la signora de la Motte, parecchie volte, tent di lanciare sospetti odiosi. L'inverosimiglianza rende impossibile ci ch'essa vorrebbe presentare come vero. Non posso che stornare lo sguardo e il pensiero da una simile accusa. Osservo poi che la signora de la Motte ha fatto aspettare molto a lungo la calunnia che preparava a scusa della sua menzogna, quando s' vista costretta a non poterla pi sostenere".
Per quello che si pu essere sicuri della cosa, - perch, come dice l'altro, con le donne non si pu mai sapere - noi siamo disposti a portarci garanti delle parole del cardinale. Ma la forza della calunnia  tale che, fin dagli inizii, quando scoppi il processo, si divulgheranno libelli clandestini, pagati a peso d'oro, in cui gli amori della contessa e di Sua Eminenza verranno narrati in termini indicibili, con i particolari pi scabrosi; delle raccolte d'informazioni relativamente serie, come la Corrispondenza segreta, affermeranno certi aneddoti che una penna che si rispetti non potrebbe ripetere; le nazioni protestanti applaudiranno alla corruzione del clero francese; il popolo verr a cantare al prigioniero fin sotto le mura della Bastiglia:
Abbiate un po' di decenza
e lasciate stare le sgualdrine!
La storia seguir il giudizio popolare e anche noi abbandoniamo il campo, convinti della nostra impotenza a mutare l'opinione pubblica.
 XIX.
LA COLLANA.
Il gioielliere della corona e della casa della regina era in quell'epoca un ebreo sassone, Carlo Augusto Bhmer, uomo attivissimo, arditissimo, intelligentissimo. I suoi negozi davano sulla via Vendme. S'era preso come socio un altro ebreo di Lipsia, Paolo Bassenge; e insieme a lui, da anni, aveva comperato rovistando per tutta l'Europa i pi bei diamanti che pot trovare, per farne una cascata che fosse pi meravigliosa di tutti i gioielli conosciuti. I Bhmer, cos chiamati dal nome del socio principale, avevano composto cos una "gran collana alla schiava" sperando di venderla a Luigi XV per la Du Barry; ma il re venne a morte. Allora inviarono il disegno del vezzo alla Corte di Spagna che si spavent della cifra richiestane.
Dopo l'avvento di Luigi XVI, conoscendo la passione della nuova regina per i gioielli, e contando sulla riputazione che aveva Maria Antonietta di civetteria e di follia spendereccia, i gioiellieri, fin dal 1774, presentarono la collana al re. Luigi XVI ne parl a Maria Antonietta, ma la regina, spaventata a sua volta del prezzo troppo alto, un milione e seicentomila lire, - era la stima fatta dai gioiellieri Maillard e d'Oigny - diede una risposta celebre:
"Ci occorre una nave piuttosto che un gioiello".
L'anno seguente, Bhmer torn alla carica: avrebbe fatte le pi vantaggiose condizioni; i pagamenti sarebbero stati scaglionati a scadenze varie, e parte in rendite vitalizie. Supplicava il re di fare l'acquisto. Le sue istanze si facevano sempre pi stringenti per il fatto che, per formare quel gioiello, aveva tolto a prestito dal tesoriere della marina, Baudard di Saint-James, 800.000 lire. Gli interessi, che si trovava costretto a pagare, diventavano per lui un onere sempre pi gravoso e che doveva, col tempo, trascinarlo alla completa rovina.
Il re ne riparl alla regina davanti alla signora Campan.
"Mi ricordo - scrive costei - che la regina gli disse che, se davvero il mercato non era oneroso, il re poteva fare quella compera e conservare la collana per le epoche delle nozze de' suoi figliuoli; ma che lei non se ne sarebbe mai adornata, non volendo per nulla al mondo che si potesse rimproverarle d'aver desiderato un oggetto talmente costoso". Siccome i figli erano ancora giovanissimi, Luigi XVI non volle immobilizzare per tanti anni una somma cos rilevante e rifiut definitivamente la proposta. Le lamentele di Bhmer raddoppiarono. Le faceva con chiunque gli capitasse. Due anni dopo, vale a dire nel 1777, rivolgendosi direttamente a Maria Antonietta, si butt alle sue ginocchia. Sua Maest veniva supplicata d'acquistare la collana; altrimenti a lui non rimaneva che di buttarsi a fiume. E versava lagrime abbondanti, soffocato dai singhiozzi. "Alzatevi, Bhmer - gli disse severamente la regina - non mi piacciono queste storie: la brava gente non deve mettersi in ginocchio. Ho rifiutato la collana. Il re ha voluto darmela; ho tornato a rifiutarla. Non parlatemene dunque pi. Cercate di dividerla, di venderla, e non andate ad annegarvi".
Bhmer conosceva il procuratore generale alle richieste, Luigi Francesco Achet, di cui abbiamo visto il genero, Laporte, frequentare la casa della contessa di Valois. Messer Laporte partecipava anzi agli "affari" intrapresi da Giovanna; e siccome la contessa aveva mostrato anche a lui delle sedicenti lettere della regina, aveva un'alta idea del suo credito. Il 20 novembre 1784, mentre stavano discorrendo nel salotto di via Neuve-Saint-Gilles e parlando appunto di gioielli, Laporte disse a Giovanna, senza aver l'aria d'annettervi alcuna importanza, che, poich'ella godeva di cos gran favore presso Sua Maest, avrebbe dovuto facilitare ai poveri gioiellieri Bhmer e Bassenge la vendita della loro collana. Era un carico gravoso per quei negozianti il conservare cos a lungo un oggetto di tanto valore.
"- L'avete vista, la collana? - interrog lei.
"- Una vera meraviglia - disse Laporte - I gioiellieri della corona vi hanno lavorato per degli anni, e non fosse che dal punto di vista del valore delle pietre, vale un tesoro".
E offerse alla contessa di condurle in casa Bhmer col loro gioiello. La signora de la Motte accett. Ai primi di dicembre, il suocero, Achet, diceva dal canto suo ai gioiellieri che il genero suo conosceva una contessa che aveva entratura dalla regina, e i gioiellieri rispondevano che avrebbero dato 1000 luigi a chi avesse fatto vendere loro la collana. Laporte era crivellato di debiti.
Il cardinale di Rohan si trovava in quell'epoca nell'Alsazia. Achet e Bassenge giunsero cos in via Neuve-Saint-Gilles, il 20 dicembre, col prezioso scrigno. L'apersero davanti a Giovanna. Che stupore! Uno sfolgoro di scintille luminose sprigionantesi dalle punte faccettate delle pietre limpidissime, mille e mille fiammelle multicolori, vivide come lampi, che scaturivano dal minimo movimento.
Il cardinale torn da Saverne il 3 gennaio 1785. Il 21 gennaio, la contessa ebbe un secondo colloquio con i gioiellieri, in presenza di messer Achet. Disse loro che la collana sarebbe forse stata venduta di l a pochi giorni. L'acquisto sarebbe stato fatto da un altissimo personaggio. Aggiunge, insistendo su questo punto - notate la prudenza! - ch'essa consiglia loro vivissimamente di prendere direttamente con lui tutte le precauzioni utili circa gli accomodamenti che verrebbero loro proposti. Quanto a lei, non vuole in nessun modo immischiarsi in tale affare. Il suo nome non deve nemmeno venir pronunziato. I gioiellieri le offrono un gioiello in riconoscenza del servizio reso loro. Essa rifiuta il dono. Non agisce cos che per essere loro utile. Si oppone anzi all'essere considerata come intermediaria.
Il 24 gennaio, alle 7 del mattino, Giovanna torna dai gioiellieri col marito, per annunziare la visita del principe cardinale di Rohan.
" soltanto con lui - insiste ancora una volta - che voi prenderete tutti gli accordi e tutte le precauzioni necessarie. Guardatevi bene dal dirgli che io sono immischiata nell'affare. Se ho potuto esservi utile, mi dichiaro abbastanza ricompensata". E se ne va.
Poco dopo, giunge il cardinale. La signora de la Motte gli ha fatto credere che la regina desidera comperare quel gioiello, di nascosto dal re e a credito, trovandosi per il momento sprovvista di danaro. La regina pagher a scadenze, aveva detto Giovanna di Valois, di tre in tre, mesi: per tal mercato, abbisogna d'un intermediario, d'un intermediario che, per la propria personalit e per l'alta considerazione da cui  circondato, sia di garanzia ai gioiellieri timorosi di fare credito per una cifra simile; ed  al cardinale che la regina ha pensato.
"Per farmi decidere - scrive il principe Luigi - la signora de la Motte mi port una supposta lettera della regina, in cui Sua Maest pareva desiderosa d'acquistare la collana e diceva che, non avendo per il momento i fondi necessari e non volendo entrare in persona nei particolari dei negoziati, le sarebbe stato gradito che io trattassi l'affare, prendessi le opportune misure circa l'acquisto e determinassi le epoche di pagamento convenienti". Come mai il Cardinale pot credere alla realt d'una commissione simile? Un libellista del tempo dice con parole giustissime: "Ci si persuade tanto facilmente di ci che si desidera! Era un errore che non avrebbe sedotto un uomo comune, avvezzo a mirarsi in acque tranquille, a non calcolare se non cose del senso comune, e le cui idee lente e misurate si combinano con ogni passo che fa; ma era un errore che si doveva pensare possibilissimo nel caso del cardinale, il cui spirito vivace ed irrequieto, gli faceva adottare per inclinazione, anzi per passione, qualunque proposta che fosse suscettibile d'alimentare un sentimento, una veduta nuova, nei labirinti continui della sua fantasia".
Ecco Rohan dai Bhmer il 24 gennaio 1785. Il finimento gli sembra non abbia un bel disegno:  pesante, massiccio. Quel capriccio lo stupisce da parte d'una donna dal buon gusto cos sviluppato qual' Maria Antonietta. Ma, poich' tale la volont della regina, il negozio  concluso. Il 29 gennaio, i gioielli vengono ricevuti nel palazzo "di Strasburgo" e Rohan fissa le condizioni merc le quali verr fatta la consegna della collana: un milione e seicentomila lire, pagabili in due anni, per quarti, di sei in sei mesi: il primo versamento di quattrocentomila lire dovendo essere fatto dalla regina il 1 agosto 1785, la consegna avrebbe avuto luogo al 1 febbraio. Il cardinale in persona scrive queste condizioni e le comunica alla signora de la Motte, affinch vengano sottoposte alla Sovrana e da lei ratificate. Il 30 gennaio, Giovanna ritorna. Sua Maest approva le convenzioni, dice, ma vorrebbe non dare la propria firma. Rohan insiste, l'affare  importante e gli occorre una parola di scritto. Finalmente, il 31 gennaio, la contessa gli porta a palazzo una ratifica del trattato.  lo stesso foglio scritto dal cardinale e firmato dai Bhmer. In margine ad ogni clausola, c' la parola "approvato" e in fondo, come firma, "Maria Antonietta di Francia". Giovanna di Valois aggiunge: "La regina, che agisce all'insaputa del re, sempre contrario per inclinazione a ad ogni spesa, ha raccomandato in modo specialissimo di non lasciarvi uscir di mano il biglietto. Non fatelo vedere a nessuno".
La vigiglia, Cagliostro, era tornato da Lione. Il principe s'affrett a consultarlo circa l'affare di cui era incaricato.
"Quel Pitone - scrive l'abate Georgel - sal sul tripode. Le invocazioni egiziane vennero fatte di notte, alla luce di una grande quantit di candele, nel salone stesso del cardinale. L'oracolo, ispirato dal suo dmone familiare, pronunzi che il negoziato era degno del principe, che avrebbe avuto esito completo, mettendo il sigillo alle bont della regina, e avrebbe fatto spuntare il fortunato giorno in cui sarebbero state a scoperte, per il bene della Francia e dell'umanit, le rare doti del Cardinale".
Rassicurato completamente, Rohan, la mattina del 1 febbraio, scrive ai gioiellieri per sollecitarli alla consegna del gioiello. Costoro accorrono. Conseguano lo scrigno e sentono allora che la collana  per la regina, non credendo il cardinale di infrangere i voleri della sovrana col mostrar loro, per maggiore tranquillit, la carta firmata: Maria Antonietta di Francia. Perch Rohan era molto buono. In quel momento era felice e voleva, nella sua bont, che altri condividesse la sua gioia.
Lo stesso giorno, la signora de la Motte ritorna, impazientita.
"- La collana?
"- Eccola.
"- Sua Maest l'aspetta oggi stesso.
"- La porter oggi stesso. Ma gli interessi delle somme fino al giorno del versamento?
"- La regina li pagher - risponde Giovanna".
Ed esce, dopo aver fissato un appuntamento al cardinale per la sera, a Versailles. Prima di salire in vettura, il principe Luigi scrive ancora ai Bhmer per annunziar loro che riceveranno gli interessi decorrenti da un versamento all'altro; poi, munito dello scrigno, parte.  accompagnato dal suo cameriere, Schreiber, carico del prezioso fardello. La nebbia serale cade sui larghi viali della citt quando si giunge a casa della contessa, in piazza Delfina. Sulla soglia, Rohan congeda il servitore e, prendendo la scatoletta, sale al primo piano. La signora de la Motte  in casa. Ha predisposto tutto come in una commedia. Rohan viene introdotto in una stanza dove c' un'alcova di carta e comunicante con un piccolo gabinetto per mezzo d'un uscio a vetri. Una "luce fosca" rischiara la stanza. La signora de la Motte intravede fra le mani del principe l'oggetto delle sue ingordigie. Si padroneggia.
"- La regina - dice - aspetta la collana".
Trascorrono alcuni minuti. Si odono i passi di un uomo che si fa annunziare: "Da parte della regina!".
Per discrezione, Rohan si ritira nell'alcova; ma ha veduto la figura del personaggio, un giovine alto, tutto vestito di nero, volto sottile e allungato, carnagione pallida, occhi profondi e sopracciglia nere. Dall'andatura, riconosce lo stesso individuo che, nel mese d'agosto, aveva annunziato nel boschetto la passeggiata di Madama e della contessa d'Artois.  infatti Rtaux di Villette, che si  truccato. L'uomo consegna un biglietto. La contessa lo fa uscire allora fin sul pianerottolo e, avvicinandosi al cardinale, gli legge il biglietto. La regina ordina di consegnare la collana al portatore. Il cardinale porge lo scrigno. La signora de la Motte lo d al messaggero che ha fatto rientrare; Rtaux lo prende e se ne va, dopo che la contessa in persona gli ha aperto l'uscio. Giovanna dice al cardinale che quell'individuo  addetto alla musica del re e alla camera della regina. A sua volta, il prelato prende congedo.
La sera, di ritorno in via Saint-Gilles, Giovanna di Valois riceve il gioiello dalle mani del suo amante.
 XX.
UN SUPPLEMENTO
DELLE "MILLE E UNA NOTTE".
Peccato che nessun documento ci riveli quello che avvenne in casa della contessa de la Motte, in via Neuve-Saint-Gilles, ai primi di febbraio del 1785! Il meraviglioso gioiello  grossolanamente spezzato con un coltello, sulla tavola, a finestre chiuse, con le tendine abbassate, fra due candele la cui luce viene attenuata. Il conte, la contessa e Rtaux de Villette stanno curvi su quelle ricchezze e le nascondono in fondo ai cassetti all'avvicinarsi dei domestici.
Il mercoled delle Ceneri, 9 febbraio, Giovanna incarica Rtaux de Villette di vendere dei frammenti della collana: Il 15 febbraio costui  gi arrestato, con le tasche piene di diamanti.
Gli storici non hanno ancora notato il seguente fatto che basta tuttavia a denunziare i ladri, senza timore di sbagliarsi. Il 12 febbraio, un ebreo, gioielliere al Petit-Carreau, chiamato Adan, era venuto a trovare l'ispettore di polizia del quartiere di Montmartre, Gian Fr. di Brugnires, per dirgli che un certo Rtaux de Villette portava attorno dei brillanti da smerciare, offrendoli ai mercati e agli ebrei a un prezzo tanto basso che nessuno voleva comperarli, sospettando un furto. Quest'uomo, diceva Adan, "aveva l'aria molto sospetta per il suo fare" e stava per partire alla volta dell'Olanda, coll'antiquario Abramo Frane, per vendere col dei diamanti. Adan aggiungeva che Rtaux gli aveva promesso, se comperava da lui quelle prime pietre, di procurargliene molte altre uguali, fra cui ce ne sarebbero state di bellissime.
Brugnires fa una perquisizione presso l'amico della signora de la Motte, nell'appartamento da lui occupato al quinto piano d'una casa in via Saint-Louis au Marais. Lo costringe a fare una dichiarazione al commissariato del quartiere. Confuso, esitante, Rtaux finisce col confessare che ha ricevuto i diamanti da una signora di nobile condizione, parente del re, che si chiama la contessa di Valois La Motte. Se ha stentato a pronunziarne il nome, si  perch la signora l'ha pregato di non dir nulla. Non vuole che quel nome venga messo per iscritto. Abbiamo gi visto che Giovanna era stata sorvegliata dalla polizia. Si sapeva che essa "faceva degli affari" e siccome non era giunta nessuna querela per furto di gioielli, si credette che si trattasse anche stavolta d'uno di questi affari di cui Giovanna era solita incaricarsi, guadagnandoci, si capisce. Giovanna di Valois se la cav dunque con la paura, ma l'avventura le apre gli occhi circa il pericolo di negoziare a Parigi diamanti in eccessiva quantit. Decide che suo marito vada in Inghilterra a smerciare la parte maggiore della collana, e, d'altra parte, insiste perch Rtaux vada a vendere dei brillanti in Olanda. Ma quest'ultimo non si cura affatto della commissione.
La Motte part alla volta di Londra il 10 o il 12 aprile in compagnia d'un capitano irlandese al servizio della Francia, il cavaliere Giovanni O' Neil. Un cappuccino irlandese, il Padre Bartolomeo Mac Dermott, che aveva soggiornato nel convento del suo ordine a Bar-sur-Aube, dove il conte l'aveva conosciuto, e ch'era elemosiniere dell'ambasciata di Francia in Inghilterra, gli rese dei grandi servigi. La Motte diceva che i suoi diamanti provenivano dalla fibbia d'una cintura, vecchio gioiello di casa sua ormai fuori di moda e di cui desiderava disfarsi. Entra in relazione coi primi gioiellieri di Londra, Roberto e William Gray, associati in New Bond Street, e Nataniele Jefferys, gioielliere a Picadilly, che in seguito poi invieranno le loro dichiarazioni al processo. Il conte si presentava con le mani piene di brillanti del pi alto valore. Alcuni, dissero i gioiellieri, erano intaccati, come se fossero stati strappati da un'acconciatura, da mano frettolosa e maldestra, con un coltello. Erano i diamanti della collana. I gioiellieri li riconobbero pi tardi dai disegni che vennero loro trasmessi per cura di Bhmer e Bassenge. La Motte li offriva talmente al disotto del valore che, a loro volta, i gioiellieri inglesi sospettarono il furto. Fecero assumere informazioni all'ambasciata di Francia, ma siccome di furti di diamanti tuttora non si parlava, acconsentirono a negoziare. Comperarono dal La Motte dei brillanti per pi di duecentoquarantamila franchi, pagati in parte in contanti e parte con una lettera di cambio su Perregaux, banchiere a Parigi; altri, per un valore di sessantamila franchi vennero dal conte lasciati in mano loro per essere montati in gioielli di vario genere; e altri finalmente, rappresentanti una somma di ottomila lire sterline, furono frettolosamente scambiati contro oggetti eterocliti di cui abbiamo la lista: un assortimento di orologi con catena, boccole di rubini, tabacchiere con miniature, collane di perle, orecchini e un anello di brillanti, "un parafuoco, un imbuto col suo vetro, due bellissime spade d'acciaio, quattro rasoi, duemila aghi, un cavaturaccioli, una spilla per camicia, un paio di mollette per asparagi, un portafogli di seta, una borsa, un coltellone per trinciare e relativa forchetta, un sifone, due astucci per stuzzicadenti, ecc.", e tutta "una paccotiglia" di perle e un lotto d'altri gioielli. Una collana a una fila e un paio di orecchini consegnati dal gioielliere Gray vengono, da soli, stimati tremila sterline e la paccotiglia di perle ha un valore eguale.
Se si pensa al deprezzamento subito dai brillanti per il fatto d'essere tolti dall'acconciatura, sofferendo dei guasti prodotti da colui che li aveva estratti dal castone, e per il ribasso accordato dal La Motte nella sua fretta di disfarsene, si vede che la maggior parte della Collana fu da lui venduta, scambiata o lasciata fra le mani dei gioiellieri Gray e Jefferys. Dal canto suo, la signora de la Motte, vende dei diamanti a Parigi, approfitta della presenza in casa sua d'un certo signor Filliau, di Bar-surAube, per fargli vendere a uno dei suoi cugini gioielliere per 30.000 lire di diamanti. Aveva un debito di 12.650 lire con Rgnier, il suo gioielliere, che salda appunto in quest'epoca, non in moneta, ma in diamanti. Gliene vende inoltre per 27.540 lire e gliene affida per 50.000 lire perch li adoperi a comprare finimenti varii. Nel mese di giugno, gliene porta ancora per 16.000 lire dicendogli stavolta ch' incaricata di venderli per conto di un'amica sua. Pure in diamanti; si libera d'un debito contratto con "messer Mardoch, in via degli Orsi". Compera, pagando sempre in diamanti, cavalli, carrozze, livree, due orologi a pendolo, di cui l'orologiaio Furet riceve 2.700 lire in due brillanti, ("deux pois  oille") che vengon procurati da un ebreo. E, con tutti quei brillanti sparsi a larghe mani, Rgnier vede ancora in casa di lei uno scrigno di brillanti che valuta 100 mila lire a dir poco, e il conte de la Motte ne conserva, dal canto suo, presso di s, per 30.000 lire.  dunque l'intera collana che vediamo cos smembrata e sparpagliata da Giovanna di Valois e da suo marito fra le mani dei negozianti di Parigi e di Londra e di cui troviamo gli avanzi nei loro stessi scrigni.
Non c' da meravigliarsi che la contessa giudicasse necessaria in quel momento una nuova assenza del cardinale. Si vide dunque giungere a quest'ultimo un'altra letterina orlata d'una striscia azzurra. "Quei biglietti - dice Georgel - erano fra le mani della signora de la Motte la bacchetta incantata di Circe". La regina diceva in esso: "La vostra assenza diventa necessaria per le misure che devo prendere allo scopo di collocarvi nel posto che vi  dovuto". Giovanna intanto preparava l'opinione ad accogliere il suo brusco mutamento di fortuna annunziando a tutti che suo marito tornava dall'Inghilterra dopo aver vinto alle corse delle somme rilevanti.
Il marito torna da Londra la notte dal 2 al 3 giugno e, come se spuntassero dal suolo, ecco cavalli, livree, carrozze, mobili, bronzi, marmi, cristalli, un lusso abbagliante. I visitatori si divertivano in via Neuve-Saint-Gilles con un uccello automatico che cantava battendo le ali: la contessa l'aveva avuto in cambio d'un diamante di 1500 lire. Una immensa quantit di mobili vien spedita a Barsur-Rube: quarantadue carri in fila li trasportano.  Padre Loth che ha sorvegliato l'imballaggio e diretto il trasporto. Tessier, tappezziere, di via San Luigi, ha fornito stoffe, tappezzerie, tappeti per cinquantamila franchi; Gervais, Fournier ed Hricourt, del sobborgo Sant'Antonio, hanno dato i mobili; Chvalier le statue di bronzo, Adam i marmi, Sikes i cristalli. Si ammirava un letto di velluto crmisi, guarnito di frangie e galloni d'oro, cosparso di lustrini e di perle. Gli sposi La Motte ebbero a Bar-sur-Aube sei vetture e dodici cavalli. Giovanna prediligeva "il suo calesse leggero, a foggia di pallone, alto pi di dieci piedi".
Aveva fatto il suo ingresso nella cittadina, preceduta da parecchie staffette, seduta a destra del marito nella sua berlina inglese verniciata in grigio perla con stemma, foderata di panno bianco, con cuscini e grembiali di seta bianca: lo stemma portava le armi dei Valois con la divisa: Rege ab avo sanguinem, nomen et lilia, (dell'antenato re ho il sangue, il nome e i gigli). L'equipaggio era composto da quattro giumente inglesi dalla coda corta. Di dietro, i valletti; e sul predellino, per aprire lo sportello, "un negro ricoperto d'argento da capo a piedi". Faceva strabiliare ancora di pi la gioielleria e il corredo della signora, la cascata di diamanti, l'acconciatura di topazi, le vesti in stoffe ricamate di Lione. Ecco la descrizione di una di esse, tolta dall'inventario d'un usciere che non si diffonde in esagerazioni poetiche: "Raso bianco, ricamato in oro, argento e seta di varii colori, con ghirlande e spighe; e le suddette ghirlande circondate di velluto nero e di piume e orlate di velo di seta con applicazioni di mazzolini staccati di varii colori".
Quanto al conte, egli portava tutte le dita adorne di rubini e smeraldi, e passeggiava con tre o quattro catene d'orologio sul petto. Ecco la sua guardaroba: un vestito di raso, giacca e calzoni, punteggiati bianco e nero; un altro di quattro stagioni, in velluto; un altro di primavera e autunno in velluto, con bottoni di diamanti; abito e calzoni di velluto crmisi in ricamo di Lione, con lustrini d'oro, bottoni d'oro cesellato, giacca di raso pure ricamata in oro; un frac di seta in tinta a varii colori; un abito di panno color rospo, bottoni dorati alla turca; un frac di seta incannettata e bottoni d'argento, ad astri, con diamanti attorno; un frac di seta color ciliegia; un frac di panno color pistacchio; un abito nero in panno di seta, alamari di seta e bottoni uguali, giacca e calzoni idem; un vestito di mussola di seta rigata e tinta con bottoni eguali; un abito di seta camellotto ad alamari, bottoni uguali; un vestito di panno verde spigato d'oro e argento, risvolti a colletto di velluto crmisi, bottoni di corno di cervo; abito color verdemare, bottoni d'ottone giallo; frac di panno tinto in bruno, foderato di seta, bottoni d'ottone dorato; vestito color carne ricamato, di seta, con giacca e calzoni; frac di seta rigata incannettata turchino; vestito di panno di cotone con guarnizioni. Tutto questo, senza contare i vestiti che il conte de la Motte si port in Inghilterra e non si trovano in questo elenco, senza contare i fazzoletti di tela battista con pizzi di Malines, i polsini e le gale in punto d'Inghilterra, le camicie di tela fine, tutti gli accessorii della toletta e tutti i vestiti usuali, vestiti per casa, vesti da camera, ecc.
La coppia comitale dava feste su feste, e un ricevimento dopo l'altro: c'era sempre tavola imbandita. Si pranzava in casa loro anche quando essi non c'erano. Il lusso di casa, in vasellame e in servit, era tale che la gente del paese non ne aveva mai visto di consimili; ma tutti avevano conosciuto la miseria di Nicolao de la Motte e quella di Giovanna di Valois. E, come osserva Beugnot, che si trovava in quel momento a Bar-sur-Aube, non ci si incontrava pi, per via, senza chiedersi che cosa fosse quel supplemento alle "Mille e una notte".
Questi fatti contribuiscono a far capire Giovanna di Valois. Per grandi che fossero le risorse finanziarie che s'era procurate, lo sperpero era senza misura. Non pensava, alla vita quotidiana, all'indomani? Una collana del valore d'un milione le sarebbe forse capitata fra le mani ogni mese? Qui si ritrova la mendicante che passa dalla miseria a uno sfoggio sproporzionato. Di proporzione, d'ordine e di misura non ne poteva avere; nessuna educazione, nessuna abitudine di vita familiare gliene avevano dato.
A sua volta, dunque, eccola sdraiata fra i cuscini di raso turchino, in una carrozza tirata da sei cavalli, la piccola mendicante che un tempo, intirizzita dal freddo, seguiva con gli occhioni sgomenti le grandi signore che passavano trasportate, come entro nidi di sete e di pizzi, dalle loro vetture rilucenti e rumorose sul selciato delle strade del re.
 XXI.
BETTE D'ETIENVILLE
BORGHESE DI SAINT-OMER.
La signora de la Motte era in possesso della collana dal 1 febbraio 1785.
Qualche giorno dopo, l'8 o il 9 dello stesso mese, un certo Bette d'Etienville, che venuto da Saint-Omer per sollecitare il privilegio degli almanacchi cantanti, frequentava nei circoli allora nascenti, giornalisti e novellieri, fu avvicinato al caff di Valois, verso i giardini del Palais-Royal, da un privato che gli disse chiamarsi Augeard ed essere l'intendente d'una signora dell'aristocrazia. "I suoi capelli biondi - dice d'Etienville - cominciavano a brizzolarsi. Aveva poco adipe; occhio aperto e azzurro e statura un po' pi alta della comune". Era Rtaux de Villette. La conoscenza venne presto fatta. Dopo aver ottenuto la promessa d'una fiducia illimitata, d'una docilit senza limiti e d'una discrezione a tutta prova, l'intendente Augeard dichiar al compagno che stava per fare la sua fortuna. E il compagno ne aveva proprio bisogno.
Gian Carlo Vincenzo Bette, che si firmava: "de Bette d'Etienville, borghese che vive nobilmente del proprio nella citt di Saint-Omer" era un giovine ventisettenne, figlio d'uno scalpellino, che mai aveva avuto un soldo di suo. Dopo aver studiato chirurgia a Lilla -  noto quanto fossero rudimentali simili studi in quell'epoca, - aveva ottenuto un brevetto di sotto-aiutante negli ospedali dell'armata. Si raccontava la storia delle sue nozze con una vecchia zitella. Era gi fissato il giorno, quando Bette, andando a teatro, vide recitare Nannina. La parte della baronessa d'Olban lo colp. "Se per caso stessi per sposare una baronessa d'Olban!". Quest'idea lo spaventava. Si nasconde presso un amico e l'indomani parte alla volta di Lilla; ma la sua futura sposa, informata di quei passi, s'era gi messa nella diligenza, cos che, sul far del giorno, Bette si trov a fianco la promessa sposa. La faccenda s'aggiust: l'uno non era spaventato che dall'idea del matrimonio, l'altra si decise a farne a meno. Giungono dalla madre di Bette, dicendosi sposati, e vivono insieme. Ora, la damigella era davvero un po' baronessa d'Olban.  litigiosa, la madre si lamenta e Bette, credendo di sbarazzarsene, svela il trucco. Ma sua madre era donna scrupolosa e li fece sposare sul serio.
Il vagheggino rest diciotto mesi con la moglie "vivendo nobilmente del proprio". Un giorno, essa ricus di lasciar vendere il poco che gliene rimaneva. E Bette la rinchiuse immediatamente nel convento di Santa Caterina a Saint-Omer, per andare a cercare miglior fortuna a Parigi. Alloggiava in via del Petit-Lion, presso il signor Lefvre, distillatore d'aceto, nell'epoca in cui s'imbatt nel sedicente Augeard, che dicendosi intendente d'una signora di nobile condizione, non era altri che Rtaux de Villette. La carit pubblica aveva proprio allora fatto uscire Rette dalla "Force", ove per debiti stringenti lo avevano imprigionato.
Augeard dichiara dunque a d'Etienville che far la sua fortuna. "Questo piano - risponde d'Etienville - entra proprio nelle mie idee". Non si tratta, dice Augeard, che di trovare un gentiluomo titolato che voglia sposare una signora ancora giovane e bella, dal volto molto piacevole e dal carattere dolcissimo, con venticinquemila lire di rendita, e della cui sorte s'interessa in modo particolare un gran signore del regno. "Voi avvertirete questo gentiluomo - prosegue Augeard - ch'egli non potr vedere la sua futura se non il giorno del matrimonio, e l'indurrete ad avere fiducia. Gli direte pure che se, per contratto nuziale, verr stipulata la separazione dei beni, egli verr indennizzato con una pensione di 6000 lire e ricever un ricco dono il giorno del matrimonio; che gli pagheranno tutti i debiti e gli faranno ottenere, se  militare, il posto che chieder, anche se fosse gi occupato". Non veniva posta che una sola condizione: che il gentiluomo in parola fosse di nobilt autentica e producesse i titoli per essere esaminati prima di procedere oltre.
"Accettai - dice Bette - con entusiasmo simili proposte". Il giorno stesso si mette in campagna, rivolgendosi in primo luogo al conte Saverio di Vinezac, capitano di fanteria addetto al maresciallo di Mailly, ma che non fornisce i titoli richiesti. Non  pi fortunato con il signor Laurio-Vissec, avvocato al Parlamento. Costui, a dir vero, gi sessantenne, sarebbe parso un po' maturo per il matrimonio. La curiosa storia non aveva tardato a divulgarsi. Luigi Cardinal di Beaurepaire, antico gentiluomo servente della regina, aveva fatto conoscere le condizioni del matrimonio all'abate di Saint-Andr, elemosiniere del principe di Cond, che ne inform, con lettera del 22 maggio, Roger-Guillaume, barone Fages-Chaulnes, guardia del corpo di "Monsieur". Il barone de Fages, cadetto di Guascogna, fanfarone e pieno di debiti, sembrava l'individuo fatto apposta. Fu del resto il suo stesso parere, poich s'affrett a correre dall'abate Mulot, canonico priore di Saint-Victor, che s'era interessato a Bette quando costui era in prigione. L'abate Mulot mise il barone in rapporto col borghese di Saint-Omer. I due uomini s'intesero a meraviglia e  Bette, nei  giardini del Palais-Royal, pot annunziare ad Augeard che il gentiluomo s'era trovato.
Dunque il gentiluomo  trovato. "Povero ma sensibile di cuore", cos si definisce lo stesso barone di Fages. Non l'interesse l'ha fatto decidere, bens il ritratto della pretendente: "doni di natura, capacit varie, doti di cuore e di mente, nascita illustre a tutta prova, legami di parentela importanti, una sostanza disponibile di 25.000 lire di titoli di rendita che doveva per lo meno quintuplicare". Si vede dunque benissimo che, fra tante ragioni di sposare, il danaro non era la ragione preponderante.
Una colpa, a dir vero, offusca quest'elogio. "La futura sposa  vittima d'un fallo che certe persone non sogliono perdonare".  il barone di Fages che parla tuttora. La bella  madre d'un figlio quindicenne avuto un tempo da un gran signore. Ci sar il figlio oltre la madre. Ma il nostro gentiluomo  di cuor generoso. "Non crede che uno sbaglio, cancellato da lagrime di pentimento, sia un delitto imperdonabile. Se il ritratto  somigliante - e come dubitarne se le somme vengono esattamente depositate presso il notaio? - non esiter ad unire la propria sorte a quella d'una donna ch'egli crede non meno rispettabile che infelice". Nobile disprezzo dei vecchi pregiudizi!
Il 3 aprile, Augeard informa il borghese di Saint-Omer che si  contentissimi de' suoi buoni uffici, ch'egli pu considerare come fatta la propria fortuna e che l'indomani verr presentato alla signora in parola. Infatti, il 4 aprile, alle dieci di sera, in vettura da piazza con le tendine abbassate, Augeard conduce il nostro uomo in una casa intorno a cui gli  severamente proibito, con gravi minaccie, chiedere informazioni. "Se cercate di sapere in quale luogo vi abbia condotto, siete un uomo morto". Si entra da un portone basso, i cui battenti vengono immediatamente rinchiusi. Al primo piano, c' una sala in cui d'Etienville viene presentato a una donna simpatica, che stava sola e gli fa graziosissima accoglienza. Aveva trentaquattr'anni circa, una certa rotondit. un bel viso ed occhi neri. Chiese con molto interesse dei particolari sul barone di Fages, discorrendone confidenzialmente, come fra vecchi amici: tutto quello che gliene disse d'Etienville ottenne il suo consenso. La sua conversazione era piena di spirito. A notte inoltrata, il borghese di Saint-Omer torn a Palais-Royal, sempre in vettura da nolo, dalle cortine chiuse. Erano rimasti d'accordo di rivedersi l'indomani.
Ricerche ulteriori fecero poi ritrovare a d'Etienville il domicilio misterioso dove veniva condotto in tal modo di notte: era il numero 13 della via Neuve-Saint-Gilles, dimora appunto della signora de la Motte. Quanto alla graziosa donna con cui si incontrava,  facile identificarla: era quell'altra signora de la Motte, che si chiamava da ragazza Maria Giuseppa Francesca di Nalburg-Frohberg; la stessa ch'era stata rinchiusa nella Bastiglia per truffe in cui aveva compromesso il nome della regina, della contessa di Polignac e della principessa di Lamballe, poi trasferita dalla Bastiglia presso il summentovato Mac che teneva pensione per i detenuti imprigionati per rescritto reale; e di qui quasi subito evasa. S'era messa in salvo in Germania donde era tornata in Francia.
Etienville doveva aver fatto una buona impressione, perch, fin dal 5 aprile, al secondo convegno notturno, le confidenze si fecero intime. Il gran signore in questione, il famoso protettore, non era altri - cos ella gli disse - che il principe Luigi, grande elemosiniere di Francia e cardinale-vescovo di Strasburgo. Quanto a lei - la bella sconosciuta - era nota col nome di Mella di Courville; nome per (spontaneamente aggiunse ella stessa) sotto cui se ne velava un altro, il vero. In seguito poi confid a d'Etienville di chiamarsi in realt baronessa di Salzberg, canonichessa, un tempo, del convento di Colmar in Alsazia, dove, giovinetta, Rohan l'aveva sedotta, poi condotta seco a Vienna, a Parigi, a Strasburgo. Si trattava ora d'assicurare le sorti della creatura nata da quell'unione.
Accanto alla signora di Courville, Etienville trov stavolta un terzo personaggio che disse chiamarsi Marcilly ma che veniva famigliarmente detto "il magistrato" oppure "il consigliere": un ometto sulla quarantina, pallido e magro, con parrucca a due codini e in abito nero. I connotati tradivano il conte de la Motte. Questo magistrato, che pareva essere nell'intimit della signora, raccomand la massima prudenza e il silenzio pi assoluto. Durante quel secondo convegno, quando de Marcilly se ne fu andato, la signora di Courville fece vedere al nostro chirurgo aiutante maggiore una parte dei brillanti non montati, racchiusi entro una cassettina comunissima: diceva che erano stati stimati 432.000 lire. "Non ho mai visto nulla di pi magnifico - scrive d'Etienville - tanto per lo splendore quanto per la grossezza; vedendomi stupefatto, essa aggiunse che quei diamanti provenivano da una cascata di cui le aveva fatto dono il cardinale; ma che, non essendo pi alla moda tal genere di montatura, era decisa a venderli prima di sposarsi. Mi fece anzi capire, in quell'occasione, che io le avevo ispirato una fiducia cos grande da indurla ad affidarmeli se volessi recarmi a venderli in Olanda; ma le risposi che non potevo assumermene l'incarico non essendo affatto conoscitore. Essa non insist". Se la signora de la Motte non avesse, in seguito, confessato la parte da lei presa nell'intrigo della signora di Courville, basterebbero queste righe di Bette d'Etienville a darne una prova.
La misteriosa storia del fidanzamento del barone di Fages con la signora di Courville  interessante perch lumeggia vivamente il genere d'intrigo di Giovanna di Valois. Rtaux scova al Palais-Royal Bette d'Etienville, cos come La Motte vi aveva trovato la baronessa d'Oliva. Sono le stesse scene notturne, preordinate come commedie di cui la signora de la Motte fa muovere i personaggi secondo la parte ch'ella ha distribuito loro. Si tratta, nell'uno e nell'altro caso, di conti, di consiglieri, di nobili dame inventate dalla sua fantasia, invenzione che la diverte, a quanto pare. Quale interesse ci fosse per la signora de la Motte nello svolgimento di tutto quell'intrigo, venne poi spiegato dal barone di Fages in questo modo:
"Una cos grande quantit di diamanti racchiusi entro una sola mano non poteva tanto facilmente venire dispersa e sarebbe stato facilissimo ritrovarne le tracce; occorreva chi facesse da intermediario, o avesse l'aria di farlo, degli esseri immaginarii la cui identificazione essendo impossibile avrebbe del pari reso impossibile la scoperta della verit. E fu quello che appunto escogitarono. Una donna da sposare, una donna che per situazione sociale e condizioni particolari fosse atta a giustificare i sacrifici d'un uomo giusto e generoso, in proporzione della sua ricchezza e dignit; ecco l'ipotetica creatura che bisognava procreare. D'Etienville, tanto meno sospettato quanto pi  isolato e oscuro, era l'individuo destinato a far valere quella persona inesistente".
La signora de la Motte inoltre, per il giorno in cui il furto della collana fosse stato scoperto e la colpa attribuita al cardinale, preparava cos il fatto necessario a spiegare l'urgente bisogno di denaro da parte di costui che l'avrebbe indotto ad appropriarsi della collana. Dir quindi in uno de' suoi interrogatorii: "Ho visto quella signora di Courville, carica di diamanti, in casa del cardinale di Rohan, durante la settimana santa": e altrove: "Il signor cardinale voleva farla sposare e darle 500.000 lire; nel mese d'aprile mi sollecitava di scrivere a mio marito per farlo tornare presto da Londra coi fondi necessar". E sperava infine di trovare in Etienville un utile collaboratore per la vendita dei brillanti.
Alla fine di quella prima settimana d'aprile, Etienville and ad annunziare al suo nuovo amico, il barone di Fages, che le nozze avrebbero avuto luogo quel giorno stesso nella cappella del palazzo Soubise, in via dei Franchi-Borghesi, alle undici di sera, coi semplici testimoni da ambe le parti. Fages indossa adunque i suoi abiti migliori e aspetta incrollabile che vengano a cercarlo. Mentre stava cos aspettando nel suo appartamento in via Neuve-Saint-Gilles, in compagnia della fidanzata, del signor di Marcilly e d'un altro personaggio con indosso una levita di "petit-gris" e un cappello rotondo con un cordone e delle ghiande d'oro e a cui tutti parlavano con grande deferenza. Era - d'Etienville non ne dubit neppure per un attimo - il principe Luigi, cardinale di Rohan.
Quel cardinale si mostr affabile e gentile, ringrazi il borghese di Saint-Omer di ci che faceva per lui assicurandolo che non l'avrebbe dimenticato. "Ma - diceva - per ragioni importanti, le nozze non potranno aver luogo prima del 15 luglio". D'Etienville esclam: "E il barone di Fages?". Il cardinale ribatt: "Gli scriveremo una lettera".
Allora d'Etienville obbietta che quel ritardo pu destare dei timori. Un indennizzo di 30.000 lire nel caso in cui il matrimonio non si facesse pi viene subito sottoscritto e debitamente firmato, in data 26 aprile, giorno in cui verr consegnato l'impegno assunto.
L'indomani, d'Etienville trova l'amico Fages furibondo; ma, udendo la storia dell'indennizzo si calma; effettivamente, il 26 aprile, Bette gli mostra una busta chiusa con cinque suggelli di cera rosea, contenente - egli dice - la preziosa carta.
 tanto preziosa quella carta che i nostri due amici prendono la precauzione di depositarla fra le mani dell'abate Francesco Mulot, canonico regolare e priore di San Vittore. Costui riceve il piego suggellato e non sospetta affatto ch'esso non contenga un indennizzo di 30.000 lire, dal momento che un gentiluomo e un borghese di Saint-Omer, senz'avere veduto - n l'uno n l'altro - che cosa contenga la busta, glielo attestano - l'uno e l'altro - serissimamente. Egli promette d'averne gran cura: si vedr quale partito i nostri buontemponi ricaveranno da tale circostanza.
Giungiamo al momento pi inverosimile di questo inverosimile eppur veridico racconto, che dester in tutta Parigi, noto che sia, la pi esilarante incredulit. Alla fine di maggio, la signora di Courville annunzi al nostro chirurgo aiutante maggiore che stava per partire alla volta d'una terra di sua propriet di cui non gli disse il nome proponendogli, non appena insediata col di mandarlo a cercare per una breve permanenza di alcuni giorni che per lui sarebbe stata un riposo ed uno svago. D'Etienville accett. Venivano sempre imposte le stesse condizioni misteriose: viaggio di notte in vettura chiusa e proibizione assoluta di informarsi del luogo. D'Etienville acconsent. E le cose avvennero come era stato detto. Augeard, ch'era venuto a prenderlo, non lasci nemmeno per un secondo solo il nostro uomo, durante il viaggio d'andata, la permanenza e il viaggio di ritorno. Per tre o quattr'ore viaggiarono di notte. Il castello era bellissimo. Il parco. immenso, toccava le sponde d'un fiume che d'Etienville, volendo precisare, dichiar poi essere la Senna a meno che non fosse... la Marna. Quello che maggiormente lo colp fu il gabinetto della signora, tutto a specchi e dorature. C'erano l, con la bella signora de Courville, Marcilly il magistrato, Augeard l'intendente, ed un signore che chiamavano il barone, una signora vedova d'un consigliere, un giovinetto quindicenne col suo precettore. Questo giovinetto, detto da tutti "il cavalierino" era precisamente il figlio della signora di Courville e del cardinale. D'Etienville trascorse in quella compagnia alcune belle giornate e il 3, o il 4 giugno, se ne torn, assolutamente incantato. Ebbero un bel dirgli - dopo - che tutto questo era assurdo e incredibile: egli tenne duro.
Ne' suoi interrogatori, confronti, processi verbali, nei memoriali e consulti de' suoi avvocati, Bette non si ricrede circa il suo castello fatato dove, accanto alla avvenente M.lla di Courville, aveva trascorso giornate incantevoli. Chi bisogna credere? Trattandosi della signora de la Motte, pu anche darsi che sia cos; per, Bette fu un romanziere dalla fantasia feconda, che pubblic un certo numero di romanzi d'amore, ognuno dei quali in parecchi volumi. Giudichi il lettore.
Non appena tornato a Parigi, il 4 giugno, d'Etienville scrisse al barone di Fages per narrargli la sua gita. Aggiungeva che la signora avrebbe avuto 100.000 scudi di titoli di rendita; a tale scopo, contava di fare col marito un viaggio in Germania.
D'Etienville e il barone amico suo erano in tal guisa sempre tenuti in sospeso. Una volta erano i gioielli visti tra le mani della signora e da lei destinati al futuro marito (afferma il borghese di Saint-Omer); un'altra volta l'assicurazione che la cerimonia fissata a met luglio non avrebbe subito ulteriori ritardi. Il 1 luglio, il barone di Fages sollecita e ottiene dal proprio capitano, il signor di Chabriau, l'autorizzazione per il matrimonio. Il cardinale di Rohan, a detta di Marcilly, non era rimasto a Parigi che per assistere alla cerimonia nuziale, rifiutando di recarsi a Saverne dove avrebbe tuttavia dovuto andare per ricevere il principe di Cond che intendeva passare una rivista militare a Strasburgo.
Ma il 15 luglio le nozze non avvengono.
Il 18 luglio, nuovo convegno, in via Neuve-Saint-Gilles, fra d'Etienville, la signora di Courville e il cardinale. Costui indossa stavolta una levita color viola cupo. Il borghese di Saint-Omer comincia a dar segni d'impazienza; il cardinale dice che la colpa  della signora di Courville:
"Le ho promesso 500.000 lire ed essa non vuole sposarsi se prima la somma non  versata.
"Non nascondevo alla signora di Courville - dice Bette - che se possedeva dei diamanti tanto grossi come quelli che m'aveva mostrato dicendomi che facevano parte d'un finimento di cui pi non si curava, voleva dire ch'era abbastanza ricca da potersi sposare senza dover aspettare la somma rilevante per il versamento della quale io credevo d'essermi accordato ch'ella sollecitasse il signor cardinale. Ma essa rispose che la vendita n'era oltremodo difficile per ragioni che non poteva conoscere".
Il matrimonio venne dunque nuovamente fissato al 12 agosto. Per calmare l'amico de Fages, Bette gli confida che il cardinale destinava a lui un regalo magnifico, una bellissima vettura con due cavalli grigio-cenere. All'abate di Sant'Andrea sarebbe toccata una bella badia, quella di Saint-Vaast probabilmente, di cui il prelato era commendatario. Quanto al dono preparato dalla signora di Courville allo sposo consisteva in uno stupendo "ncessaire" d'argento dorato, con l'aggiunta d'un orologio con catena ambedue tempestati di diamanti, di due anelli adorni di pietre preziose e d'una tabacchiera col ritratto della signora stessa, una meraviglia d'arte e di fattura. D'Etienville ha visto tutto co' suoi occhi. Ha visto inoltre dell'argenteria principesca, stimata sessantamila lire, di cui il cardinale ha fatto un presente alla baronessa e il portafogli contenente le 100.000 lire, in biglietti neri della cassa di sconto che la contessa di Courville dar al marito il giorno delle nozze. Fages ascolta, gli sembra tutto bello, bellissimo, ma trova anche che tarda troppo a venire.
Quello che rende interessanti gli intrighi della signora de la Motte, non  soltanto l'audacia delle concezioni, ma il complicato e sbalorditivo groviglio delle invenzioni da lei messe in opera, il numero dei personaggi che fa agire, foggiando per ciascuno una parte speciale di cui vede a colpo d'occhio lo svolgimento completo, e facendoli manovrare in modo da farli concordare ad uno scopo unico, al momento giusto, con una precisione stupefacente e una conoscenza psicologica dei caratteri da nessun drammaturgo superata.
Ma, mentre in Nicoletta Leguay, che fece cos graziosamente la parte della baronessa d'Oliva, Giovanna aveva trovato una piccina fiduciosa, timida, tranquilla, nella persona di Bette d'Etienville ha invece messo in moto un giovinotto che non tarda a far comunella con quattro o cinque compari della sua risma i quali, con una spontaneit che la signora de la Motte non si aspettava certo, vogliono sbrigare le cose a modo loro, audacemente, in fretta, alla diavola, e fare della bella signora di Courville, vera o falsa che fosse - ed era proprio questo l'ultimo dei loro pensieri! - una realt tangibile ch'empisse loro le tasche.
 XXII
IL FIDANZAMENTO
DEL BARONE DI FAGES.
Il barone di Fages non era uomo da trascinare le cose per le lunghe. Non appena Bette gli ebbe parlato, il 5 aprile, di matrimonio, egli and, insieme all'abate di Sant'Andrea e a Colavier d'Albissy, antico presidente della Luisiana francese, a ordinare dei gioielli a Loque, l'orefice di Pont-Notre-Dame (Ponte di Nostra Signora). Il barone non ha un quattrino ma sta per andare a nozze - e che sorta di nozze! - 10.000 lire in denaro, una carica di 30.000 lire, e 100 mila lire di titoli di rendita. L'abate e l'antico governatore della Luisiana confermano. Ma in quella prima visita non viene portato via nessun gioiello.
Dal momento che doveva fare un matrimonio simile, il barone non poteva continuare a vivere ristrettamente nel suo alloggetto di scapolo in via del Bac. Ed eccolo in via del Mail, all'albergo delle Indie, ove occupa un appartamento sontuoso al primo piano. Degli amici diffondono la voce degli splendori della sua imminente situazione. Il barone assume parecchi domestici. Ha un servo in livrea e un cameriere. Va in cocchio a far acquisti in citt scortato da Bette d'Etienville - al quale ha regalato abiti e camicie - che attesta solennemente della veridicit delle sue affermazioni. Il 12 aprile, accompagnato dall'abate di Sant'Andrea e dall'antico governatore della Luisiana, Fages ritorna dal gioielliere per ritirare i gioielli comandati: ce n' per 10.000 lire. Il giorno stesso, affinch non si smarriscano, il barone s'affretta a portarli - per ricevere in cambio il denaro - al Monte di Piet. Il 13, i tre amici tornano da Logue, e fanno una nuova compera che sale a 12.000 lire. "Gli altri gioielli erano stati dati ai parenti della sposa, questi erano per i parenti dello sposo e la famiglia era numerosa". Ebbero un'identica destinazione: il Monte di Piet. Quelle forniture vennero fatte su semplici ricevute dello sposo. Un primo biglietto di 2700 lire era pagabile a brevissima scadenza e venne pagato. Agli ultimi di maggio essendosi recato a Vineuil, presso Chantilly, il barone scrive al gioielliere per sollecitare l'invio di una ordinazione la cui consegna si fa sospirare. E aggiunge: "E voi, signore, come state? E la coscia della signora Loque  guarita bene? Lo auguro, poich  impossibile non interessarsi a' casi suoi, quando si ha avuto il bene di conoscerla. Essa ispira sentimenti degni di lei e superiori alla semplice stima. Ecco l'effetto che fece su di me e io mi congratulo sempre pi con voi per la vostra scelta tanto fortunata. E adesso permettete che vi chieda notizie della tabacchiera destinata a mio fratello abate".
La prima scadenza era stata pagata. La seconda non lo fu. Era pi grossa della prima. Il barone ne attribu la colpa a un ritardo imprevisto delle nozze. E, per rassicurare il negoziante, lo manda da don Mulot, il priore di San Vittore che, in tutta seriet, gli mostra il plico suggellato che deve contenere l'indennizzo di 30.000 franchi. Inoltre, il borghese di Saint-Omer - che non ha nemmeno di che pagare il proprio affitto - propone di trasformare i biglietti firmati dal barone di Fages in un atto notarile per cui offre generosamente la propria cauzione. Loque si rassicura.
Mentre tali cose avvenivano sul Pont-Notre-Dame, si ripetevano pure nel quartiere di Saint-Germain. Fages era col debitore d'un certo Bernard, negoziante, che aspettava cinquanta scudi da tredici o quattordici anni. Ne approfitta per dargli un'ordinazione spettacolosa in stoffe, tele e gioielli. Siccome Bernard tentennava, viene anch'egli mandato dall'abate Mulot.
"Lo trov in sacristia; stava per dire la messa. Il momento e il luogo sono solenni. L'abate Mulot asser d'avere fra le mani un indennizzo di 30.000 lire, e che il barone stava per contrarre un matrimonio della pi alta importanza; stesse pur sicuro, quindi, circa le sue ordinazioni". E Bernard forn delle merci per 13.000 franchi, che raggiunsero quelle di messer Loque al Monte di Piet.
A messer Thibault, il suo sarto di via San Nicasio, il barone di Fages parla - insieme all'amico Bette - delle nozze che gli arrecheranno 300.000 lire in titoli di rendita e dichiarano che l'indennizzo fra le mani di don Mulot supera i 30.000 scudi. Da Vineuil gli scrive: "Buongiorno, signori coniugi Thibault; desidero sinceramente che questa mia vi trovi in buone condizioni di salute, alla vostra salute interessandomi moltissimo per tutti i sentimenti favorevoli che avete saputo ispirarmi e che mai si smentiranno... Contate su questo interessamento e sulla riconoscenza illimitata che vi devo per tutte le vostre bont che a suo tempo sapr riconoscere: nell'aspettativa mi dico vostro servitore non meno che vostro debitore".
"I sentimenti del barone di Fages verso il suo sarto e le bont del sarto verso il barone - diranno pi tardi gli avvocati di quei poveri fornitori - ricordano la scena di Molire; anche Don Giovanni dice al signor Domenico: - Signor Domenico! il migliore de' vostri amici! Io so ci che vi devo. Avete una salute magnifica. Voglio che vi facciano una scorta. Sono vostro servitore e, per di pi, vostro debitore".  con il medesimo accompagnamento musicale che il barone di Fages e il di lui amico Bette d'Etienville si fecero dare in consegna entro il maggio, ossia in brevissimo tempo, quindici abiti, il cui importo super i duemila scudi.
Nello stesso mese, sedotto dalla stessa antifona, Vaucher, orologiaio nel quartiere vecchio della citt, dava al barone dodici orologi tempestati di gemme e tredici catene d'oro. D'Etienville serv ancora da intermediario nel nuovo affare. E il borghese di Saint-Omer veniva per soprammercato a sedere al desco dell'orologiaio "amichevolmente"; molto amichevolmente anzi, osserveranno gli avvocati, poich si conduceva seco gli amici. D'Etienville condusse l'orologiaio all'albergo delle Indie dove alloggiava il barone, amico suo. Lo trovarono nel suo vasto appartamento del primo piano, sontuosamente ammobiliato, in procinto di distribuire gli ordini a varii domestici che si facevano premura di servirlo.
"La commedia era perfettamente inscenata. Dopo avere presentato a messer Vaucher una lista degli oggetti che volevano comperare, il barone di Fages parve non occuparsi pi n di lui n delle compere se non in modo affatto superficiale. A tutte le domande dell'orologiaio non rispondeva che: D'Etienville ve lo spiegher, D'Etienville ve l'avr ben detto".
Affettava quell'indifferenza disinvolta che rivela la sicurezza dei mezzi di cui uno dispone; e, nel contempo, la spensieratezza delle alte classi che non si degna d'occuparsi dei particolari di minor conto. Vaucher mand un blocco di oggetti magnifici. Un orologio a ripetizione con diamanti a fondo azzurro, stelle di brillanti, e la catena d'oro smaltata di azzurro a una fila di perle; valeva circa quattromila franchi. Un orologio a ripetizione, con cassa inglese, e relativa catena d'oro; un orologio adorno di due file di perle fine a fondo azzurro, stelle d'oro, con catena d'oro; un orologio liscio con le sfere adorne di diamanti, e catena d'oro; un orologio a segreto a doppia fila di perle; un orologio dalle cifre arabe, con catena d'oro; un orologio smaltato d'azzurro, orlo a fondo bianco, ruota di ricambio, con relativa catena smaltata d'azzurro e perle fine; un orologio "gola di piccione" a due file di perle; una scatoletta d'oro, per uomo, ovale, da ritratto; un'altra, rotonda; tre scatole eguali, per donna; un astuccio d'oro smaltato, a fondo turchino; un altro smaltato di lapislazzuli, un altro d'oro massiccio; e per ultimo una zuppiera con coperchio e piatto, d'argento.
I due amici fecero in tal modo in poche settimane un bottino di 60.000 franchi.
Ed ecco che, il 7 agosto, non appena tornato da Chantilly ov'era stato ricevuto dal barone di Fages, d'Etienville vide giungere Augeard che gli chiese di venire urgentemente dalla signora di Courville. La trov molto agitata. Lo supplic di renderle il famoso indennizzo,di 30.000 lire depositato fra le mani dell'abate Mulot.
"Questa disgraziata carta ci perde tutti quanti".
Bette d'Etienville rimane interdetto.
"Dubitate di me, dubitate del cardinale?"
Lui, d'Etienville, dubitare della signora di Courville, dubitare del Cardinale! Corre immediatamente a ritirare la busta da don Mulot. La riconsegna alla signora di Courville; ma non appena costei l'ha fra le mani, straccia la carta in mille pezzi e li butta sul fuoco. D'Etienville dice che rinunzia a descrivere il proprio sbalordimento. Non tentiamolo neppure noi.
Quella busta, che doveva contenere una carta non mai veduta da nessuno, era stata la sola garanzia dei fornitori. E non c'era pi.
Ma che cos'era accaduto per ridurre la signora di Courville in quello stato?
Eccoci ricondotti alla sua ispiratrice omonima, la contessa de la Motte.
 XXIII.
LO SCOPPIO DELLA FOLGORE.
Il cardinale aveva consegnato la collana nelle mani della signora de la Motte, il l febbraio 1785. L'indomani incaric il suo cameriere d'accompagnare Gherardi, ufficiale nel reggimento di Alsazia, per osservare al pranzo del re come fosse vestita la regina.  noto che il re e la regina avevano l'obbligo di pranzare in pubblico. Lo stesso giorno, Bassenge era stato a Versailles nella speranza di scorgere la regina col suo gioiello. Costei non lo portava; ma n cardinale n gioielliere se ne inquietarono. Il posdomani, 3 febbraio, imbattendosi a Versailles nel gioielliere Bhmer con la moglie e il socio Bassenge, il principe Luigi si affrett a dire:
"Avete fatto i vostri umilissimi ringraziamenti alla regina per la collana che ha comperato?
"- No, non ancora".
Siccome i gioiellieri hanno pi di una volta importunato la regina con quel gioiello e l'ultima volta ella se n' impazientita, essi aspettano che nasca l'occasione di porgerle i loro ringraziamenti. L'occasione non si presenta. I mesi passano. Ma sono tranquillissimi egualmente e cos pure il principe Luigi. Gli avvocati del cardinale ebbero ragione d'insistere in Parlamento su quella richiesta e quella conversazione del 2 e del 3 febbraio che mettono la buona fede di Rohan fuor di causa. Il 3 febbraio, invece, i Bhmer avevano offerto un pranzo alla contessa de la Motte. L'indomani, 4, erano tornati da lei per ringraziarla nuovamente. Traboccavano di riconoscenza. Il 6, furono i Bhmer a pranzare in via Neuve-Saint-Gilles.
Col cardinale intanto Giovanna continuava a piangere miseria, chiedendo e ricevendo gli stessi sussidii di tre o quattro luigi che le venivano portati sia da Brandner, il cameriere, sia da Fribourg, lo svizzero della casa di Strasburgo, sia da un commissionario chiamato Filiberto. Le due o tre volte che Rohan si rec in casa di lei, venne ricevuto "in una stanza su in alto" poveramente ammobiliata.
Giovanna fece di pi. Con le mani piene dell'oro ricavato dalla vendita dei diamanti, costrinse il cardinale a saldare per lei il biglietto firmato nel 1783 all'ebreo lorenese Isacco Beer, per l'importo di 5000 lire; il cardinale aveva prestato garanzia e adesso si trov preso in trappola. Dovette pagare. Uno scherzo molto buffo.
Il 12 maggio una letterina listata d'azzurro rimanda il principe Luigi a Saverne.
Siccome l'avvocato Laporte, ch'era stato frammischiato nelle trattative per la compera del gioiello, si meravigliava che la regina non lo portasse, Giovanna disse: "Sua Maest non lo metter che per venire a Parigi" e in un'altra occasione: "quando sar pagato".
Anch'essa part a sua volta, facendo a Bar-sur-Aube l'ingresso sensazionale che abbiamo gi detto e conducendovi poi una vita sfarzosa. Si occup nell'ammobiliare e decorare la sua casa della parrocchia di Saint-Macloux. Dalla corte al granaio, tutto venne trasformato, abbellito, rimesso a nuovo. Abbiamo dei particolari curiosissimi sulla libreria. Era un mobile in legno di rosa, a grate, con gli scaffali protetti da tendine di seta verde: in cima, i busti di Voltaire e di Rousseau. A prima vista, lo sguardo era attirato dalla grande "Storia genealogica e cronologica della casa reale di Francia" del Padre Anselmo, nove volumi in folio; il primo acquisto evidentemente che dovesse fare una figlia dei Valois. Poi ventisette volumi degli "Uomini illustri di Francia" e dodici degli "Uomini illustri di Plutarco"; una storia di Francia in tre volumi, i viaggi di Cook, il Giro del Mondo, sei volumi sull'emisfero australe, un atlante. In fatto di letteratura: Rousseau in trenta volumi, M.me Ricoboni, Crbillon, Racine e Boileau. E libri di piet: Commenti e riflessioni circa l'amore divino; un volume sul Miserere, una Settimana santa, un lavoro sulla Dignit dell'anima. Poi due libri pratici: un dizionario francese-inglese e inglese-francese che sar utile in un prossimo viaggio oltre la Manica, e l'almanacco reale dell'anno 1781, l'anno dei primi grandi intrighi e delle vaste speranze di Giovanna di Valois.
Verso la fine di maggio, la signora de la Motte and da Bar-sur-Aube a Saverne travestita da uomo. Troviamo nella sua guardaroba quel vestiario: levita di panno turchino scuro, panciotto e calzoni di giallo chiaro. And ad annunziare al principe d'aver ottenuto per lui un'udienza della regina al suo ritorno. Pensava - e giustamente - che duecentoventi leghe di strada, fatte apposta per recargli in persona la buona notizia, avrebbero dato a questa una consistenza maggiore; e che, se la buona fede del cardinale fosse stata vacillante, questo sarebbe bastato a consolidarla meglio di ogni altra cosa.
Il cardinale torn da Saverne a Parigi il 7 giugno. Entriamo nel mese di luglio: la scadenza fatale del l agosto  imminente, scadenza in cui i gioiellieri devono ricevere quattrocentomila lire, prima rata delle 1.600.000 pattuite. Giovanna ai primi del mese si trova col cardinale che fa le sue meraviglie di non aver ancora visto indosso alla regina il famoso vezzo. Cominciava gi una vaga diffidenza a insinuarsi nella sua mente? Ma Giovanna, sempre ingegnosa, ha la risposta pronta. La regina - dice - trova la collana d'un prezzo esorbitante; se non le accordano una riduzione di 200.000 lire, la ridar ai gioiellieri. E i primi sospetti del cardinale sono bell'e svaniti. La regina non considera il gioiello come sua propriet definitiva. Il 10 luglio, egli parla con i gioiellieri circa la riduzione; costoro ci senton poco da quell'orecchio, si capisce. Obiettano i loro impegni, gli interessi accumulati; ma, dopo le prime smorfie, finiscono coll'acconsentire. E il cardinale, prima di lasciarli, li sollecita una volta ancora a volersi recare a Versailles per ringraziare la sovrana. Bassenge scrive allora sotto i suoi occhi una letterina che Rohan ricorregge nella seguente forma:
"Signora,
"Noi ci sentiamo al colmo della felicit osando pensare che gli ultimi accomodamenti propostici e ai quali ci assoggettiamo con zelo e rispetto, sono una prova novella della nostra sottomissione e devozione agli ordini di Vostra Maest, e con vera soddisfazione pensiamo che il finimento pi bello che esista servir alla pi grande e alla migliore delle regine".
* * *
Il 12 luglio, Bhmer, dovendo comparire davanti a Maria Antonietta per consegnarle uno spallino e delle fibbie di diamanti di cui il re le faceva dono in occasione del battesimo del duca d'Angoulme, figlio del conte d'Artois, present personalmente il biglietto. Fatalit volle ch'entrasse in quel punto il Controllore generale, di modo che il gioielliere si allontan prima d'aver ricevuto una risposta. Uscito che fu il Controllore, la regina lesse il biglietto e non cap nulla. Diede ordine che cercassero Bhmer per chiedergli la spiegazione dell'enigma. Ma era gi partito. Bhmer l'aveva ossessionata col suo gioiello: ricordava la scena penosa in cui le si era inginocchiato davanti, minacciando di andare a buttarsi nel fiume. "La regina - dice la signora Campan - mi lesse quel biglietto dicendomi che, poich avevo quella mattina risolto gli indovinelli del Mercurio, avrei senza dubbio potuto sciogliere il rebus di quel pazzo d'un Bhmer. Poi, senza badarvi oltre, abbruci il foglietto a un candeliere rimasto acceso nella biblioteca per suggellare le lettere".
La regina aggiunse: "Quell'uomo esiste per il mio tormento; ha sempre qualche pazzia per il capo. Ricordatevi bene di dirgli, la prima volta che lo vedrete, che i diamanti non mi piacciono pi e che non ne comperer pi vita mia natural durante".
Quel momento , per banale che sembri, il momento pi critico del dramma, per coloro che sanno il seguito della storia. Se allora si fosse messa subito in chiaro la faccenda - e non lo fu per un concatenamento di circostanze futilissime - Maria Antonietta sarebbe stata fuor di causa per sempre da tutto quell'intrigo. Il suo contegno - d'altronde semplicissimo e naturalissimo - in quell'unica circostanza in cui si trov a contatto con la cabala della collana, offr l'occasione a' suoi detrattori dell'unico rimprovero che le si potesse rivolgere, con quali tremende conseguenze per lei i fatti s'incaricarono di spiegarlo.
Il suo silenzio risult per i gioiellieri una conferma, non meno che per il cardinale, persuasissimo che la collana fosse nelle di lei mani.
La signora de la Motte vedeva intanto avvicinarsi la scadenza del 1 agosto. In casa del cardinale si era trovata con Baudard di Sainte-James, tesoriere generale della marina; e sapeva che costui era affezionato al cardinale, molto infatuato, per di pi di Cagliostro, e inoltre in relazione coi Bhmer.
"Sainte-James - disse la signora Vige-Lebrun - era finanziere nel vero senso della parola. Era un individuo di media statura, grosso e grasso, dal volto molto colorito, di quella freschezza che si pu avere a cinquant'anni passati quando si sta bene di salute e si  felici".
Nel suo palazzo di Piazza Vendme, dalle immense sale le cui pareti erano interamente ricoperte di specchi, dava dei pranzi di cinquanta coperti in cui la nobilit e la letteratura erano rappresentate brillantemente. Il suo magnifico possedimento di Neully ebbe dal popolo il soprannome di "Follia Sainte-James" per il lusso spropositato. Vi organizzava delle serate in cui si recitavano commedie, si sparavano fuochi artificiali, e tanta gente vi affluiva da credersi in un pubblico passeggio. Sainte-James era ambiziosissimo, avido di protezioni potenti a Corte; sognava non il nastrino ma il cordoncino rosso. Era stato lui a prestare ai Bhmer le 800.000 lire con cui avevano comperati i diamanti della famosa collana, destinata in un primo tempo alla Du Barry sul favore della quale Sainte-James aveva contato.
La signora de la Motte disse al cardinale: "Vedo la regina nell'imbarazzo per il versamento del l agosto. Non ve lo scrive per non farvi inquietare. Ho pensato al mezzo di farle la vostra corte tranquillandola in pari tempo. Rivolgetevi a Sante-James. Per lui, centomila scudi che cosa sono?".
Rohan ne parl al finanziere. Capitava proprio a proposito.
"Prestare 400.000 lire per pagare la collana? Ma la collana  fatta di 800.000 lire prestate da me!".
Malgrado ci, Sainte-James acconsentirebbe anche a questo nuovo anticipo; ma, reso diffidente dall'avventura dell'appaltatore generale Branger, vorrebbe avere fra le mani una lettera in cui la regina stessa chiedesse il denaro. Non se ne fa dunque nulla.
Intanto si arriva alla fine di luglio. La signora de la Motte diventa agitata, nervosa. Come prorogare la data di pagamento?
"Che cosa significano - le dir l'avvocato Target - quel turbamento della vostra ragione, quello stato d'agitazione del 27 luglio, giorno in cui uscita di casa a precipizio, non tornando n a pranzo n a cena e nemmeno a dormire, - vi rifugiate presso degli amici e vi muovete soltanto di notte?".
Quel giorno, 27 luglio, essa contrae dal notaio Minguet, depositando diamanti "di valore immenso" un prestito di 35.000 lire. Il 28, fa portare al cardinale una lettera firmata "Maria Antonietta" in cui  detto che le 400.000 lire promesse per l'indomani non potranno venire pagate se non il l ottobre; ma che a quell'epoca verr fatto un pagamento di settecentomila lire in una volta sola, met della somma totale. Stavolta, l'inquietudine comincia a far breccia nel cervello del cardinale.
Ma l'indomani una cameriera viene a cercarlo da parte della contessa. Costei, con parole insinuanti, si sforza di calmarlo. E la fiducia torna in lui quando la signora de la Motte gli porge una somma di 30.000 lire che rappresentano gli interessi da versare ai gioiellieri sulla somma di settecentomila lire protratta fino all'ottobre. Il cardinale che crede la signora de la Motte sempre nella miseria, non dubita affatto che quella somma non le sia stata consegnata dalla regina. Il 30 luglio s'abbocca coi gioiellieri i quali accolgono malissimo la proposta della dilazione. Protestano vivacemente e non accettano le 30.000 lire se non a titolo d'acconto sulle quattrocentomila che spettano loro immediatamente.
 urgente che sieno pagate - assicurano -; il loro creditore, Sainte-James, diventa insistente e gli interessi che devono pagargli sono onerosi. Il cardinale teme uno scandalo. L'atteggiamento dei Bhmer infatti rendeva la situazione estremamente critica. La storia della signora de la Motte rivela in lei una incredibile incoscienza, che forma del resto la sua audacia e la sua forza. Non vede il pericolo se non quando  immediato e soltanto allora cerca di rimediarvi. In tutta fretta fa tornare il marito da Bar-sur-Aube ove il conte, assolutamente spensierato. faceva una vita regale; poi, combina un colpo tanto ardito, denotante una cos lucida idea dei caratteri e della situazione, che una volta di pi non si pu trattenere un grido di sorpresa davanti a un simile genio dell'intrigo.
Il 3 agosto, manda Padre Loth a cercare Bassenge e dirgli chiaramente: "Siete ingannato, la carta di garanzia posseduta dal cardinale porta una firma falsa; ma il principe  abbastanza ricco da poter pagare".
Fra tutte quelle manovre lunghe, complicate, condotte con tanta logica e con mano tanto sicura,  questo il colpo maestro. Messo in quel punto, brutalmente, di fronte alla realt, spaventato dalla prospettiva dello scandalo d'un processo inevitabile, per l'orribile vergogna che sarebbe ridondata su di lui dalla scena del boschetto, a proposito di cui il procuratore del re l'avrebbe accusato d'essersi lasciato trascinare fino alla lesa maest, il cardinale, che aveva risorse grandissime, non poteva esitare; pagando i gioiellieri, avrebbe soffocato tutta la storia. E non avrebbe esitato, e la signora de la Motte col marito avrebbero goduto in pace il frutto delle loro rubere! Questa non  un'ipotesi: esistono le dichiarazioni del principe di Rohan:
"Entrava nei piani della signora de la Motte il dichiarare spontaneamente che la firma era falsa. Si lusingava d'avermi ridotto, merc le sue abili manovre, al punto di pagare la collana senza osare neppure di lagnarmi. E avrei certamente preso il partito d'aggiustarmela coi gioiellieri, sacrificando la mia sostanza e invocando l'aiuto di parenti miei".
Per disgrazia del cardinale e di Giovanna di Valois, i gioiellieri, per timidit, non osano affrontare Rohan. Informato dal collega delle parole della signora de la Motte, Bhmer, in preda alle maggiori ansie, accorre a Versailles lo stesso giorno, sforzandosi d'ottenere un'udienza dalla regina. Non pu vedere che la lettrice, la signora Campan, che gli dice:
"Siete vittima d'una furfantera; la regina non ha mai ricevuto la collana".
Adesso, almeno, i gioiellieri avranno il coraggio d'andare direttamente dal cardinale a fare la dichiarazione consigliata loro dalla signora de la Motte? Nossignori; sino alla fine la loro condotta deluder tutti i suoi calcoli.
Lo stesso giorno, 3 agosto, la signora de la Motte mandava a chiamare Rtaux de Villette per spronarlo a fuggire, consegnandogli 4000 lire per il suo viaggio. Rtaux fa caricare le valige sopra un calessino preso a nolo da Hinnet, sellaio, in via San Martino. Il cavallo appartiene a La Motte. Va a cena in via Saint-Gilles, allegramente, fino a mezzanotte; e siccome i mobili di casa sono gi imballati, ad eccezione del letto dei coniugi La Motte, Rtaux va a mettersi nel suo calesse, che sta gi nel cortile, e parte alle due del mattino, incamminandosi verso l'Italia, passando dalla Svizzera.
E ancora lo stesso giorno, 3 agosto, Giovanna invia dal cardinale Rosalia, insistendo perch venga a trovarla. Il cardinale ha dato la consegna di non ricevere nessuno ma la cameriera tanto insiste che il guardaportone la lascia salire. Il cardinale si reca in via Neuve-Saint-Gilles.
"Ho dei nemici - essa lamenta - che m'accusano d'indiscrezione e di millanteria; da un momento all'altro posso venire arrestata; m'hanno fatto sperare, se lascio Parigi, che forse cesseranno di vedermi dove sono nascosta. Sto col tremito addosso. Nell'aspettativa che i miei affari si mettano a posto qui e tutti i miei mobili sieno portati via, accordatemi, di grazia, un asilo nel vostro palazzo".
Rohan, fiducioso fino all'ultimo, le dice che  pronto a riceverla col marito.
Quella stessa giornata, ella aveva dato un pranzo invitando insieme ad altre persone e ad un suo nipote, il conte di Barras; era presente anche la sorella Maria Anna, che s'era lasciata decidere a venire a Parigi. Non bisognava lasciar scorgere il tremito interiore. Ma fra le undici e mezzanotte, fatti spegnere i lumi dal portiere eccola aprire l'uscio pianamente, senza far rumore, e scivolar via come un'ombra, seguita da Rosalia.
"La tremarella - dir poi Target - si rivela in ogni vostro passo. Le tenebre non vi bastano per celarvi ad ogni sguardo; voi temete perfino la candela del portiere; non uscirete se non quando tutti saranno usciti dalla portineria e tutti i lumi spenti; il cappuccio delle vostre mantelline ricoprir il volto ad ambedue; e cos, nell'ombra, in gran mistero, attraverserete la solitudine di quella parte del corso che vi conduce fino alla casa del cardinale ove andate a rifugiarvi".
Nella via Vieille-du-Temple trov il marito:
"Il signor di Carbonnires ci condusse in una stanza ch'era stata occupata dal reverendo abate Georgel".
"Con quest'ultima manovra, la signora de la Motte credeva di legare definitivamente la propria sorte a quella di Rohan, stabilendo la propria buona fede:
"Se non avesse agito in buona fede, sarebbe forse venuta a mettersi nelle mani del principe?".
Il 4 agosto, l'indomani della duplice dichiarazione fatta dalla signora de la Motte e dalla signora Campan, Bhmer vien chiamato al palazzo di Strasburgo.  Bassenge che vi si reca. Desidera spiegarsi col cardinale, ma, intimidito, non osa ancora confessare apertamente ci che gli sta in cuore, ripete ci che la vigilia gli  stato dichiarato, parlare d'un falso. Chiede soltanto:
"Sua Eminenza  proprio certa dell'intermediario che  stato messo di mezzo fra lei e la regina?".
Rohan nota la sovraeccitazione del gioielliere e ne rimane spaventato. Occorre calmarlo. Sarebbe capace di giungere fino al re e rivelargli il segreto. Gli propone di consegnargli il titolo contenente le condizioni della vendita, con la firma "Maria Antonietta di Francia". Sar per la sua garanzia. Ma immediatamente Bassenge capisce che nel caso d'un inganno quell'unica garanzia non rimane tale se non fra le mani del cardinale fungente da cauzione. Il cardinale ha un bell'insistere; egli rifiuta il possesso di quella carta.
Bassenge torna a parlare delle proprie inquietudini, dei creditori che perdono la pazienza, di Sainte-James che gli ha anticipato 800.000 lire sulla collana...
L'angoscia stringe il principe Luigi alla gola; ad ogni costo Bassenge deve venire rassicurato.
"Se vi dicessi che ho trattato direttamente con la regina, sareste contento?
"- Questo mi darebbe la massima tranquillit.
"- Ebbene, io sono tanto sicuro come se avessi trattato direttamente".
Infatti Rohan non ha forse visto Maria Antonietta a Versailles, quella sera, nel boschetto? la regina non gli ha fatto test consegnare 30.000 lire? egli non ha ricevuto da lei numerose lettere?
Bassenge risponde che rimane inquieto.
"Far in modo che la regina venga a sapere quanto simili ritardi sieno nocivi ai vostri interessi".
Bassenge diffida dell'intermediario. Sainte-James diventa sempre pi insistente.
"M'assumo dunque l'impegno - dice Rohan - d'ottenere dal tesoriere della marina che pazienti a vostro riguardo".
Parole che calmano il negoziante il quale si congeda.
In seguito a quell'angoscioso colloquio, il principe Luigi dett a Ligeois, uno de' suoi camerieri, un biglietto in cui si rispecchiano i suoi tormenti, e che venne trovato fra le sue carte. Eccolo con le opportune indicazioni per capirne i termini.
"Mandato a chiamare B (assenge) che sospetta sia per parlargli del medesimo oggetto (la collana). M'ha chiesto come doveva rispondere. Gli ho detto di guardarsi bene dal fare nessuna confidenza, che dovesse dire d'aver spedito l'oggetto in questione all'estero e che gli raccomando assolutamente la secretezza e di non fare nessuna confidenza. M'ha affermato e ripetuto varie volte non essere pi la sua vita che un tormento da quando s'era preso la libert di scrivere a... (la regina) e che gli era stato detto da C. (la signora Campan) che il padrone (la regina) non sapeva ci che volesse dire quella gente (Bhmer). Che la testa gli girava. Questo complesso di cose potrebbe anche far girare la mia, se non fosse certo che il mezzo proposto (il passo fatto verso Sainte-James) aggiusta tutto per il presente e per il futuro. D'altronde, la persona da me proposta (Sainte-James)  al corrente d'ogni cosa perch debitore (i Bhmer) non ha potuto fare altrimenti. Cos che questo non muta nulla nell'ordine delle cose, far anzi nascere la calma l dove attualmente non c' che turbamento e disperazione".
Il cardinale vide infatti Baudard di Sainte-James. Lo incontr una sera, in societ. Passeggiarono ambedue sulla terrazza, confusi fra gli invitati. Il cardinale supplic il finanziere di non fare pressioni ai gioiellieri per il pagamento; per rassicurarlo, gli confid d'aver letto una dichiarazione della regina, scritta di suo pugno, come qualmente essa aveva 700.000 lire per i Bhmer. Rohan alludeva alla sedicente lettera di Maria Antonietta che la signora de la Motte gli aveva mostrata portandogli le 30.000 lire d'interessi sulla somma da ulteriormente versarsi.
Entrata col marito nell'appartamento di palazzo Rohan nella notte dal 3 al 4 agosto, la signora de la Motte ne usc il 5; il 6 partiva per Bar-sur-Aube.
S'incamminava verso il paese natale, con animo tranquillo. Lo scoppio del temporale sarebbe ricaduto su Rohan, il quale non avrebbe esitato a scongiurarlo pagando i gioiellieri. Del resto, le trattative non erano direttamente avvenute fra i negozianti e il cardinale? Non c'era ragione d'inquietarsi.
Quando poi i commissarii del Parlamento obbiettarono a Rohan che, se madama La Motte avesse realmente fatto imitare la firma della regina e vendere i diamanti a proprio profitto non sarebbe sloggiata cos alla luce del sole per recarsi a Bar-sur-Aube ma ritirata piuttosto in paese straniero, Rohan rispose molto giustamente:
"La condotta della suddetta signora non  poi cos illogica come a prima vista sembrerebbe. Credeva d'avermi talmente circuito con le sue arti ch'io non avrei osato dire nulla, e, difatti, le manovre sono cos molteplici ch'io avrei preferito pagare, non dire nulla e lasciare che la signora godesse del frutto dei proprii imbrogli".
"Quale condotta pi naturale, pi abile, pi prudente, poteva dunque tenere Giovanna di Valois? - osserva l'avvocato Labori. - Fuggire, significa accusarsi, dare a Rohan, forse, il mezzo di disimpegnarsi. Rimanere, vuol dire condannare Rohan a mettere in tacere la faccenda a qualunque costo, pagare i Bhmer, assumere tutto a proprio carico. Che cosa pu ella temere, infatti? Non  forse Rohan un poco complice suo, per la sua audacia a voler innalzarsi fino alla regina, per quella credulit ingenua dell'incontro simulato, per quella corrispondenza inventata a piacere? Finch' nell'inganno, Rohan non pu voler perdere la regina; disilluso, non pu affrontare un'accusa di lesa maest, affrontare il patibolo".
Rohan infatti era sempre esitante. La sua mente oscillava fra le perplessit pi crudeli. La domanda rivoltagli dal gioielliere diventava un incubo. S'era sforzato di rassicurare Bhmer; ma a sua volta non era niente affatto sicuro. Ed ecco che l'imbroglio gli appare per la prima volta chiaramente quando, paragonando a caso l'impegno sottoscritto "Maria Antonietta di Francia" con altri biglietti della regina datigli da parenti suoi, non trova fra le due calligrafie la minima somiglianza.
Cagliostro, il consigliere solito, viene chiamato d'urgenza. L'alchimista, stavolta, lascia in disparte i lumi del gran Cofto, dell'arcangelo Michele e del bue Api. Perspicace com', districa tutto l'intrigo.
"Mai - disse Cagliostro a Rohan - la regina ha firmato Maria Antonietta di Francia. Siete vittima d'una furfanteria e non avete che un partito da prendere: andate senza indugio a buttarvi ai piedi del re per raccontargli tutto quello ch' accaduto".
Cagliostro indovinava l'avvenire? Quanto al presente, il suo era un parlar d'oro. Abbiamo indicato il momento, critico nella vita di Maria Antonietta, quello in cui l'arrivo del Controllore generale le imped d'interrogare Bhmer a proposito del biglietto che le porgeva; ora vediamo il momento critico del cardinale. Se avesse seguito il consiglio dell'alchimista, lo spaventoso scandalo sarebbe stato evitato. Rimaneva in una dolorosa perplessit. Ed era ancora la sua bont che gli impediva di agire. Esitava a far mettere in ceppi quella giovine donna, una Valois. Era stata spinta agli estremi dalla miseria.
"Ero incerto sul partito da prendere, incerto se occorresse svelate tutto denunziando la signora de la Motte, oppure se non fosse pi saggio pagare la Collana e mettere in tacere la faccenda".
* * *
A Bar-sur-Aube Giovanna dava feste da sbalordire. Era un lusso inaudito. Con il consorte si reca ai ricevimenti organizzati dai signori della contrada. A Chteau-villain, il duca di Penthivre l'accoglie con la massima deferenza.
"Il principe - dice Beugnot - la riconduce fino all'uscio della seconda sala che d sullo scalone, onore da lui non accordato alle duchesse e riservato soltanto alle principesse del sangue", tanto  grande il suo rispetto per la pronipote dei re. Il conte Beugnot si trova con i coniugi La Motte quasi giornalmente.
Il 17 agosto, Beugnot, aveva accompagnato la signora de la Motte all'abbazia di Chairvaux per le solennit in onore di San Bernardo. L'abate Maury, prodigava anch'egli alla contessa i pi delicati riguardi. Credeva - dice Beugnot - alla sua relazione col cardinale e la trattava come una principessa della Chiesa. Giovanna era vestita in modo vistoso e tutta indiamantata. Passeggiarono tutta la sera nei bei giardini dell'abbazia. Il cielo era luminoso. Il sole era scomparso dietro le alture boscose che rinserrano Clairvaux. Gli alberi si staccavano, sulla collina, in pizzi neri sopra un fondo porpora ed oro, con delle colate d'ottone verde, fiammeggiante; ma la vallata era nell'ombra. Soltanto le cime dei pioppi e dei pini emergevano, d'un giallo arancio, come inzuppati nello zafferano. A poco a poco la luce s' affievolita, il cielo  diventato violetto. Nella vallata si addensa una nebbia bianca d'attimo in attimo sempre pi opaca in cui si frammischiano dei toni grigi sempre pi oscuri. Grosse nubi invadono il tramonto. Il crepuscolo si disperde nella notte.
Suonano le nove.  il momento di cenare. L'abate Maury  in ritardo. Alle nove e mezza finalmente ci si decide a mettersi a tavola senza di lui. Il grande refettorio, a due piani di finestre,  festoso. I muri d'un bianco crudo riflettono la luce delle candele; e i cammei bistrati, nelle curve delle arcate, fra i pilastri alti, - soggetti religiosi a cui lo stile del tempo conferisce un'aria di mitologie alla Van Loo - brillano d'un allegro splendore.
Rumore d'una carrozza, fuori. Compare l'abate, ansante, turbato.
"- Novit?
"- Se ci sono novit? Ma in che mondo vivete? il principe cardinale di Rohan, grande elemosiniere di Francia,  stato arrestato marted scorso, giorno dell'Assunzione, in abiti pontificali, nel momento in cui usciva dal gabinetto del re. Si parla d'una collana di diamanti acquistata in nome della regina...".
Giovanna stava seduta fra le sottane nere di due monaci e sul petto le scintillavano i diamanti.
"Non appena la notizia ebbe colpito le mie orecchie - dice Beugnot - io volsi gli occhi verso la signora de la Motte che aveva lasciato cadere il tovagliolo e il cui viso, pallido e immobile, rimaneva perpendicola al suo piatto. Passato il primo momento, vedo che fa uno sforzo e corre fuori della sala da pranzo. Uno dei dignitarii della casa la segue, e, pochi minuti dopo, lascio la tavola e vado a raggiungerla. Aveva gi fatto attaccare i cavalli; e noi partiamo".
Giovanna di Valois pronunzia parole incoerenti. Bruscamente il suo pensiero si ferma sul nome di Cagliostro:
"- Vi dico che l sotto non v' che la mano di Cagliostro.
"- Ma voi avete ricevuto quel ciarlatano e non vi siete per caso compromessa con lui?
"- Affatto, e sono tranquillissima, anzi ho avuto proprio torto a lasciare la cena".
Beugnot non condivide quella fiducia. Suggerisce la fuga in Inghilterra.
"Signore, mi seccate alla fine! Vi ho lasciato andare fino in fondo perch pensavo a tutt'altro. Occorre ripetervi dieci volte di fila che io non c'entro per nulla in questa faccenda? Sono veramente indispettita d'essermi alzata da tavola".
Il tempo s'era guastato. Pesanti nuvole correvano su per il cielo. Veniva il temporale. Nella notte buia la pioggia cadeva a catinelle. La vettura era sferzata dai rami inzuppati d'acqua degli alberi, faggi e frassini, che formano i boschi di Clairvaux: uno sciacquo monotono che snervava. Le ruote affondavano nella melma delle strade. Il tuono rumoreggiava. Certi momenti, i cavalli si imbizzarrivano, rifiutandosi d'andare innanzi. Finalmente, si usc dal bosco. Da ambo i lati della via i campi si stendono tristi e deserti. Le lanterne sono spente. Non si vede pi nulla, davanti a s. La contessa ha paura che i cavalli non attraversino diretti i ponti sull'Aube e la buttino nel fiume. Si passa dalle Crottires. E finalmente si giunge in via San Michele, alla casa della contessa. Beugnot le consiglia di bruciare tutte le carte concernenti le sue relazioni col cardinale.
"Noi apriamo - egli narra - un grande cofano in legno di sandalo pieno di carte d'ogni colore. Avevo premura di finirla".
Perch non buttare sul fuoco tutto insieme, in blocco? Ma Giovanna ci tiene a far leggere al giovane avvocato certi documenti. Era la pretesa corrispondenza amorosa di Rohan con Giovanna di Valois. Era necessario che Beugnot ne fosse a conoscenza, per poterne testificare, nel caso; ma necessario anche che le lettere fossero poi distrutte, subito dopo, affinch l'autenticit non potesse venir controllata.
L'alba imbiancava il cielo quando Beugnot si conged. Tutte le carte erano distrutte.
 XXIV.
"FANGO SUL PASTORALE
E SULLO SCETTRO".
Mentre il cardinale cos tergiversava, la regina, 1'8 agosto, messa al corrente dalla signora Campan della conversazione da lei avuta col suo gioielliere il giorno 5, manda a cercare costui a Versailles. Lo manda a chiamare con gran premura. Il biglietto, redatto da Loir, il suo cameriere, d un indizio della sua impazienza. Bhmer vi si reca il 9 agosto. Interrogato, risponde in qual modo ha venduto la collana. Maria Antonietta, stupita, spaventata, ordina al gioielliere di redigere un memoriale che le viene consegnato il 12. Le trattative per la collana, l'iniziativa della signora de la Motte, i passi fatti dal cardinale e la consegna del gioiello fra le di lui mani, tutto vi  esposto in modo particolareggiato.
Maria Antonietta ne parla subito al re, turbata, irritata. Sente l'oltraggio di quell'abuso del suo nome. L'antipatia materna, trasmessa e accuratamente mantenuta in lei, riappare in tutto il suo vigore.
"La cosa - scrive al fratello Giuseppe II -  stata combinata fra il re e me; i ministri non ne hanno saputo nulla". Fu questo il guaio. Nel ministero c'era allora una persona di primissimo ordine, dotata d'una conoscenza profonda degli uomini e d'una esperienza preziosa, il conte di Vergennes. Avrebbe impedito lo sbaglio irreparabile che sta per essere commesso.
Il 15 agosto, giorno dell'Assunzione, era sempre una grande solennit a Corte dopo il voto di Luigi XIII che aveva posto la corona e il regno sotto la protezione della Vergine. Era pure la festa della regina. Tutta la Corte, e la nobilt gravitante attorno ad essa, si trovava a Versailles; e il popolo giungeva in folla da Parigi. Nella mattinata, il re, la regina, Breteuil, il guardiasigilli Miromesnil, si sono riuniti alle dieci nel gabinetto del re. Vergennes non c'; la questione che si sta per dibattere non riguarda il suo dipartimento. Breteuil legge ad alta voce il memoriale dei gioiellieri. Vengono espresse le varie opinioni. Miromesnil raccomanda la prudenza, la moderazione:
"Bisogna - dice - informarsi bene. Rohan appartiene a una tal famiglia e occupa una posizione tale che merita di venire interrogato prima che lo si arresti".
Breteuil invece espone con violenza un parere contrario. Abbiamo detto che c'era un odio personale fra Rohan e lui.
Breteuil era un buonissimo uomo e fu un ottimo ministro a cui la storia finir col rendere giustizia. Con le sue grandi qualit di cuore e di mente, aveva per disgrazia un temperamento brusco e infiammabile. Credette sul serio che il cardinale, crivellato di debiti, avesse immaginato un simile trucco per liberarsi de' suoi creditori. Opin quindi per l'arresto immediato. Maria Antonietta, non meno focosa di lui, non capiva perch si esitasse: "Il cardinale ha preso il mio nome come un vile e malaccorto falso monetario qualunque". Luigi XVI era incline all'opinione di Mirosmenil. Disse a Breteuil d'andar a cercare Rohan. Costui s'era recato a Versailles per celebrarvi gli uffici divini per la festa dell'Assunzione, nella cappella reale. Stava nel Gabinetto del re, insieme alle cosidette "grandi entrate". Erano le persone pi illustri della nobilt, i dignitari a Corte. Alle undici, egli entra nel Gabinetto interno, in sottana d'amoerro scarlatto e rocchetto d'Inghilterra.
"Cugino mio - dice il re - che cos' quell'acquisto d'una collana di diamanti che dicono fatto da voi a nome della regina?".
Rohan  diventato livido.
"Sire, lo vedo, sono stato ingannato, ma non ho ingannato.
"- Quand' cos, cugino mio, non dovete inquietarvene. Ma spiegatevi...".
La regina gli stava davanti, a testa alta e fiera. Lo trafiggeva col suo sguardo che sapeva rendere tanto duro e altero; lo schiacciava con la sua collera, il suo disprezzo. Quale caduta brusca, atroce, in cui ad un tratto veniva spezzata la bella e lunga speranza a poco a poco rinforzata in Rohan, dopo la scena di quella sera in fondo al parco! Rohan si sente soffocare, il sangue gli affluisce alle tempia, gli si piegano i ginocchi. Il re nota la sua emozione e gli dice con voce pi dolce:
"Scrivete quello di cui dovete rendermi conto".
E il re entra nella sua biblioteca con la regina, Breteuil e Miromesnil. Rohan  solo, seduto davanti a un gran foglio bianco, con gli occhi smarriti, il cervello vuoto. Guarda fissamente il foglio bianco. La mano gli trema. Scrive quindici righe che cominciano con queste parole:
"Una donna che ho creduto..." e finiscono con queste altre: "la signora Lamotte di Valois".
Si legge nel rapporto ufficiale al luogotenente di polizia de Crosne:
"Il re ha lasciato solo il cardinale, nel Gabinetto, affinch potesse scrivere tranquillamente. Qualche tempo dopo, il cardinale ha portato al re la sua dichiarazione che una donna chiamata di Valois l'aveva persuaso essere necessario fare l'acquisto d'una collana per conto della regina e che questa donna l'aveva ingannato".
"- Dov' questa donna? - chiese il re.
"- Sire, non lo so.
"- Avete voi la collana?
"- Si trova fra le mani di quella donna.
"Il re gli ha detto di tornarsene nel gabinetto ad aspettare. Pochi minuti dopo, il re e la regina sono rientrati nel gabinetto dove il cardinale stava aspettando. Allora il re ha ordinato al barone di Breteuil di dare lettura del memoriale redatto dai due negozianti.
"Dove sono quei sedicenti biglietti scritti e firmati dalla regina, di cui si parla nel Memoriale? - chiede il re.
"- Li ho, sire, ma sono falsi.
"- Credo che siano falsi!
"- Li porter a Vostra Maest.
"- E quella lettera da voi scritta ai goiellieri e inserita nel loro memoriale?
"- Sire, non mi ricordavo d'averla scritta; ma deve pure essere cos poich ne danno la copia. Pagher la collana".
Dopo un momento di silenzio, il re riprende:
"Signore, non posso sottrarmi, in una circostanza simile, al dovere di fare mettere i suggelli in casa vostra e assicurarmi della vostra persona. Il nome della regina  prezioso per me.  compromesso e non devo trascurare nulla".
Rohan supplicava di evitargli lo scandalo, sopratutto nel momento in cui sta per entrare nella cappella per officiare davanti alla Corte riunita e alla folla del popolo venuta da Parigi. Invoca la bont del re per la signora di Marsan, ch'ebbe cura della sua infanzia, per il principe di Soubise, per il nome dei Rohan.
Il re, forse, stava per cedere; ma la regina che a malapena si era contenuta, interviene:
"Ma com' mai possibile, signor cardinale, che, non avendovi io mai parlato da otto anni in qua, voi abbiate potuto credere che volessi servirmi della vostra mediazione per concludere la compera della Collana?"
Maria Antonietta parla ad alta voce, nervosamente. Piange. Ha nell'animo troppi rancori, unitamente a quelli di Maria Teresa, in quel momento. La sua emozione si comunica al re. Breteuil ha il sopravvento su Miromesnil.
"Signore, far del mio meglio per consolare i vostri congiunti. Desidero che possiate giustificarvi. Faccio quello che devo come re e come marito".
Intanto la folla brillante che aveva invaso gli appartamenti del re, l'Occhio-di-Bue, la Camera, il Gabinetto del Consiglio, il Gabinetto del Pendolo cominciava a diventare nervosa. L'ora della messa era trascorsa da un pezzo. L'atmosfera si oscurava. C'era in aria il presentimento d'una bufera. Che cos'avveniva mai dietro il pesante uscio a specchio, nel Gabinetto interno? Circolavano gi voci confuse, rumori vaghi, discorsi, chiacchiere.
Un'ondata. L'uscio a specchio si  aperto. Appare Rohan, eretto nella persona, pallidissimo. Breteuil gli tien dietro, col volto infocato; non sa pi contenere la propria gioia. Con voce tonante, grida al duca di Villeroi, capitano delle guardie del corpo:
"Arrestate il signor cardinale!"
Che parapiglia! I cortigiani fanno a gomitate, per vedere; quelli in seconda fila si alzano sulla punta dei piedi; alcuni salgono sulle panche. E, sono tutti l "le entrate della Camera" e "le entrate del Gabinetto". Sotto gli occhi che lo squadrano e con Breteuil, gongolante, alle calcagna, il principe Luigi attraversa, con la fronte madida di sudore e lo sguardo fisso, la sfilata delle vaste sale, il Gabinetto del Pendolo, il Gabinetto del Consiglio, la Camera, l'Occhio di Bue: lungo calvario!  finalmente arrestato nel momento in cui, uscendo dagli "appartamenti" passa dall'Occhio di Bue nella Grande Galleria. C' una luce che abbaglia. Il sole cade a piombo dalle larghe finestre, e vien riflesso dagli specchi. Qui c' la turba, il popolo agglomerato. Nei suoi paludamenti pontificali, nell'atto d'accingersi al sacrificio divino, il principe cardinale, grande elemosiniere di Francia, viene arrestato come un malfattore.
Nel primo momento era successa una tal confusione che Villeroi non aveva potuto eseguire immediatamente l'ordine ricevuto. Aveva affidato il cardinale al signor di Jouffroy, luogotenente delle guardie del corpo. E, nell'emozione generale, il solo che rimanga calmo  Rohan, che ha ripreso il dominio di se stesso. Chiede con voce tranquilla a de Jouffry una matita e scrive, alla svelta, poche parole su di un biglietto che tiene appoggiato in fondo alla sua calottina rossa e quadrata:  l'ordine al suo fedele abate Georgel d'abbruciare immediatamente tutte le carte che si trovano nel "portafoglio rosso": le lettere tanto care fino a quel giorno - quello che gli era riuscito di conservare dei bigliettini listati d'azzurro. Quando giunse al palazzo di Strasburgo, sotto scorta, l'ordine era gi eseguito. L'indomani Rohan venne condotto alla Bastiglia, rassicurato su quel punto.
La signora Campan ci rende noto lo stato d'animo della regina:
"La vidi dopo l'uscita del barone di Breteuil. La sua agitazione mi fece paura.
"- Bisogna - disse - che i vizii orrendi vengano smascherati. Quando la porpora romana e il titolo di principe non nascondono che un pitocco e uno scroccone, bisogna che la Francia intera e tutta l'Europa lo sappiano!".
Maria Antonietta non teneva conto dei partiti che si sarebbero alleati con Rohan. In primo luogo i suoi pi prossimi congiunti, i Rohan, i Soubise, i Marsan, i Brionne, il principe di Cond che ha sposato una Rohan e la sua potente casa, e attorno a loro la pleiade dei cortigiani malcontenti; tutto il clero, di cui Rohan  il capo, dal pi umile seminarista fino al principe arcivescovo di Cambrai che , lui pure, un Rohan; il Parlamento rivale del trono; la Sorbona di cui Rohan  provveditore e dove gli vogliono bene; i nemici di Breteuil - e sono molti, perch Breteuil  un uomo di valore; i nemici della regina - e sono molti perch la regina  graziosa e buona; Calonne e le sue creature, Lenoir e i suoi partigiani; e finalmente i gazzettieri, i libellisti, i novellieri, i liberi pensatori d'osteria, gli arringatori di piazza, gli oratori del Palais-Royal che scorgono gi, in quel conflitto fra la regina e il primo dignitario della Chiesa di Francia, una lotta in cui il trono e l'altare, avventati l'uno addosso all'altro, si fracassano a vicenda.
Rivarol scrive:
"De Breteuil ha preso il cardinale dalle mani della signora de la Motte e l'ha schiacciato sulla fronte della regina a cui ne  rimasto il segno".
Quell'immagine, che paragona Rohan nella sua veste rossa a quei fiori di campo che i ragazzi si schiacciano sulle tempia,  certamente arrischiata; ma esprime precisamente ci che vuole significare.
In Parlamento, uno dei consiglieri pi in auge, Frteau di Saint-Gus, quando seppe dello scandalo esclam fregandosi le mani:
"Bellissimo affare! Un cardinale scroccone e la regina implicata in una vicenda di falso! Quanto fango sul pastorale e sullo scettro! che trionfo per le idee di libert! Che importanza per il Parlamento!"
Il 14 giugno 1794, a Parigi, il suddetto consigliere Frteau di Saint Just venne decapitato. Le femmine sguaiate, i patrioti beoni dal volto paonazzo, s'affollavano attorno alla ghigliottina. Frteau pensava forse in quel momento a ripigliare la sua arringa: "Bellissimo affare! fango sul pastorale e sullo scettro! trionfo della libert...".
Uno scatto secco. La testa rotola, insanguinata, con gli occhi spalancati.
 XXV.
LA BASTIGLIA.
Il giorno stesso in cui il cardinale veniva arrestato, un rescritto reale, controfirmato da Breteuil, ordinava l'incarceramento della signora de la Motte alla Bastiglia. Il 18 agosto, alle quattro del mattino, sotto la direzione dell'ispettore Surbois, alcuni arcieri, ai quali prestava man forte la gendarmeria del paese, si presentavano al domicilio della contessa, in via San Michele, a Bar-sur-Aube. Gli arcieri impiegarono maggior premura che cautela nel compimento della loro missione. Non avevano,  vero, l'ordine di arrestare il conte de la Motte; ma lo lasciarono tranquillamente staccare gli orecchini che portava sua moglie e gli anelli adorni di brillanti che aveva sulle dita, facendo cos scomparire il corpo stesso del delitto ch'ella si portava indosso.
Subito dopo la partenza degli arcieri e della consorte, La Motte va a rendere conto dell'accaduto ad Alberto Beugnot "con tono - dice costui - borioso e tranquillo"; ma il giorno stesso rompe i suggelli apposti in casa sua e prende gli oggetti che pi gli fanno comodo: denaro, diamanti, pizzi, lo scrigno di brillanti d'un valore di 100.000 lire che aveva servito di pegno al notaio Minguet e che La Motte aveva fatto ritirare da Villette. Nasconde l'argenteria e una parte dei gioielli in casa di sua zia Clausse di Surmont. Poi sale in diligenza con la sorella, la signora de la Tour. A Meaux si separano. La sorella va a Parigi; e il conte, per la via del Belgio, si reca in Inghilterra. Quando gli arcieri ricomparvero trovarono la casa vuota. Il 23 agosto, La Motte ebbe l'audacia, a Londra, di presentarsi al gioielliere Gray, per negoziare la vendita dei diamanti rimastigli e di quelli che aveva loro lasciato tra le mani all'epoca del suo primo viaggio in Inghilterra.
Il cardinale dorm nella propria casa, in via Vieille-du-Temple, la notte dal 15 al 16 agosto. Nel pomeriggio del 16 - un marted - fu visto alla finestra del suo salotto dominante i vasti giardini per mezzo dei quali la casa di Strasburgo comunicava col palazzo Soubise, giuocare con la propria scimmia. La stessa sera, il marchese di Lannay, governatore della Bastiglia, and a prenderlo per costituirlo prigioniero. Fu alle undici e mezza di notte che Rohan, nella vettura che aveva portato Launay e il conte d'Agoult, comandante delle guardie del corpo, valic il ponte levatoio della fortezza reale. Non venne alloggiato nelle torri, vale a dire nei locali destinati ai prigionieri comuni. C'erano due appartamenti preparati per ricevere i prigionieri di riguardo, nel corpo di fabbrica occupato dagli ufficiali dello Stato maggiore. A disposizione di Rohan venne messo quello pi vasto. A tre de' suoi domestici, Branduer, Schreiber e Ligeois, fu permesso di servirlo. Per il suo mantenimento venne disposta una somma di centoventi franchi giornalieri - il che sembra inverosimile, se si considera il valore del denaro in quell'epoca -. Aveva una tavola imbandita regalmente. Poteva vedere chiunque desiderasse: famiglia, segretarii, consiglieri... Gli capit di dare in prigione un banchetto di venti coperti con ostriche e Champagne. Hardy nota che, a cagione di quella grande affluenza di visitatori, il massiccio ponte levatoio della Bastiglia stava abbassato tutto il giorno e i due battenti della porta principale erano spalancati "ci che nessuno si ricorda"va d'avere mai visto". Dalla carcere, Rohan continu ad amministrare gli affari della sua diocesi, quelli inerenti alla sua carica di grande elemosiniere e quelli dei Quinze-Vingts. Teneva circolo press'a poco come nel palazzo di Strasburgo. Passeggiava per interi pomeriggi sulla piattaforma delle torri. Era vestito allora in "redingote" scura, col cappello rotondo dall'ali abbassate. I fannulloni si aggrappavano per vederlo. Ci furono delle manifestazioni e si dovette proibire al detenuto la passeggiata delle torri. Per prendere una boccata d'aria, il cardinale aveva anche i giardini del governatore, a triangolo, nell'antico bastione della fortezza.
Era questo il regime al quale venivano sottoposti nella Bastiglia i prigionieri del re, vale a dire coloro ch'erano imprigionati per ordine segreto reale (lettre de cachet). Ma quando, dopo il 15 dicembre, il cardinale fu regolarmente dichiarato in arresto per decreto del Parlamento riunito e, cessando d'essere prigioniero del re divent quello della magistratura, venne assoggettato al trattamento dei carcerati comuni. E, nella solitudine, divenne d'umore cupo e si guast la salute.
Luigi XVI aveva fin dal primo momento designato, per interrogare Rohan alla Bastiglia, Breteuil e Thiroux de Crosne. Era una scelta regolare. I prigionieri della Bastiglia dipendevano infatti dal ministro di Parigi e dal luogotenente di polizia. Ma Rohan ricus l'uno e l'altro: il primo, obbiettando l'inimicizia personale, il secondo come appartenente ad una sfera non abbastanza elevata per poterlo interrogare. Vennero sostituiti da Vergenne, ministro degli Esteri e dal maresciallo di Castries, ministro della marina. Il cardinale consegn loro, il 20 agosto, un riassunto chiaro, moderato e rigorosamente esatto della storia della Collana, cos com'era a sua conoscenza.
Circolavano intanto a Parigi le pi fantastiche dicerie. L'opinione pubblica, fin dal primo giorno, se ne interess enormemente. Per mesi e mesi si trover - come un'eco - nelle gazzette olandesi l'identico ritornello: "Non si parla, a Parigi, che della storia della Collana".
Per seguire il contraccolpo di tali avvenimenti nell'opinione popolare, abbiamo un documento di inestimabile valore, il diario del libraio Hardy. Le botteghe dei librai allora in voga possono paragonarsi alle sale di redazione dei nostri grandi giornali. L comparivano e sparivano in un momento dei libelli, diatribe, opuscoli, fogli volanti, stampati di notte, usciti il mattino e sovente gi bell'esauriti a mezzod. L si pigiavano i chiacchieroni, i novellieri, i curiosi e i perdigiorno. Formicolante fucina di ciarle in cui venivano ripetute le voci della strada, dei caff, dei passeggi, della Corte, del Tribunale e dei salotti. Il libraio Hardy, brav'uomo e spirito moderato, senza partito preso, ha scritto giorno per giorno la relazione di tutto ci che gli veniva dato di sapere.
L'opinione pubblica, sulle prime, parve sfavorevole al cardinale. Si parlava delle sue gozzoviglie, dell'harem da lui mantenuto a Parigi. Non  apparsa alla ribalta del processo nessuna donna - la signora de la Motte, la contessa Cagliostro, la piccola Oliva - senza che i parigini si bisbigliassero l'un l'altro: "Un'altra delle amanti del cardinale!". E poi il ritornello: " un pitocco!". Si stamparono delle caricature. Una rappresentava l'Eminenza prigioniera che teneva in ambe le mani un salvadanaio, con queste parole: "Fa la questua per pagarsi i debiti". (Bisogna ricordare che Rohan era grande elemosiniere). Un'altra gli metteva la corda al collo e diceva: "Una volta era azzurro", alludendo al cordone del Santo Spirito. E le canzoni volavano per le strade.
Ma a Versailles la Corte era ostile alla regina. Clero e nobilt ad alte grida protestavano contro il clamoroso arresto del 15 agosto e si credevano in dovere di essere solidali con uno de' loro principali esponenti.
"In citt - dice la Corrispondenza segreta - accusavano la signora de la Motte e il cardinale, ma a Corte si accusava la regina".
Alla fine il Parlamento, trascinato dalla foga del giovane Duval d'Epremsnil, si pronunziava apertamente a favore di colui che venne chiamato "un'illustre vittima" dell'arbitrio reale e degli intrighi ministeriali. L'arresto del 15 agosto veniva proclamato un abuso di forza e un'illegalit.
"Si protesta contro un atto di cos assoluto dispotismo com'era stato quello di portar via S. E. il principe Luigi di Rohan-Gumn; atto da alcune persone attribuito all'avversione personale d'un ministro smanioso di fare le proprie vendette".
* * *
La signora de la Motte giunse alla Bastiglia il 20 agosto, alle quattro del mattino. Con la prontezza del suo ingegno, aveva fin dal primo momento fabbricato un sistema completo di difesa, unendo i suoi rancori, come fece tutta la vita, a ci che credeva il proprio interesse. Si  parlato della sua rivalit con Cagliostro. Non aveva tardato ad accorgersi che l'alchimista le nuoceva nella mente del cardinale. D'altronde, quel personaggio straniero che biascicava male il francese, dal contegno strambo e doppiamente sospetto nella duplice qualit d'alchimista e di framassone, uso a spendere rendite immense di cui tutti ignoravano l'origine e sospetto di spionaggio, le pareva proprio l'individuo a cui addossare ogni responsabilit. Fin dal primo interrogatorio ne aggrav la posizione. Il 23 agosto, Cagliostro e sua moglie venivano rinchiusi alla Bastiglia.
"Il conte di Cagliostro - scrisse Hardy - giunto da poco nella capitale dove faceva sfoggio di sedicenti segreti e d'un ciarlatanesimo di nuovo genere, passando inoltre per spia,  stato arrestato con la consorte che dicono sia l'amante del cardinale".
La signora de la Motte si mostrava dunque tranquilla. Suo marito e Rtaux essendo in fuga, era difficile produrre contro di lei una prova concludente. Il cardinale aveva trattato direttamente coi gioiellieri. La carta firmata "Maria Antonietta di Francia" era tutta di pugno del cardinale, tranne la firma falsificata da Rtaux. La collana era stata consegnata nelle mani di lui. La signora de la Motte non si spavent se non il giorno in cui seppe che si stava cercando Rtaux de Vallette fuori di Francia. Vergennes ne reclamava l'estradizione. A tale notizia ella pens ch'era urgente far mettere in salvo la d'Oliva. Se Rtaux fosse stato preso, avrebbe potuto indicare il nome di quella comparsa, e la concordanza delle loro deposizioni sarebbe stata schiacciante per lei. Dal fondo della Bastiglia, trov il mezzo di far giungere un avvertimento alla giovine donna, in via Neuve-Saint-Augustin, dov'era andata costei ad abitare dal 1 luglio.
"Una calunnia atroce - le diceva - mi trattiene in carcere, e la stessa mano da cui sono e colpita pu mettere in pericolo i vostri giorni, a cagione della scena del Boschetto, se non uscite immediatamente dalla Francia".
Nicoletta, sedicente contessa d'Oliva, spaventata, part di notte, col suo amante, Toussaint di Beausire e raggiunse Bruxelles; ma vennero col arrestati ambedue nella notte dal 16 al 17 ottobre e a loro volta rinchiusi nella Bastiglia. Quando l'ispettore Quidor si fu impadronito di Rtaux de Villette a Ginevra, dove viveva nascosto sotto il nome di Marcantonio Durand, e venne anche costui messo sotto chiave, il 26 marzo 1786, nella prigione di via Sant'Antonio, non manc pi, per le pratiche istruttorie, fra i personaggi importanti, che il conte de la Motte.
L'estradizione non s'otteneva in Inghilterra come nel Belgio o nella Svizzera. Vergennes si ebbe un rifiuto. Il governo francese fece tutto il possibile per rapire La Motte con un colpo di mano. Storia brigantesca concepita da un certo Lemercier, agente secreto della Corte francese in Inghilterra. Il piano venne macchinato dalla polizia di Parigi d'accordo col conte d'Adhmar, ambasciatore di Francia a Londra. Avevano scoperto il rifugio del conte de la Motte a Newcastle sul Tyne, in Inghilterra, sulla frontiera scozzese. Navi carbonifere vennero noleggiate e tenute in rada. L'equipaggio, composto di cinque uomini, era stato comperato. Vennero offerte mille sterline al privato che dava alloggio al conte; era un "maestro di lingue" chiamato Costa, marito d'una francese. Avrebbe dovuto versare al conte un narcotico. La Motte, addormentato che fosse, sarebbe stato chiuso in un sacco e trasportato a bordo. Ma il piano, scoperto dal conte, and a vuoto.
E vediamo entrare in scena Bette d'Etienville e compagni: altre storie di briganti, briganti all'Offenbach.
La signora de la Motte aveva cominciato lo sgombero de' suoi mobili da via Neuve-Saint-Gilles il 13 agosto: lo stesso giorno, d'Etienville aveva preso la diligenza per recarsi a Saint-Omer. Il 16, giunge ad Arras dove trova la sedicente baronessa di Courville-Salzberg che s'era affrettata a fuggire dal canto suo. La baronessa gli annunzia che il cardinale  stato messo sotto chiave alla Bastiglia. Dest meraviglia, pi tardi, il fatto che la signora di Courville avesse potuto sapere, fin dal 16 agosto, ad Arras, che Rohan era stato rinchiuso alla Bastiglia, l'incarcerazione non essendo avvenuto che il giorno stesso:  pi che probabile che d'Etienville e la signora si fossero messi in salvo non appena seppero della fuga di Giovanna di Valois; ma, che, davanti ai giudici, d'Etienville immaginasse quel particolare senza riflettere all'inverosimiglianza palese, per non indicare il motivo vero della sua partenza.
Comunque sia, ad Arras il 16 agosto, la pretesa signora di Courville disse al compagno che occorreva lasciare la Francia e mettersi al riparo in Inghilterra: che il cardinale era in prigione per aver negoziato la compera d'una collana di diamanti immischiandovi con assai poca scaltrezza il nome della regina, che ne risultava compromessa: compera fatta per dare a lei, baronessa di Courville, le 500.000 lire promesse per il suo matrimonio.
"I diamanti che vi ho fatto vedere - gli disse - provenivano dalla collana".
La baronessa non scorge via di salvezza se non nella fuga. Insiste perch d'Etienville l'accompagni; ma costui rifiuta; se parte, crederanno colpevole anche lui. La sua anima  pura. Non reclama altro che le 30.000 lire dell'indennizzo.
"La richiesta  giusta - risponde la signora - e vi dar le 30.000 lire a Saint-Omer, se mi accompagnate fin l".
"Ed ecco che, giunti al luogo dove avviene lo scambio dei cavalli della diligenza - dichiara d'Etienville - vidi la signora di Courville tornarsene verso Parigi, in compagnia d'un uomo che indossava una levita turchina. Credetti allora che l'avessero arrestata e proseguii la mia strada fino a Saint-Omer dove mi venne confermato l'arresto del cardinale".
Nel frattempo, il barone di Fages era informato della fuga dell'amico, che se l'era svignata alla notizia di quella della signora de la Motte. Fages si mette in societ con un certo conte di Prcourt che cos si presenta alla gente:
"Ho l'onore di essere colonnello e cavaliere di San Luigi; ho preso parte a due combattimenti sul mare, a tre battaglie, cinque assedii, pi di venti scontri, e ho fatto tutta la campagna nella ultima guerra civile in Polonia dov'ero comandante".
"Risulta - conclude il Bachaumont - ch' un avventuriero, pessimo soggetto, che non si  punto meravigliati di trovare qui".
Anche Prcourt era stato immischiato nell'imbroglio del barone di Fages, del quale si faceva garante, all'unissono con d'Etienville. Egli ottiene dal conte di Vergennes un salvacondotto e un ordine d'arrestare d'Etienville. E, a loro volta, Prcourt e di Fages vanno con la diligenza a SaintOmer a pescarvi il fuggitivo. Lo trovano a Dunkerque il 16 settembre. Il seguito  stato riassunto dall'avvocato dei gioiellieri Loque e Vaucher, mettendo in corsivo le precise parole di cui d'Etienville si  servito nella propria difesa.
"Si  visto - essi dicono - quel borghese di Saint-Omer lasciato solo ad Arras dalla baronessa di Courville, portarsi fino a Saint-Omer, sua patria natale, dove soggiorn per un po' di tempo per risparmiare alla pi tenera delle madri il dolore di venire a conoscere un'avventura cos crudele e di l raggiungere Dunkerque senza nessun piano prestabilito ma soltanto per cercarvi la quiete d'una esistenza ignorata - imbattendosi a Dunkerque nel messere di Prcourt e nel barone di Fages che lo arrestano in virt d'un mandato del re che ricusano mostrargli.
"Lo si  visto, sempre sicuro della propria innocenza, eppure sgomentato alla sola vista d'una sentinella presso la sua porta, condotto da Dunkerque a Lille in diligenza e quivi fermato da uno de' suoi creditori che vuole farlo mettere in prigione; reclamato da messer Prcourt come un prigioniero di stato, deposto fino alla partenza del suddetto messere nel carcere militare della citt dove viene chiamato Monsignore da due donne detenute per frode del diritto di tabacco valutata a sei franchi per ciascuna e dove non esita a fare due felici liberando quelle due donne - dove dimentica i proprii mali per condividere la loro gioia - e dove ringrazia il cielo d'avergli data un'anima sensibile.
"Lo si  visto passare dalla torre di San Pietro al corpo di guardia della porta dei malati, indignato di quel trattamento ma rassegnato come e l'agnello che viene immolato.
"Lo si  visto, con una sfacciataggine pi ridicola ancora fornire il danaro necessario alle persone che venivano ad arrestarlo e pagare le spese d'un viaggio che non gli offriva altra prospettiva se non un avvenire disgraziato, e adesso si sa che pagava con il danaro d'una signora di Autun alla quale aveva venduto dei falsi salvacondotti.
"E finalmente eccolo a Versailles, sempre condotto e custodito da messer Prcourt come un delinquente. Ma qui la scena cambia. Il fuggiasco d'Etienville, inseguito come un ladro, arrestato per ordine del re, e il barone di Fages, e che si pretendeva defraudato, e il messere di Prcourt, portatore del preteso ordine, il colpevole e i due satelliti, cos divisi finora, non avranno pi che un medesimo interesse e le medesime paure:  un triumvirato di cui d'Etienville diventa il consigliere dirigendone i passi".
A Versailles, infatti, Prcourt aveva spiegato al suo prigioniero, che Vergennes, a cui adesso erano gi note le deposizioni degli incarcerati, non voleva complicare il caso del cardinale gi straordinariamente complicato, non desiderava spingere oltre la faccenda della signora di Courville e consigliava a d'Etienville di rifugiarsi nel recinto del Temple per mettersi al riparo da' suoi creditori. Il che venne fatto. D'Etienville e de Fages, tornando ad essere buoni amici e compari, vivono due mesi fianco a fianco nel recinto protettore. Fanno dei passi presso il luogotenente di polizia, presso la famiglia del cardinale di Rohan, promettendo a costui una discrezione assoluta, ossia delle deposizioni favorevoli, mediante piccoli sussidii. Vengono a sapere che la sedicente baronessa di Courville si  rifugiata a Londra. Nonostante quella coabitazione e quella intimit, de Fages continua a sporgere querela contro d'Etienville, artifizio necessario ad allontanare da ambedue l'accusa di scrocco; perch nessuno deve supporre ch'essi sieno mai stati d'accordo per ingannare i gioiellieri ed altri fornitori. Alla fine d'Etienville, ricercato per un affare pi grave, i falsi salvacondotti rilasciati alla signora di Autun,  scacciato dall'asilo del Temple e si rifugia a San Giovanni Laterano. Il 22 dicembre 1785  incarcerato nel Grand Chtelet.
Agli imputati si aggiunsero tutti i testimoni che parvero di qualche utilit: la contessa Cagliostro, la signora de la Tour con la figlia Maria Giovanna - la giovinetta ancora "innocente" che aveva visto la regina entro un boccale ricolmo d'acqua - la servetta Rosalia, il barone di Planta, Laporte che aveva parlato della Collana della signora de la Motte, l'orefice Grenier; Du Clusel, primo commesso della Marina e Claudio Cerval, detto l'Italiano, che avevano negoziato dei buoni di finanza che i La Motte dissero loro aver ricevuti dal cardinale; e per ultimo Toussaint di Beausire, con la sua amante, Nicoletta Leguay. Tutti vennero alloggiati alla Bastiglia.
 XXVI.
I PRELIMINARI DEL GIUDIZIO
Ecco dunque, ad eccezione del conte de la Motte, tutti quanti sotto i chiavistelli del re. Luigi XVI offr al cardinale di riferirsi sia alla decisione del suo sovrano, sia al giudizio del Parlamento.
Rohan scelse il Parlamento con la lettera che segue:
"Sire,
"Speravo di venir messo a confronto, acquistando in tal modo prove tali da convincere Vostra Maest della frode certa di cui sono rimasto lo zimbello e in tal caso non avrei ambito altro giudice all'infuori della vostra giustizia e della vostra bont. Essendomi il confronto rifiutato e privo quindi di tale speranza, accetto con la pi rispettosa riconoscenza il permesso accordatomi da Vostra Maest di valermi delle forme giuridiche a prova della mia innocenza e supplico quindi Vostra Maest a voler impartire gli ordini opportuni affinch il mio affare venga rinviato e deferito al Parlamento di Parigi, a Camere riunite.
"Se osassi tuttavia sperare che gli schiarimenti che eventualmente fossero stati presi e che io ignoro, avessero condotto Vostra Maest alla conclusione che io non sono colpevole se non d'essere stato ingannato, oserei allora supplicarvi, Sire, di pronunziare secondo la giustizia e la bont vostre. I miei congiunti, penetrati dagli stessi sentimenti miei, hanno firmato.
"Sono col pi profondo rispetto, ecc.
Firmato
Il Cardinale di Rohan,
De Rohan, principe di Montbazon,
Principe di Rohan, arciv. di Cambrai,
L. M. principe di Soubise".
Gli storiografi non sembra abbiano conosciuto l'originale di questa lettera e l'apprezzano tutti in modo inesatto, secondo i commenti che ne furono dati. In realt, Rohan si assoggetta al giudizio del re nel caso in cui costui lo stimasse innocente. Ma Luigi XVI, influenzato da Maria Antonietta, persisteva nel giudicarlo colpevole. Rohan fu dunque deferito al Parlamento. Le lettere patenti ne vennero date a Saint-Cloud il 5 settembre e registrate il 6 settembre, davanti alla Gran Camera e alla Tournelle riunite.
Luigi XVI commetteva cos un secondo sbaglio non meno grave del primo. Il re era turbato dalle idee che poi hanno fatto la Rivoluzione. Aveva tra le mani uno strumento che, per la circostanza, meravigliosamente s'adattava all'oggetto per cui era creato: le lettere "de cachet" il rescritto regio per cui - secondo la legge e secondo l'uso - egli era il primo e, se voleva, il solo giudice de' suoi sudditi. Il Parlamento non giudicava se non in virt d'una delega del potere giudiziario di cui il sovrano era l'unica fonte nel regno. E Luigi XVI va a confidare a simile assemblea - ch'esercita la giustizia soltanto perch gliene ha delegato lui il potere - una causa in cui l'onore di sua moglie e quello della corona sono immediatamente interessati! La scena del Boschetto, in cui la dignit e la virt della regina venivano oltraggiate, bastava da sola ad autorizzarlo ad esercitare in persona la sua funzione di giudice.
E il Parlamento, con lo spirito da cui la maggioranza era animata, non desiderava che una cosa: umiliare la corona; poi, aspettare "l'arbitrio ministeriale".  lo stesso conte de la Motte che scriver:
" certo che una parte della magistratura, preludiando fino da quel momento alla resistenza che opporr tra breve all'autorit regale, non cercava tanto di preparare un trionfo al cardinale quanto un'umiliazione per la Corte".
Perfino l'abate Georgel  costretto a convenirne. Egli addita fra i magistrati coloro che servivano il cardinale "non con quell'interesse calmo e scrupoloso che un giudice equo accorda all'accusato, ma con tutto l'ardore dello spirito di "parte".
Le usanze di quel tempo contribuivano a dare al processo un'eco immensa. I memoriali e le arringhe degli avvocati venivano stampate e distribuite a bizzeffe, vendute a migliaia di copie. Per mesi e mesi, la riputazione, la virt, perfino la probit della regina verranno discusse non soltanto in Francia ma nell'intera Europa. Il Re non sottoponeva al Parlamento che la sola truffa della Collana e il falso della firma di Maria Antonietta. Il cardinale risultando innocente,  logico che quell'innocenza divenga un colpo mortale per la riputazione della regina.
 cos che questo processo - per la vastit degli interessi che vi si agitano - divenne, secondo l'osservazione di Mirabeau, l'affare pi serio di tutto il regno. E gli avvocati, redigendo i loro memoriali potranno dire:
"L'Europa intera ha gli occhi fissi su questo famoso processo; le minime circostanze diventano il pascolo della curiosit universale".
Il Primo Presidente d'Aligre design come commissarii riferitori Massimiliano Pietro Titon di Villotran e Gian Pietro Du Puis de Marc, entrambi consiglieri della Gran Camera. De Villotran, brillante oratore, aveva il dono di sbrigare rapidamente gli affari ch'egli col suo garbo illimpidiva. Godeva fama di riuscire sempre a far s che i colleghi fossero della sua opinione. Il secondo aveva la caratteristica d'essere "l'amico di tutti". Se ne trova la biografia fra le note manoscritte di Target:
" un brav'uomo, in fondo, umano, niente affatto intrigante; ma molto lento e incline a lasciarsi trascinare dagli impulsi; non ha spirito, non sa parlare, ma  mite, onesto e buono. Piace ai colleghi e in genere a tutti per le sue qualit. Non  troppo ambizioso n smanioso d'una considerazione speciale perch ha il giudizio di capire di non averne i mezzi".
Du Puis de Marc venne incaricato dei confronti e Titon della relazione generale circa l'affare.
Il processo fu interamente condotto nel modo pi regolare. Un decreto del re trasform per quell'occasione la Bastiglia, prigione di Stato, in prigione giudiziaria di cui il Parlamento ebbe la direzione per tutto quanto concerneva i detenuti implicati nella faccenda della Collana. Tutte le carte procedurali sono intiere e portano la firma degli accusati e dei testimoni. I processi verbali sono completi, senza lacune. Nessun particolare venne tenuto segreto. Tutti gli accusati vennero messi a confronto. Erano in comunicazione diretta coi loro avvocati e fornivano loro tutte le indicazioni che reputavano utili alla propria difesa. Ogni minimo incidente era riferito dalla Gazzetta di Leida. I Parigini venivano messi al corrente, giorno per giorno, di ci che accadeva alla Bastiglia. Si pu anzi dire che, nel periodo istruttorio, furono divulgate cose non soltanto innumerevoli ma perfino talvolta scandalose. Nessun giudice d'istruzione, al giorno d'oggi, lascerebbe agli accusati una libert simile.
L'opinione non tard a volgersi a favore del cardinale. Hardy dice:
"Finiva coll'essere considerata una sventatezza del ministero, come quella d'avere cos illegalmente incarcerato a San Lazzaro nel marzo scorso messer Caron di Beaumarchais, con la differenza che adesso si tratta d'un personaggio di ben altra importanza".
Le donne si dichiaravano favorevoli alla Bella Eminenza. Dei nastri mezzo rossi e gialli vennero in voga. Quella moda si chiam: "Cardinale sulla paglia". Si  visto in qual modo, al momento del suo arresto, Rohan avesse potuto inviare all'abate Georgel l'ordine di abbruciare la pretesa corrispondenza della regina; e leggiamo nel Giornale di Hardy:
"Le grandi signore di Corte s'accaloravano nel difendere il cardinale, tant'erano commosse e riconoscenti per la delicatezza di cui aveva dato prova subito dopo l'arresto, incaricando messer abate Georgel, il suo fiduciario, di distruggere o mettere al sicuro in via generale tutte le carte che avrebbero potuto rivelare le sue piacevoli corrispondenze con molte di loro".
Durante l'istruttoria, la signora de la Motte fece un'auto-difesa meravigliosa d'energia e di presenza di spirito. Per un periodo di parecchi mesi, in cui giornalmente dovette subire la tortura dell'interrogatorio, non si perse d'animo neppure per un attimo. Seppe tener fronte a tutti i testimoni. Nel momento stesso in cui vedeva pericolare il proprio sistema di difesa, ne fabbricava un altro davanti ai giudici, con prontezza fulminea e precisando le circostanze. Se le chiedevano prove di quelle asserzioni, immediatamente citava due, tre, parecchi fatti, coniati da lei per la circostanza, l per l; e questi fatti nuovi corredava con altri, non meno immaginarii, comprovanti i primi, non appena le pareva di scorgere l'ombra di un dubbio nella mente del magistrato. Al cardinale, che l'accusava chiedendole donde mai le provenisse tutto quel denaro, rispondeva ch'egli lo sapeva meglio di chiunque dal momento ch'era la sua amante e mantenuta da lui; al barone di Pianta, le cui deposizioni vigorose e precise la colpivano come martellate, dichiarava essere impudente da parte sua d'osare di parlare in tal modo contro di lei dopo avere voluto violarla; al Padre Loth, un tempo suo uomo di fiducia, che, in parte per gratitudine a Rohan a cui doveva d'essere riuscito a predicare davanti al re, in parte per rancore contro Villette da cui era stato soppiantato nelle grazie della contessa, raccontava tutto, ella lanciava l'accusa d'essere un monaco crapulone, che procurava le femmine a suo marito e a lei rubava dai cassetti; alla signorina d'Oliva, rimproverava i costumi leggeri e i discorsi sconvenienti; a Cagliostro lanciava sulla faccia un candeliere di bronzo, ricordandogli fra scoppi di risate come egli l'avesse chiamata "la sua cigna" e "la sua colomba" fra mille svenevolezze. Cagliostro rispondeva alzando verso le travi del soffitto uno sguardo da ispirato, con grandi gesti, e travolgendo la disgraziata contessa in un diluvio di parole in cui ricorreva il nome di Dio con una folla di locuzioni arabe e italiane e di parolone sonore da nessuna lingua classificate.
Il confronto con la d'Oliva e Villette, il 12 aprile, provoc una scena terribile. Pressata dalle loro dichiarazioni concordi, Giovanna dovette finalmente confessare la scena del Boschetto, fino ad allora ostinatamente negata. Ma la confessione non usc se non dopo mille grida di rabbia e contorcimenti che finirono con un deliquio. Corsero a cercare dell'aceto. Saint-Jean, portachiavi alla Bastiglia, la prese finalmente per le braccia per portarla nella sua stanza. Ma non appena egli l'ebbe afferrata, Giovanna, rinvenuta, gli morse a sangue il collo. Saint-Jean lanci un grido e la lasci cadere.
Cagliostro si distinse sopratutto nel confronto con Rtaux de Villette.
"Fu allora - scrisse egli stesso - che io gli feci per un'ora e mezza la predica per fargli conoscere i doveri di un uomo d'onore, il potere della Provvidenza e l'amore del prossimo. Gli feci in seguito sperare la clemenza di Dio e del governo. Il mio discorso insomma fu tanto lungo e tanto forte che io rimasi senza fiato per continuare. Il riferitore del Parlamento ne fu cos commosso da dire a Villette che doveva essere un vero mostro per non esserne tcco, e perch io gli avevo parlato da fratello, da uomo pieno di religione e di morale, e tutto quello che avevo detto era d'ispirazione celestiale. Rtaux infatti non tard a dichiarare che la donna La Motte era un'intrigante e una bugiarda inconcepibile, e ch'egli stesso, ora che tutto era scoperto, non poteva rendersene conto e lo disse - come soffocando e con un contegno cos come punto - che ogni suo gesto sarebbe stata una  prova di pi se ci fosse stato possibile".
Ma a quei moti d'esaltazione succedevano in Cagliostro, quando si ritrovava solo nella sua stanza, dei momenti di prostrazione e scoraggiamento tali che finivano coll'inquietare il governatore della Bastiglia. Costui ne scrisse in proposito al luogotenente di polizia che ordin di mettergli accanto un "ufficiale di bassa forza" per tenergli compagnia e "prevenire gli effetti della disperazione".
Il cardinale serbava un atteggiamento molto tranquillo. Compariva nelle sue vesti di cerimonia, in rocchetto e mantellina; e noi possiamo benissimo raffigurarcelo, con l'alta statura, gli occhi azzurri, dolci e tristi, i capelli brizzolati sotto la calottina rossa. La veste rossa  d'una stoffa serica e d'una tinta pi pallida di quello che non esigerebbe il costume. Sui mille arabeschi intessuti dai merletti di Bruges, spicca delicatamente il cordone azzurro pallido dello Spirito Santo. Il suo contegno ispira rispetto e tristezza.
La baronessina d'Oliva suscita, con la sua grazia commovente, emozione e simpatia.
"Non s' mai visto - dice Charpentier nella sua Bastiglia svelata - un tale impasto d'onest e dissolutezza nella sola persona. N mai si vide maggior franchezza, maggior candore quanto apparve in lei, durante l'interrogatorio.  una giustizia che dovettero renderle giudici, avvocati e quanti ebbero a trattare con lei".
Occorre rilevare le contraddizioni incessanti della signora de la Motte nei diversi interrogatorii? Dopo avere negata la scena del Boschetto, ne ammette la realt; dopo avere accusato Cagliostro,  costretta a proclamarne l'assoluta innocenza. Nel primo memoriale fatto redigere dal suo avvocato, il ladro  Cagliostro; nel secondo, il cardinale. Costui, a detta di lei, aveva fatta una prima consegna parziale dei diamanti nel mese di marzo. Il cardinale obbietta che Villette  stato clto nell'atto di smerciare i diamanti, fin dal febbraio. In una stessa versione i fatti si contraddicono: si sarebbe appropriato dei frammenti della collana, avrebbe incaricato la contessa di venderne a Parigi, avrebbe incaricato La Motte d'andarne a vendere a Londra; d'Etienville ne avrebbe visti dei frammenti fra le mani della signora di Courville ma ecco che, messa alle strette dai confronti, la signora de la Motte torna a ricomporre il magnifico vezzo per allacciarlo al collo della signora di Courville, la quale lo porta ostensibilmente nel palazzo del principe.
Tanto che gli avvocati del Cardinale, rivolgendosi a Doillot, avvocato di Giovanna, saranno autorizzati a dirgli:
"Con quale occhio si pu considerare una cliente che ha l'aria di voler far s che oggi nella procedura si dimentichi i suoi memoriali e domani nei suoi memoriali si scordi la procedura; e a difesa di cui, alla vigilia del giudizio, a malapena rimane uno solo fra i tanti fatti di cui la sua difesa si componeva all'epoca dei decreti?".
Il suo contegno nell'imbroglio creato attorno a Bette d'Etienville  curiosissimo. Giovanna l'aveva immaginato molto abilmente, come si  visto, per fornire un motivo al furto della collana attribuito al cardinale. Sulle prime, mantenne l'accusa; e quando sub il confronto con d'Etienville, indic da principio se stessa come la donna vista in compagnia della signora de Courville. Ma quando s'accorse che quell'intervento non giovava e sent che d'Etienville, bisognoso e pronto a fare qualsiasi parte, non avrebbe cercato di meglio che di rendersi benemerito al cardinale, dichiar di non sapere che cosa significasse tutta quella faccenda e di non averla, sulle prime, confermata se non per vendicarsi del cardinale che l'accusava di essersi impossessata della collana.
Rtaux aveva fatto delle confessioni. Aveva riconosciuto d'avere messo la firma falsa "Maria Antonietta di Francia" in calce al contratto stipulato coi gioiellieri, d'avere scritto, sotto dettatura della signora de la Motte, una pseudo-corrispondenza attribuita alla regina, le famose letterine dalle vignette azzurre.
" schiacciata dalle testimonianze - dice Target -: i signori Bhmer e Bassenge, Grenier, Achet, l'avvocato de la Porte, Padre Loth, Villette, madamigella d'Oliva, Cagliostro, i domestici della signora de la Motte, tutti i testimoni di Francia, tutti i testimoni d'Inghilterra, dove suo marito ha trasportato le stesse favole, innalzano la voce contro di lei, essa grida che quei testimoni vogliono imporsi, ecco la sua unica risposta: dunque,  convinta".
Il suo ultimo rifugio,  quello di tutti i delinquenti alle strette: il mistero. Le spiegazioni da lei inventate essendosi sfasciate l'una dopo l'altra, e non trovando, di fronte alle testimonianze schiaccianti, nessun nuovo sistema, escogita quest'ultima trovata:
" un secreto che confider soltanto quattr'occhi al ministro della Casa del Re".
Finalmente, fuor di s per la esasperazione e la rabbia impotente, simul la folla. Si mise a rompere ogni cosa nella sua stanza, a respingere il cibo, a rifiutarsi di scendere per gli interrogatorii. I portachiavi della Bastiglia, entrando nella sua stanza, la trovarono distesa sotto il letto completamente nuda.
 XXVII.
CORRISPONDENZA CLANDESTINA.
Mentre fu in segreta, alla Bastiglia, il principe di Rohan riusc a comunicare coi suoi avvocati. Dicendosi ammalato, riceveva la visite del dottor Portal, professore alla scuola di medicina, il quale trov in breve il pretesto di associarsi il chirurgo Travers, amico personale del prelato. Costoro, di soppiatto, fungevano da postini. Altre volte, il prigioniero scriveva loro dei bigliettini che passavano sotto gli occhi degli ufficiali della Bastiglia; i medici li trasmettevano a Target e costui, esponendoli al calore della fiamma faceva comparire la scrittura simpatica.
"Ho letto benissimo - scrive il cardinale a Travers - quello che m'avete indirizzato sulla carta gualcita; ma non bisognerebbe gualcirla tanto. Non oso inviarvi il seguito dei confronti e finch io non abbia la vostra parola di non mostrarli se non all'avvocato Target, perch, ve lo ripeto, se ne avessero sentore o sospetto, non c' mezzo di sorta a cui non ricorrerebbero".
I biglietti sono malinconici.
"Spero di non venir messo a confronto che luned, ma quanto pi presto potrete inviarmi tanto meglio sar. Vale, vale. Voglia il cielo diminuire le mie pene!".
Poi:
"Ogni giorno si fanno nove ore di confronti, sono stanchissimo".
"Sono orribilmente avverso da qualche tempo - scrive un'altra volta - alle cose che non devono essere e certo quest'abitudine  penosa. Vi confesso, sia detto fra noi, che comincio ad essere stanco. Ma ci non toglie che io raddoppi gli sforzi e sopratutto non voglio che i miei nemici possano sospettarlo. Voglio sempre apparire fresco, ricomparendo nell'arena, e stagnare il sangue delle mie piaghe. Se non altro, non lascier loro quella soddisfazione. Vale, vale".
I confronti gli hanno svelato la condotta atroce di colei per cui egli non ebbe altro se non della bont.
"Mi confrontano dimani con quella scellerata - scrive a Target. - Oggi, ha avuto una scena con Cagliostro. Egli l'ha chiamata "maledetta "imbrogliona" perch gli diceva delle cose sconvenienti contro sua moglie e gli ha gettato addosso un candelabro che l'ha colpito nel ventre; ma  stata immediatamente punita del suo atto perch la candela le  andata nell'occhio! Vedremo domani. Garantisco che non mi lancer nulla e sopratutto non mi turber: mi fa orrore".
La signora de la Motte va perdendo la sua sicumera.
"L'ultimo interrogatorio finisce tra le lagrime, il dolore e la risposta che si abbandona fra le braccia della Provvidenza".
Le dichiarazioni di Rtaux de Villette e di Nicoletta Leguay d'Oliva mettono la probit del cardinale al disopra d'ogni sospetto.
"Non siamo ancora alla fine delle cose straordinarie - egli scrive -; ma le prevedo senza inquietudine. Ringrazio Dio d'avere reso la mia posizione tanto differente da ci ch'era prima. Ci che pi mi rasserena  il pensiero che, messo in salvo l'onore, tutto il resto non riguarda che me personalmente".
Nelle lettere, la sua bont emerge in modo commovente. Si preoccupa per Cagliostro e la moglie, per il barone di Pianta, rinchiusi alla Bastiglia, per causa sua. Si preoccupa di loro non meno che di se stesso. Le raccomandazioni incalzano senza tregua. Nel Memoriale che sta per essere pubblicato, bisogna inserire la dichiarazione con cui la signora de la Motte ha finito col proclamare l'innocenza di Cagliostro e di sua moglie. Bisogna pure non scordarsi mai di dare a Cagliostro il titolo di conte. Dimenticarsene, sarebbe dargli un dispiacere. Rohan vuole anche che Target, autorevole com', parli con l'avvocato difensore dell'alchimista, per stimolarne lo zelo e dargli dei consigli.
E, finalmente, per il proprio difensore, Rohan trabocca di riconoscenza:
"Addio, vi ripeto ancora tutta l'espressione di quella dolce gratitudine che soltanto la mia sensibilit potrebbe dipingervi".
Due volte soltanto, in quelle lettere, sotto il mistero dell'inchiostro invisibile, s'insinua il ricordo della regina.
"Avete notizie della R(egina)?".
La seconda volta, la frase tradisce la profondit del sentimento e la costante preoccupazione:
"Fatemi sapere se  vero che L(a) R(egina) continua sempre ad essere triste".
 XXVIII.
LA DIFESA E I DIFENSORI.
Era d'uso, in quei tempi, dare alle stampe i Memoriali e le arringhe degli avvocati. Venivano messi in vendita e largamente diffusi. Il clamore destato dal processo fece s che quegli scritti andassero a ruba e fossero letti avidamente in tutta la Francia e al di l delle frontiere. Il talento degli avvocati accrebbe l'interesse della causa al punto che, dopo oltre un secolo, quegli scritti di circostanza si leggono ancora volontieri.
Il "consiglio" del cardinale era composto dai luminari del foro parigino: Target, de Bonnires, Laget-Bardelin, Tronchet, Collet e Bigot di Prameneu. Target, accademico, godeva allora - e conserva oggid - la riputazione d'avvocato principe; ed era stato il primo, fra i confratelli togati, ad entrare nell'Accademia dopo l'illustre Le Normand, morto quarant'anni prima.  vero che, durante quei quarant'anni, nessun rappresentante della sbarra aveva voluto porre la propria candidatura, considerando non fosse degno d'un avvocato quel doveroso giro di visite richiesto dalla consuetudine.
La signora de la Motte avrebbe desiderato d'essere difesa dal giovane Alberto Beugnot; ma costui, nonostante l'insistenza di Thiroux de Crosne, luogotenente di polizia, che tent di persuaderlo facendogli balenare la prospettiva della fama che un principiante poteva acquistarsi in simile occasione, declin l'onore. Thiroux de Crosne le diede allora il legale della propria famiglia, l'avvocato Doillot, pi che sessantenne, che aveva da qualche tempo rinunziato all'esercizio attivo della sua professione ma veniva ancora consultato nel suo gabinetto come giureconsulto di valore.
"Il vecchio non avvicin impunemente la signora de la Motte - afferma Beugnot -: essa gli fece dar di volta il cervello".
Blondel, avvocato della baronessa d'Oliva, giovine praticante uscito di fresco dalla Scuola, sub a sua volta il fascino della sua bella cliente: anch'essa fece girare la testa a lui. Ma a dir vero, il risultato fu diverso. La signora de la Motte manipol a suo talento le idee del proprio difensore, facendogli pensare e fare tutto ci che volle e scrivere i memoriali pi stravaganti:
"Bisogna che l'avvocato sia impazzito - diceva, di lui, il fratello ch'era notaio al Chtelet - oppure che la de la Motte l'abbia stregato, cos come aveva fatto col cardinale".
Tanto che l'onorevole e stimato giureconsulto vi perdette la propria riputazione; mentre, sulle ali d'amore, quella del giovane praticante venne portata dall'oggi al domani al di l delle nuvole.
Primo a comparire fu il memoriale di Doillot per la contessa, nel novembre del 1785. Grazie agli animi sovraeccitati, ebbe un successo enorme.
L'avvocato Doillot - dice la Gazzetta di Leida - non pu soddisfare a tutte le richieste, che gli vengono giornalmente fatte. La sua porta  continuamente assediata da una folla avida di particolari. Parecchie migliaia di esemplari a malapena sono bastati a placare l'ingordigia dei primi sollecitatori".
L'autore delle Osservazioni di P. Tranquillo, descrive in modo pittoresco quella ressa:
"Siccome non appartengo a quella categoria che si fa schiacciare pur di sentire le novit, andai per la mia strada. Non ero a dieci passi dalla a casa - (la casa di Doillot) - quando uno scrivano di procuratore, tutto ansante e sudato, mi chiese con tono affannoso: "Signore, ne avete? ne avete?" Udito che non ne avevo, il mio scrivanello se n'and. Alla svolta di quella maledetta via, la vettura d'un Esculapio, che si spolmonava a gridare: - Cocchiere, cocchiere, ferma,  questa la porta - (la porta di Doillot) - poco manc non mi schiacciasse. Non m'ero ancora rimesso dalla paura che il calessino del signor D.... mi sfior l'abito. Mandai al diavolo l'avvocato e il suo memoriale e credevo in buona fede di essermi sbarazzato da quella turba  importuna; ed ecco che un chirurgo avvicinandosi mi dice: - Perdinci, signore, non vi chiedo neanche quale sia lo scopo della vostra uscita. Ne avete finalmente? - Confesso in fede mia, d'aver creduto per un attimo che, nonch distribuire dei memoriali, si offrisse dell'oro a tutti i Francesi nullatenenti".
In via dei Macons, dove stava Doillot, avvennero dei disordini. Si dovettero mettere a guardia della casa delle sentinelle. Diecimila esemplari vennero cos distribuiti a mano; i librai ne vendettero cinquemila nello spazio d'una settimana e in pochi giorni Doillot ricevette tremila lettere di richiesta.
L'idea d'implicare Cagliostro nell'intrigo, era stata - come disse Georgel - d'una abilit diabolica. Se Giovanna di Valois avesse di primo acchito lanciato l'accusa contro il cardinale, nessuno le avrebbe creduto. Ma per le sue maniere, Cagliostro era un individuo sospetto; e tutti sapevano quale influenza avesse sulle idee del cardinale. L'alchimista - essa insinua - ha fatto a pezzi la collana per ingrossare il tesoro occulto d'una ricchezza inaudita".
"Per mascherare il suo furto - scrive Doillot - ha ordinato al signor di Rohan, sul quale aveva preso un impero assoluto, di farne vendere e farne montare una piccola parte a Parigi per il tramite della signora de la Motte, e di farne montare e vendere una parte pi grossa a Londra, dal marito di lei".
Quanto alla supposizione che la Collana avesse potuto essere comperata dalla regina, la signora de la Motte, in un bell'impeto d'indignazione, la definisce bestemmia criminale.
La difesa di Cagliostro  una meraviglia di splendore, di fierezza e d'ironia. Da quel giorno, l'attenzione dei letterati, degli scrittori, dei salotti e dei circoli letterarii venne attirata dal dibattito in cui stavano per entrare in lizza, come in un torneo del Parnaso, le penne pi feconde e pi brillanti.
A proposito di Cagliostro, la Corrispondenza letteraria, cos si esprime
"Oh! come sarebbe bello tutto questo se fosse vero, esclamava una donna di spirito dopo avere ascoltato commossa la lettura di quel memoriale emozionante. - Non mi tengo affatto sulle difese - risponde un uomo di cuore sensibile - contro l'emozione prodotta da un romanzo bene scritto, finch una sentenza non abbia deciso quello che devo credere circa la verit dei fatti in esso contenuti. -
"E l'uomo dal cuore sensibile aveva ragione", concluse il narratore.
Otto soldati di scorta, davanti all'uscio di Thilorier, nel chiostro di Nostra Signora, bastavano appena a trattenere il pubblico che faceva irruzione per avere quello scritto sensazionale. Cagliostro l'aveva redatto in italiano, poi Thilonier, avvocatino ventinovenne pieno di spirito, gli aveva dato una forma vivace e piccante. Cagliostro, di cui la libert e la vita stessa erano in giuoco, principia col raccontare la pi inverosimile storia circa la propria nascita ed educazione, la scienza prodigiosa acquistata, le guarigioni miracolose seminate attorno a s. La sua odissea mitologica attraverso l'Europa e l'Africa  narrata con termini impossibili ad immaginare. Dopo di che, nel modo pi serio e anche pi felice, espone la sua autodifesa. La prima parte poteva far dubitare della veridicit della seconda.
"Ma quella folla - come dice Beugnot - di cui Thilorier, uomo di molto spirito, era il primo a ridere, fu considerata conveniente e all'ordine del giorno".
Cagliostro aveva,  vero, un argomento inconfutabile: il cardinale aveva trattato con i gioiellieri il 29 gennaio 1785 e lui, Cagliostro, era giunto a Parigi il 30 alle nove di sera.
Con la signora de la Motte trattava molto dall'alto. La contessa, nel suo Memoriale, lo chiamava: "empirico, basso alchimista, fantasticatore della pietra filosofale, falso profeta". Cagliostro risponde:
Empirico! Ho udito spesso tal nome, senza mai sapere che cosa veramente significasse: forse un uomo che, senza essere dottore, possiede delle nozioni di medicina, va a vedere i malati senza esigere l'importo delle visite, guarisce tanto i poveri quanto i ricchi e non riceve denaro da nessuno - in tal caso io sono empirico.
Basso-alchimista! alchimista o no, la qualifica di basso non s'adatta se non a quelli che chiedono e strisciano, e tutti sanno se il conte Cagliostro ha mai chiesto favori a nessuno.
Fantasticatore della pietra filosofale! Il pubblico non  mai stato importunato dalle mie fantasticherie.
Falso profeta! Non sempre lo sono stato. Se il signor cardinale di Rohan mi avesse dato retta, si sarebbe messo in guardia colla contessa de la Motte e noi non saremmo al punto in cui siamo.
La chiusa del memoriale meriterebbe d'essere citata per intero; eccone le ultime righe:
Francesi, non siete altro che dei curiosi? potete leggere quegli scritti insulsi in cui malizia e leggerezza si compiacquero di versare l'obbrobrio e il ridicolo addosso all'Amico degli uomini...
Volete, invece, essere buoni e giusti? Non interrogate; ma ascoltate e amate colui che sempre ha rispettato i re perch sono nelle mani di Dio, i governi perch egli li protegge, la religione perch' sua legge, la legge perch n' il supplemento, e gli uomini infine perch sono, come lui, suoi figliuoli.
Non interrogate; ma ascoltate e amate colui che  venuto fra voi facendo il bene, che si lasci assalire con pazienza e si difese con moderazione.
Si era ancora sbalorditi da quella letteratura. inaspettata in tale circostanza, - perch quell'arringa era veramente rivolta ai Nostri Signori del Parlamento, statuenti nella Gran Camera e la Tournelle riunite - quando apparve il delizioso scritto perorante la causa di Nicoletta d'Oliva. Nicoletta era graziosa e l'avvocato lo diceva con parole squisite.
"Il Memoriale di damigella Leguay d'Oliva - scrive Padre Georgel - interessa tutti gli animi sensibili per le ingenue confessioni che faceva quella bella cortigiana. Lo stile aveva la freschezza di colorito dai poeti attribuita alla regina di Gnido e di Pafo".
Ecco un bel saggio di stile gesuitico a proposito d'una vezzosa donnina. Blondel scriveva molto meglio di cos: il suo Memoriale  cos semplice, cos chiaro, d'un'emotivit tanto ingenua e commovente, la logica ne  cos finemente e graziosamente dedotta ch' impossibile, anche oggid, di leggerlo senza una viva simpatia. Tutta Parigi ebbe per Nicoletta gli occhi di Blondel. Ventimila esemplari del suo piccolo capolavoro vennero venduti in pochi giorni.
Blondel aveva lo stesso interesse del difensore del cardinale, Target, di voler dimostrare che, nella scena del Boschetto, Nicoletta non aveva potuto, per l'oscurit profonda, discernere nulla. E Manuel rim i versi seguenti che mette nella bocca della vezzosa comparsa:
Ch'io nulla vidi allora, attesta di sicuro,
Target, perch'era buio, Blondel, perch'era scuro.
Questa  tutta la storia ch'io narro bell'e cruda,
in cui l'anima mia si mostra tutta nuda.
Chi della bella Oliva mai seppe con pi zelo
pi semplice apparire, pi sciolta d'ogni velo?
Quando, dal fondo dello Chtelet, dov'era malinconicamente detenuto, Bette d'Etienville seppe l'esito librario di quegli scritti, che per gli autori si tramutava in esito finanziario, perch ogni esemplare era venduto a venti o trenta soldi, chiese energicamente d'essere della partita, perch, insomma, anch'egli era stato frammischiato a una storia di diamanti. Si  detto che Vergennes e il ministero avrebbero preferito di non complicare la faccenda gi cos complicata del cardinale aggiungendovi l'inverosimile avventura del borghese di Saint-Omer e del suo amico il barone di Fages. Ma lui, d'Etienville, ci teneva a parlare e a scrivere, comunque fosse. E i suoi Memoriali piovvero: dal 24 febbraio all'11 aprile 1786, ne pubblica tre, uno dopo l'altro. Ognuno venne venduto a migliaia di copie.
"Si ha un bel gridare: "Ma donde capita questo nuovo detenuto? Che cosa vuole? Con quale diritto pubblica un Memoriale? - Questo Memoriale  un romanzo pieno di movimento, di interesse, scritto con bello stile. Tutti lo leggono e s'interessano per il signor Bette d'Etienville, senza curarsi se sia un personaggio reale o un essere fantastico"(2).
Quei Memoriali erano firmati da Montigny, avvocato di cattiva fama, osserva il Bachaumont, che non ne distribuiva un solo esemplare gratuitamente e li vendeva personalmente al proprio domicilio, in via di La Harpe, senz'ombra di pudore. D'Etienville, ch'era ai suoi primi saggi letterarii, firmava Auctor et auctor.
La bella contessa Cagliostro ebbe a difensore Polverit, che ne raccont la vita in un Memoriale pi inverosimile ancora di quello del marito.
"Quella nuova favola - dice Beugnot - riusc a sua volta".
Rtaux de Villette scelse un avvocatino gobbo, Jaillant-Deschainagts "astuto proprio come voleva il suo fisico" che dipinse Villette dal vero: carattere leggiero e debole, dominato dalle sue amanti e sempre pronto a rendere loro i servigi che gli chiedevano senza bene discernerne la portata. Fra tutti gli avvocati fu, del resto, quello che ottenne il maggior successo dal punto di vista giudiziario. Il suo cliente, colpevole di falso e di complicit immediata nel furto della Collana, se la caver con una pena derisoria.
Poi vennero i Memoriali del barone di Fages, di Don Mulot, del conte di Prcourt, l'accusa contro d'Etienville e compagni redatta in nome degli orologiai Loque e Vaucher. Quest'ultima, compilata da Duveyrier, mirabile per ironia ed umorismo, fu dai critici collocata accanto agli scritti di Blondel e Cagliostro.
A proposito d'uno dei Memoriali di d'Etienville, il libraio Hardy scrive:
"Fra altre cose che colpiscono, vi si nota, a pag. 22, il discorso rivolto il 16 agosto 1785, dalla signora di Courville, che se la svignava da Parigi e si trovava allora ad Arras, a d'Etienville:
"- Il signor cardinale di Rohan  stato arrestato ieri a Versailles. Mettiamoci in salvo. La compera d'una collana d'un milione e seicentomila lire, di cui avete visto in casa mia dei frammenti,  il perno dell'affare. La scoperta di tale intrigo  stata la causa de' miei dispiaceri e delle mie inquietudini fin dal principio del mese. Ecco quello che ostacola il mio matrimonio, e mi perde".
Per l'importanza che Hardy attribuisce a questo particolare, si vede quanto l'intrigo della signora di Courville, malgrado la sua inverosimiglianza fosse stato bene ordito da Giovanna di Valois, e che valido appoggio le avrebbe arrecato se l'arresto, per lei inatteso, di Rtaux e della d'Oliva, non avesse distrutto nelle sue mani ogni possibilit di difesa.
 XXIX.
"LE ULTIME NOVIT! LE ULTIME NOVIT"
L'emozione e l'interesse suscitato dagli opuscoli degli avvocati venivano accresciuti dai libelli che la faccenda faceva sbocciare da tutte le parti: il Guardia del Re, di Manuel; le Riflessioni di Motus; le Osservazioni di P. Tranquillo, di Carlo Luigi H; la Fiaba orientale, la Lettera dell'abate G... alla contessa e la risposta della contessa all'abate; la Raccolta di documenti autentici; la Lettera in occasione della prigionia del cardinale; le Memorie autentiche per Cagliostro, l'Ultimo pezzo della Collana. Fra gli autori di questi libelli si trovano parrucchieri, droghieri, commessi di libreria. Ogni testa voleva dir la sua. Una stamperia clandestina, rannicchiata in fondo ad un cortile, in via dei Fosss-Saint-Bernard (Fossati San Bernardo) si occupava unicamente della stampa dei bollettini relativi al processo della Collana. Era diretta da Luigi Dupr, detto Point, garzone parrucchiere - Figaro era proprio un tipo dell'epoca - e Antonio Chambon, commissionario in libri. I due soci vennero scoperti e rinchiusi nella Bastiglia il 21 marzo 1786. Ma di fronte al maggior numero di quelle pubblicazioni maligne, gli sforzi della polizia rimanevano infruttuosi e i suoi atti giudiziarii non ottenevano altro effetto se non quello di pungere la curiosit del pubblico. E i novellieri facevano a gara a chi pi inventasse. Tutti i fogli di Francia e d'Europa bastavano appena a contenere le loro informazioni. Che cosa diventava sotto la loro penna la scena del Boschetto?
"Accordando i suoi favori al cardinale, la d'Oliva gli faceva credere, mentre le due teste posavano sullo stesso guanciale, d'essere la regina in persona; nacquero cos le grandi idee d'ambizione da parte del cardinale che si lusingava di diventare primo ministro"(3).
Quanto al conte de la Motte, correva insistentemente la voce che, costretto dal "lord mayor" di Londra ad abbandonare la citt, si fosse rifugiato a Costantinopoli, dove s'era fatto circoncidere ed aveva preso il turbante. Si aggiunga l'esaltazione delle menti negli anni che precedono la Rivoluzione. Le caricature divennero cos violente che la polizia le interdisse a loro volta.
Quelle misure stimolavano l'ardore dei collezionisti, bibliofili, amatori di stampe e fogli rari. Si voleva ad ogni costo avere tutta la raccolta di memoriali stampati, opuscoli, libelli, satire, versucci e canzonette che l'affare metteva alla luce giorno per giorno. Si fece una serie di ventidue ritratti rappresentanti tutti i personaggi in azione. La maggior parte era d'invenzione. I primi che assunsero il nome della signora de la Motte non erano altro che i ritratti della Presidentessa di Saint-Vincent mentre il conte de la Motte veniva raffigurato nelle sembianze del principe di Montbarey. La stessa immagine serviva per d'Etienville e per il barone di Fages. Era la faccia di un sordomuto trovato nel 1773 sulla strada di Pronne, che si diceva conte di Solar. Dei venditori ambulanti, gli strilloni di quel tempo, non venivano meno bene accolti quando, percorrendo le vie offrivano alla folla, appena usciti di sotto il torchio, ancora umidi, i bollettini nuovi della serie della Collana, attirando col loro grido solito: "Le ultime novit! le ultime novit!".
Finalmente, il 16 maggio 1786, pochi giorni prima del giudizio, apparve il memoriale di Target, per il cardinale. Se n'erano gi dette mirabilia: l'avvocato ne aveva dato qualche lettura frammentaria ai colleghi dell'Accademia che se n'erano dichiarati incantati. Quando un accademico legge qualche cosa ai confratelli,  buona regola che costoro se ne dichiararono incantati. Se n'erano fatte delle copie manoscritte, pi o meno fedeli. Si vendettero sino a trentasei lire ciascuna - settantadue franchi almeno del giorno d'oggi. E quando fu stampato e distribuito sotto le colonne del Palazzo Soubise, avvenne una vera sedizione. La folla che s'accalcava nella vasta galleria a mezzaluna, s'accrebbe talmente che le sentinelle non bastarono; si dovette ricorrere alla guardia a cavallo. Apparvero tre edizioni, nella stessa giornata; la prima dal libraio Hardouin, al Palai-Royal; da Claudio Simon, la seconda; la terza, stampata da Lottin, veniva distribuita nel palazzo Soubise. Nonostante quella distribuzione gratuita, il memoriale giunse a essere pagato perfino uno scudo. Se n'era detto tanto bene che fin coll'essere una delusione. Senza dubbio, era difficile produrre qualche cosa di meglio di quello ch'era stato fatto per Cagliostro e per la d'Oliva. Ma l'opera di Target non  priva di valore, tutt'altro. Ai giorni nostri,  stato paragonato quel brano d'eloquenza giudiziaria alle pi belle arringhe di Cicerone. Questo  un fargli torto. Il "factum" di Target contiene certe parti d'una precisione e d'una forza dimostrativa non mai raggiunte dall'insopportabile chiacchierone di Tusculo. Pu darsi che, se Target non avesse avuto la convinzione di dover assolutamente scrivere, per una simile causa, un capolavoro da trasmettere alla posterit, egli sarebbe riuscito davvero a farne uno; per i capolavori occorre essere pi semplici.
Il popolo cant:
Target, nel Memoriale,
descrisse o bene o male
il fatto scioccherello
ahim! del cardinale;
con tutta l'eloquenza
che se non ha cervello
almeno ha l'innocenza.
 XXX.
PRIMA DEL GIUDIZIO.
Il 15 dicembre 1785, i semplici decreti d'aggiornamento del Parlamento, "per venir uditi" aggiudicati contro i prigionieri della Bastiglia, erano stati convertiti in decreti di arresto per il cardinale, la contessa de la Motte e Cagliostro. Quest'ultimo era, fino da allora, incorso nella probabilit di trovare una maggioranza favorevole alla sua assoluzione. Il 19 gennaio soltanto venne decretato l'arresto della signorina d'Oliva. Il decreto contro Rtaux fu promulgato quando entr nella Bastiglia.
"Fin dal momento in cui il cardinale venne arrestato - scrive Maria Antonietta a suo fratello Giuseppe II -, ho ben contato che non potrebbe pi riapparire a Corte; ma la procedura, che durer parecchi mesi, potrebbe avere altri risultati. Ha cominciato con un decreto d'arresto che lo sospende da qualsiasi diritto, funzione o facolt di compiere nessun atto civile fino all'epoca del suo giudizio. Cagliostro, ciarlatano, La Motte, sua moglie e una certa Oliva, femminuccia da strada, sono incolpati con lui; quale associazione per un grande elemosiniere e un Rohan cardinale!".
Cominci da quel giorno una detenzione rigorosa. Il Parlamento respinse, il 17 febbraio 1786, la pretesa formulata dall'assemblea generale del clero, sotto la presidenza d'Arturo di Dillon, arcivescovo di Narbonne, di far giudicare il cardinale da un tribunale ecclesiastico. Il re aveva gi risposto in precedenza alla lettera indirizzatagli dall'assemblea del clero il 18 settembre 1785:
"Il clero del mio regno deve contare sulla mia protezione e sulla mia attenzione nel far osservare le leggi costituite dei privilegi accordatigli dai re miei predecessori".
E non s'era indugiato oltre in queste formalit. Non si credette di dover tener in maggior conto le dimostrazioni del Sovrano Pontefice che, adiratissimo, aveva minacciato Rohan di togliergli il cappello cardinalizio, qualora si fosse lasciato giudicare dal Parlamento. Ci si content di spedire al Papa un certo abate Lemoine, dottore alla Sorbona, che gli spieg di che si trattasse, e il papa si dichiar soddisfatto.
Un'altra manifestazione ecclesiastica fece maggior effetto di quella dell'assemblea generale del clero, bench emanasse da un solo individuo. L'abate Georgel, antico gesuita, era il vicario generale del cardinale, tanto a Strasburgo quanto per la grande elemosineria. Approfitt della redazione d'una lettera pastorale permettente l'uso delle uova durante la quaresima fino alla domenica delle Palme per rendere noto il suo modo di vedere. Vi paragona bravamente il cardinale a San Paolo, Luigi XVI a Nerone e se stesso al discepolo Timoteo che l'apostolo esorta a non arrossire della propria prigionia:
Io, Francesco Georgel, dottore in teologia, ecc., inviato a voi, miei carissimi fratelli, come il discepolo Timoteo lo fu al popolo, che Paolo, in ceppi non poteva ammaestrare, io vi dico... che vi  permesso di mangiare del burro e delle uova in quaresima.
Ma udite:
Possa la nostra voce, clamorosa, quanto la fatale tromba che chiamer i morti all'ultimo giudizio, imitare gli accenti degli inviati di Dio quando dicevano: "Popoli, ascoltate,  Dio stesso che parla per bocca nostra. L'empiet ha rotto le dighe, ha inondato la terra e, negli impeti del suo furore, ha detto: "Salir al cielo, insulter l'Onnipotente! ma dal seno della nube solcata dai lampi, al rumore del tuono che far scoppiare il fulmine sul mondo intero, la maest di Dio apparir; dal trono della giustizia partir la vendetta per trascinare l'empio nell'abisso eterno!"
Ci che sembrer inaudito si  che questa maniera di permettere l'uso delle uova durante la quaresima venne affissa per cura di Georgel, vicario della elemosineria, alle porte delle cappelle in tutti i castelli del re, al Louvre, alle Tuileries. perfino sugli usci della cappella del palazzo a Versailles.
Una lettera di "cachet" firmata Breteuil, in data 10 marzo 1786, invi Georgel a calmare l'ardore della propria immaginazione nel suo paese natale, a Mortagne, graziosa piccola capitale del Perche. La citt emerge come un isolotto nell'oceano verdeggiante dei pascoli. Vi giunse nell'epoca in cui tutto rifioriva mentre nella Bastiglia Rohan cominciava a trovare i muri nudi e tristi, poich, dal 15 dicembre in poi, in cui da prigioniero del re era diventato prigioniero del Parlamento, non gli era pi permesso di "tener circolo come nel palazzo di Strasburgo" di dare dei pranzi di venti coperti, di redigere in collaborazione coll'abate Georgel delle note edificanti per il Corriere dell'Europa, la Gazzetta di Leida o il Giornale di Amsterdam. L'arcivescovo di Parigi, che and a trovare Rohan il 5 gennaio, fu colpito dall'alterazione dei suoi lineamenti.
"Vedete un uomo molto infelice - gli disse il cardinale - ma spero, con la grazia di Dio, di sopportare pazientemente sino alla fine le sofferenze".
Le sue coliche nefritiche l'avevano ripreso con maggiore violenza. Allora la sua mente s'inacerb; si figur che volessero avvelenarlo. E il popolo - perfino le ragazze allegre, sedute assieme ai loro compagni, con le gambe penzoloni, sul ciglione dei fossati della Bastiglia, gli cantavano:
Tutti quanti sanno che il dottor Portal
ha guarito con la china il cardinal.
Alleluia!
Dice Oliva ch' un allocco
e Lamott' re dei birbanti;
lui, da sol, si dice sciocco
e han ragione tutti quanti.
Alleluia!
E se il Papa tutto rosso lo cre,
tutto nero pei Reali divent;
alla fine il Parlamento - perch no?
tutto bianco diventare lo far.
Alleluia!
La vigilia del giorno in cui il Parlamento si raduner, la questione, secondo l'opinione pubblica,  fra il cardinale e la regina. La nobilt di Versailles spera di trovare nell'assoluzione di uno de' suoi pi brillanti esponenti l'umiliazione della sovrana. Nel popolo, brutalmente, - "si dava per certo che la sua Eminenza persisteva nell'asserire che la famosa collana di diamanti era stata debitamente consegnata alla regina e chiedeva con insistenza di venire confrontata con Sua Maest"(4).
 XXXI.
LA SIGNORA CAGLIOSTRO IN LIBERT.
Cagliostro continuava a sbalordire l'opinione pubblica e farla divertire. Il 24 febbraio, diede alle stampe un memoriale relativo alla detenzione di sua moglie, prigioniera come lui nella Bastiglia.
"Finch il supplicante - dice il memoriale - ha potuto credere che i rigori d'una lunga e crudele cattivit non alterassero la salute della sua consorte, s' accontentato di gemere in silenzio. Ma adesso che non  pi possibile a coloro che lo circondano di celargli lo stato di questa infelice consorte e il pericolo che minaccia i di lei giorni, il supplicante, penetrato dalla pi profonda afflizione, si rifugia nel seno dei magistrati".
Tutta Parigi viene cos edotta che la vita d'un angelo  messa in pericolo dalla barbarie dell'arbitrio reale.
" un'esposizione commovente - dice Hardy - dello stato critico e pericoloso in cui attualmente si trova la signora Cagliostro, stato che esige il soccorso d'un'arte benefica esercitata dal marito, il quale aveva avuto la fortuna di strappare mille Francesi dalle braccia della morte; e della disgrazia di quella signora che, pur non essendo n colpita dal decreto parlamentare, n accusata,  priva della libert fino dal 22 agosto".
In Parlamento ci fu un vivo allarme. L'augusto tribunale decise che una delegazione di magistrati si "sarebbe ritirata" alla presenza del re per supplicarlo di strappare quella deliziosa vittima all'orrenda sorte da cui era minacciata. Il governo ne fu turbato, assunse informazioni alla Bastiglia. Il marchese di Launay rispose che la prigioniera stava benone e passeggiava quotidianamente sulle torri.
Ma quel chiasso fatto attorno al suo nome ebbe tuttavia per risultato di affrettare la liberazione della signora Cagliostro, che usc dalla Bastiglia il 18 marzo e and subito a casa sua, in via San Claudio, dove, per pi di una settimana, un registro messo nella portineria, si riemp di firme da mattina a sera.
"Non  raro di vedere alla sera quasi trecento visite sulla lista del suo portiere".
" atto di suprema distinzione - dicono i novellieri - dare una capatina nel palazzo Cagliostro".
Coloro che avevano l'onore di venir ricevuti dalla contessa, asserivano nell'uscire ch'essa aveva tanto pianto alla Bastiglia da averne quasi sciupati gli occhi. Per fortuna, ci che ne rimaneva era ancor pi che presentabile e i consolatori bussarono numerosi alla sua porta, solleciti di farle dimenticare il dolore che doveva recarle la prigionia del marito. I gazzettieri affermavano che Cagliostro era occupato a redigere una supplica, ancora pi patetica della prima, per scongiurare la Corte di mettere la sua sposa in una dimora meno esposta al pubblico. La giovine donna, dopo pochi giorni, and al Palais-Royal per vedervi, fra le mostre dei figurini, il proprio ritratto attorno a cui la folla s'accalcava. Era orribile ed essa ne rise come una matta, il che la fece riconoscere. Con grida festose, quelle signore di bell'aspetto la salutarono rispettosamente e i giovinotti che passavano le offersero i fiori destinati alle loro amiche. Le case pi titolate se la contesero a gara. Ma, testolina sventata, parlava troppo. Diceva, per esempio, a pranzo, davanti a numerosa compagnia, che alla Bastiglia aveva sempre goduto d'una buonissima salute e non aveva avuto che a lodarsi dei riguardi del governatore.
La signora de la Tour, sorella del conte de la Motte, era stata rimessa in libert fin dal 7 febbraio.
Tali vuoti furono colmati in parte, il 12 maggio, dalla nascita - dentro le mura della Bastiglia - d'un marmocchio piccolo suddito del re, messo al mondo dalla baronessina d'Oliva. Battezzato l'indomani nella parrocchia di San Paolo, gli venne imposto il nome di Gian Battista Toussaint, suo padre, Giambattista Eugenio Toussaint di Beausire non avendo esitato a riconoscerlo.
 XXXII.
IL GIUDIZIO.
Il 22 maggio, il Parlamento inaugur le sedute per la lettura degli incarti processuali. La Grand' Chambre e la Tournelle riunite annoverarono sessantaquattro giudici, i consiglieri onorarii e i referendarii che si trovavano in diritto di statuire essendo presenti. Ma i principi del sangue e i pari s'erano rifiutati di presenziare.
Il Primo Presidente del Parlamento era il marchese Stefano Francesco d'Aligre, che occupava quel posto dal 1768.
"Era noto - diceva quella buona lingua dell'abate Georgel - per l'opulenza, l'avarizia e una abilit particolare nel far valere rapidamente il suo denaro al tasso pi vantaggioso".
"Non aveva nessuna delle qualit che costituiscono i grandi magistrati - dice Beugnot - aveva anzi i difetti opposti; ma era singolarmente destro nel maneggiare la sua compagnia e si era fino allora, dimostrato favorevole alla Corte; ma da qualche tempo quest'ultima l'aveva indispettito, di modo che, pur non mettendosi in lotta contro di lei, egli lasci che l'opposizione si formasse".
Il marchese d'Aligre era intimissimo con Mercy-Argenteau, e gli forn, durante il corso dei dibattimenti, i pi curiosi appunti circa la disposizione degli animi. Ecco qual'era l'opinione generale, la vigilia del giorno in cui gli accusati apparvero davanti al Parlamento:
"Durante l'istruttoria e finch non ci furono, di accusati, altri che il cardinale di Rohan e dama La Motte, suo marito in contumacia, damigella Oliva e Cagliostro, si  potuto o dovuto credere che il signor cardinale sarebbe stato condannato a una pena dolorosa e infamante. L'autore del falso era dubbio: il concordato con tanto di approvazioni e di firme false,  scritto di pugno del cardinale; era stato lui a esibirlo ai gioiellieri, e nella fede che quelle firme e quelle approvazioni fossero autentiche, la Collana gli era stata consegnata; insomma il cardinale era incriminato d'avere fornito il corpo del delitto. La deposizione di Bassenge stabiliva il fatto d'avere il cardinale sempre parlato e scritto come per diretto incarico della sovrana. C'era fra le carte del processo un biglietto dettato dal cardinale da cui risulta che, quando non pot nascondersi la falsit delle firme e delle dichiarazioni e che i pagamenti non si sarebbero effettuati, aveva concepito il piano di sostituire il signor di Sainte-James ai gioiellieri e deciderlo a incaricarsi del pagamento della Collana, con la lusinga d'ottenere la protezione della regina. Quello scritto e le conseguenze che ne scaturiscono concordano perfettamente con la deposizione del signor Sainte-James.
"Finch. il processo rimase cos stazionario, la difesa del cardinale non era valevole. Invano egli allegava l'errore e la seduzione. Gli rispondevano: - l'errore  inverosimile, e poi non  provato; la de La Motte vi smentisce; la scena della terrazza (leggere: del Boschetto)  fantastica;  attestata dalla Oliva ma la sua testimonianza  sospetta non meno della vostra. - Ma, da quando fu arrestato il signor Villette, risulta evidente: 1 che costui  l'autore del falso; - 2 che la scena di damigella Oliva  vera; - 3 che, per sedurre il cardinale, Villette ha scritto, sotto dettatura di dama La Motte, varie lettere da lei inviate al cardinale come sedicenti missive della regina".
"Da quel momento, la seduzione allegata dal cardinale pu essere ritenuta vera. Se  stato sedotto, il suo crimine non  pi un falso,  un'offesa, una mancanza di rispetto alle sacre persone del re e della regina, un abuso mostruoso del nome della sovrana e d'una firma falsa da lui attestata vera.
"Tutte queste considerazioni fanno riflettere ch' impossibile giungere sino al biasimo, e ancor meno all'esilio perpetuo, che comporta la morte civile e includerebbe la disponibilit dei benefizi concistoriali di cui  munito il cardinale"
Per ben capire il giudizio che sta per essere reso, bisogna ricordarsi che a quell'epoca esisteva una gradazione assolutoria. Lo "scagionamento di accusa" proclamava la completa innocenza dell'imputato, era la piena riabilitazione per inesistenza di reato. Il "fuori Corte" invece, significava che non c'erano state prove sufficienti su cui basare una condanna. Quest'ultima assoluzione serbava qualche cosa di spiacevole per chi aveva subito il processo, facendo constatare che la sua onorabilit non era pi intatta.
* * *
La lettura degli incartamenti essendo finita il 29 maggio, il Parlamento si radun il 30 per l'udizione degli imputati. Nella notte dal 29 al 30, costoro erano stati trasferiti dalla Bastiglia alla Conciergerie. Le funzioni di procuratore generale erano compiute da Joly de Fleury. Egli di lettura delle sue conclusioni.
Joly de Fleury chiese che la carta firmata "Maria Antonietta di Francia" venisse dichiarata falsificata in modo fraudolento; reclam contro il conte de la Motte, in contumacia, e contro Villette le pena della galera in perpetuo; contro la contessa de la Motte la pena della fustigazione; il marchio del ferro rovente sulle spalle e la detenzione perpetua alla Salptrire; quanto al cardinale, l'organo del ministro pubblico concluse che, nello spazio di otto giorni, dovesse recarsi alla Grand' Chambre e dichiararvi ad alta voce d'aver temerariamente prestato fede all'appuntamento del Boschetto, d'avere contribuito a indurre in errore i negozianti facendo loro credere che la regina fosse al corrente del traffico, di pentirsene, chiedendone perdono al re e alla regina; ch'egli fosse inoltre condannato a dimettersi dalle sue cariche, a far elemosina ai poveri e tenersi vita natural durante lontano dalle residenze reali.
Joly de Fleury aveva redatte le sue conclusioni contrariamente al parere dell'avvocato generale Sguier a cui, secondo l'uso, aveva dovuto assoggettarle. Non appena egli ebbe finito, s'alz Sguier. Fu una scena violenta che dimostr subito a qual punto gli animi fossero sovraeccitati. Sguier emise l'opinione d'assolvere puramente e semplicemente il cardinale. E, rivolgendosi a Joly de Fleury:
"Sull'orlo della tomba, voi volete che le vostre ceneri si ricoprano d'infamia e tale infamia si riversi sui magistrati!
"- La vostra collera, signore, non mi stupisce - risponde il procuratore generale. - Un uomo datosi al libertinaggio come vi siete dato voi, doveva necessariamente difendere la causa del cardinale.
"- Vedo qualche volta delle femmine - ribatt Sguier. - Lascio anzi la mia carrozza alla loro porta.  affare privato. Ma non mi hanno mai visto vendere bassamente la mia opinione per denaro".
Il procuratore generale, interdetto, rimase a bocca aperta.
Rtaux de Villette apr la serie degli interrogatorii. Apparve vestito con un abito di seta nera. Con molta franchezza, confess la parte avuta negli intrighi della signora de la Motte. Era stato lui a tracciare le parole "Maria Antonietta di Francia" in calce al famoso contratto. Ma mise in campo la propria buona fede. Scrivendo quelle parole, disse, non credeva di falsificare la firma della regina la quale, infatti, non usava sottoscriversi cos.
"Quell'uomo, che  vivacissimo, preveniva anzi le domande prima che fossero finite, con l'aria e il tono della massima esattezza".
A Rtaux de Villette tenne dietro la contessa de la Motte. Portava un cappello nero, guarnito di "blonde" nera e di nastri annodati; una veste e una sottagonna di raso grigio-turchino, orlate di velluto nero; una cintura di velluto nero adorna di perle d'acciaio: e, sulla spalle, una mantellina di mussola ricamata, con incrostazioni di pizzi di Malines. Guard l'assemblea con occhio altero. Le sue labbra avevano un sorriso duro. Quando scorse lo sgabello d'infamia sui cui le dissero di sedere, ebbe un moto di ripulsione e il rossore le sal alla fronte; ma poi vi si accomod con tanta grazia, aggiustandosi le pieghe della gonna, che pareva si trovasse in un salotto piacevolmente seduta in poltrona. Parl con voce secca, chiara, precisa; le frasi sembravano spezzate col coltello. Cominci col dichiarare che stava per confondere un gran briccone. Si trattava del cardinale. La sua presenza di spirito stup gli uditori. Interrogata da un consigliere ecclesiastico che aveva saputo non esserle favorevole, dichiar:
"Ecco una domanda molto insidiosa. Vi conosco, signor abate. Mi aspettavo che me la faceste. Vi rispondo subito".
"La signora La Motte, - osserva uno dei presenti -  comparsa con un tono d'arroganza e di spavalderia, con lo sguardo e il contegno d'una sfacciata che di nulla si meraviglia; ma s' fatta ascoltare perch discorre senz'ombra d'imbarazzo. Insisteva pi sulle probabilit che sui fatti e sopratutto sull'impossibilit di produrre certe lettere, certi scritti e tutte le prove materiali che si sarebbero desiderate. Non credo che questa donna, che ha un aspetto distinto, belle maniere e della nobilt, abbia potuto interessare nessuno, perch il suo processo  chiarissimo".
Improvvisamente, Giovanna cambi i suoi modi: a una domanda relativa a una sedicente lettera della regina al cardinale, rispose che avrebbe mantenuto il silenzio per non offendere la regina.
"Non si possono offendere le Loro Maest - obbiett il presidente - e voi dovete dire alla giustizia tutta la verit".
Allora essa disse che la lettera in questione cominciava con queste parole: "Io ti mando", aggiungendo che il cardinale gliene aveva fatte vedere pi di duecento indirizzate a lui dalla regina, in cui gli dava del tu, e, molte volte degli appuntamenti che erano quasi sempre effettivamente avvenuti.
A tali parole scoppi un clamore nell'assemblea dei magistrati. Bench, in maggioranza, i giudici appartenessero "all'opposizione" simili discorsi rivoltavano la loro coscienza di uomini e di cittadini. E a malapena poterono contenere la loro indignazione quando la contessa, nel ritirarsi, fece loro una sequela di riverenze, accompagnate da sorrisetti ironici e provocanti.
Non appena Giovanna fu uscita, venne tolto lo sgabello e introdotto il cardinale. Indossava una lunga veste violacea, il lutto dei cardinali. Aveva la calottina rossa sui capelli grigi, calze e scarpette rosse e una mantellina di panno viola foderata di raso rosso; la seta turchina del cordone dello Spirito Santo e la croce episcopale appesa a una catena d'oro. Era pallidissimo, stanchissimo, turbatissimo; le sue palpebre s'appesantivano sugli occhi d'un celeste sbiadito. Le gambe gli si piegavano sotto e le guance gli si rigavano di lagrime. Parecchi consilieri "vedendo il suo fisico sofferente e alterato" proposero: "Il signor cardinale ha l'aria di sentirsi male, bisogna farlo sedere". E il Primo Presidente lo fece sedere ad una delle estremit del banco su cui si mettevano i signori inquirenti quanto venivano a tener seduta. Il suo interrogatorio dur pi di due ore.
"Parl - dice Mercier di Saint-Lger - con molta grazia e molta forza".
Imponeva per la fisionomia e il tono di nobilt; interessava "per l'aria di candore" e il "coraggio modesto". Prima di ritirarsi, salut la Corte. Aveva un'indefinibile espressione di stanchezza e di tristezza. Tutti i magistrati gli resero il saluto.
"Lo stesso banco grande si alz, il che  segno d'un riguardo speciale".
I giudici erano ancora sotto l'impressione di quella comparsa emozionante quando venne chiamata Nicoletta d'Oliva. Ma l'usciere torn solo: l'accusata stava allattando il suo neonato. Essa pregava umilmente i Nostri Signori del Parlamento di voler pazientare alcuni minuti, finch suo figlio avesse finito il suo pasto. "La legge tacque davanti alla natura" dicono i processi verbali. La Grand' Chambre e Tournelle s'affrettarono a rispondere che accordavano alla giovane tutto il tempo che avesse creduto necessario. Finalmente essa entr. Il disordine della sua semplicissima acconciatura, i lunghi capelli castani sfuggenti da una cuffietta rotonda, e le lagrime, il turbamento, l'aria d'abbandono che aveva, davano risalto alla sua grazia e alla sua bellezza. Il signor di Bertignires, che possedeva una galleria di quadri, pens alla Brocca infranta di Greuze, esposta in uno dei pi recenti "Salons"; e l'abate Sabatier, suo vicino, a cui comunic la propria osservazione, fu subito dello stesso parere. Cos, non appena la bella fanciulla pareva stesse per sentirsi male, la maggior parte dei membri dell'austero tribunale si alzava in piedi per sorreggerla. Le fu d'altronde impossibile pronunziare una sola parola in risposta alle domande che le vennero rivolte; i singhiozzi la soffocavano. Ce n'era pi che non fosse occorso per convincere ampiamente i magistrati della di lei innocenza. Quando si alz per ritirarsi, dice Mercier di Saint-Lger "fu seguita dai segni del pi vivo interessamento".
Ecco finalmente Cagliostro. Con lui, la scena cambia.  baldo e trionfante nel suo abito di taffett verde ricamato d'oro. Egli scuote gaiamente le treccie dei capelli che gli ricadono in due codini sulle spalle. Alla prima domanda:
"- Chi siete, donde venite?
"- Un nobile viaggiatore - egli risponde con voce sonora".
E, fra gli scoppi delle risate, le fronti si rasserenano.
Senz'aspettare una nuova domanda, s'avventa in una focosa improvvisazione magniloquente, raccontando la storia della propria vita con particolari sbalorditivi, in un gergo in cui tutte le lingue s'incrociano, latino, italiano, greco, arabo e altre ancora non mai esistite. La sua aria, i suoi gesti, la sua vivacit - vero ciarlatano da fiera snocciolante il suo sproloquio ai fannulloni che fanno circolo ascoltandolo incantati - divertono il Parlamento non meno delle sue trovate. Quando il presidente toglie la seduta,  quasi sul punto di rivolgergli delle congratulazioni per il suo spirito e il suo buonumore.
Verso le sei, gli imputati escono dalla cancelleria per tornarsene alla Bastiglia. Si  costretti di far passare dal cortile di Lamoignon le vetture che li riconducono. I nomi del cardinale e di Cagliostro sono su tutte le bocche con acclamazioni entusiastiche e voti per la loro libert. Il cardinale quasi n' spaventato e saluta con aria imbarazzata. Cagliostro, invece, naviga nelle sue acque. Si muove, alza le braccia, lancia il cappello che mille mani si contendono, diverte immensamente il pubblico con ogni sorta di contorcimenti.
Il mercoled, 30 maggio,  il giorno della seduta finale; il giorno della sentenza. Deve aprirsi alle sei del mattino. Fin dalle cinque, tutte le sale del Tribunale, e le strade vicine, sono gremite di gente. La folla, compatta, si agita. I clamori giungono come ondate sonore. Le guardie a piedi e a cavallo circolano nei dintorni del Tribunale, dal Pont Neuf (Ponte Nuovo) fino alla via della Barillerie. Spettacolo a noi gi noto. Fin dalle cinque del mattino, i membri della famiglia Rohan Soubise e Lorena, uomini e donne, in numero di diciannove, la signora di Marsan, la signora di Brionne, il principe Ferdinando arcivescovo di Cambrai, il principe di Montbazon, si sono messi davanti alla porta della Grand' Chambre, in abito di lutto. La contessa di Rochefort Bretenil non era venuta; ma "aveva fatto dire d'aver la colica". La signora di Brionne "aveva assunto le sue grandi arie". Era uscita allora da una visita al Primo Presidente al quale aveva fatto una scenata tremenda, dicendogli essere noto com'egli fosse venduto alla Corte. Di l a poco compaiono i magistrati. I Rohan-Soubise e Lorena s'inchinano man mano se li vedono sfilare davanti.
"Non hanno fatto uso di nessuna sollecitazione all'infuori d'un cupo silenzio da cui trapelava la loro disperazione. Quel modo di supplicare, cos nobile e cos mite insieme, di due case tanto illustri, ha fatto maggior impressione sui giudici di quella che l'eloquenza avrebbe potuto produrre".
Alle sei, la seduta  aperta.
Ogni consigliere emise ad alta voce il proprio giudizio, allegandone i motivi.
Il Parlamento cominci col dichiarare che la parola "approvato" ripetuta sei volte, per ognuna delle clausole del contratto stipulato coi gioiellieri, e la firma "Maria Antonietta di Francia" erano falsificate e falsamente attribuite alla regina. Poi, da quel tribunale che gi aveva subito l'influenza delle passioni politiche dividenti i consiglieri in partiti ostili, la contessa di Valois venne - all'unanimit dei sessantaquattro magistrati presenti - dichiarata colpevole. Quando si tratt di pronunziare la pena, due magistrati - Roberto di Saint-Vincent e Dionigi dei Sjour (altri invece dicono Delpech e Amelot) - opinarono per la pena di morte. Era una manovra degli amici del cardinale: perch la pena era inappellabile; ma le conclusioni costringevano i consiglieri ecclesiastici a ritirarsi, il carattere ecclesiastico, appunto, non permettendo loro di statuire in un'affare in cui si proponeva la pena di morte. Ora, fra i tredici consiglieri del clero, soltanto gli abati Sabatier e Terray erano favorevoli al cardinale. Il numero dei preopinanti si trov cos ridotto a quarantanove. I giudici si misero d'accordo sulla condanna ad omnia mortem, vale a dire sulla massima pena all'infuori della morte. Giovanna di Valois di Saint-Rmy, contessa de la Motte e de la Pnicire, venne condannata, all'unanimit dei voti, a essere fustigata nuda dal carnefice, a ricevere sulle spalle il marchio rovente della lettera V (voleuse, ladra), a venir rinchiusa nella Salptrire per il resto dei suoi giorni e ad avere tutti i beni confiscati. Il conte de la Motte fu condannato alla galera a vita, Rtaux all'esilio fuor del regno. Nicoletta d'Oliva venne prosciolta "fuori Corte" ossia, per insufficienza di prove: era, come fu detto, l'assoluzione con una gradazione di biasimo, "visto - dicono i processi verbali - che, bench in fondo innocente,  stato considerato giusto infliggerle quella macchia per il crimine puramente materiale da lei commesso sostituendosi nella persona della regina in una scena di scrocconi". Cagliostro venne prosciolto da qualsiasi accusa.
La battaglia fra i due partiti si sferr a proposito del cardinale. I consiglieri riferitori, Titon di Villotran e Don Puis de Mac fecero eco alle conclusioni del procuratore del re. Boula di Montgodefroy, consultato per il primo nella sua qualit di decano dell'assemblea, si pronunzi invece per l'assoluzione pura e semplice e il proscioglimento da ogni accusa. Aveva portato il suo parere bell'e redatto. Si diceva che suo nipote, tesoriere della Grande Scuderia, fosse stato minacciato di vedersi portar via quattro cavalli se suo zio si fosse pronunziato a danno del cardinale. Roberto di Saint-Vincent, nemico acerrimo della Corte, amico personale di Target - e del resto galantuomo - parl a sua volta in favore dell'assoluzione piena ed intera; parl con forza, con eloquenza "molto a lungo e molto bene"; le sue parole fecero sensazione.
"Sarebbe stato desiderabile - disse - per tutto il corpo della magistratura, che le conclusioni del signor procuratore del re non fossero mai state enunciate. Non mi toccherebbe ora di discutere tutti i difetti che le degradano."
Poi alzando la voce:
"Da quando in qua delle conclusioni ministeriali sono ammesse da magistrati?"
E siccome tali parole, per la prima volta risuonanti nel recinto della giustizia di Francia, destavano un certo mormoro, prosegu:
"Sissignori, dico "ministeriali". Non vennero mai redatte in un tribunale. Non sono conclusioni fatte da un magistrato, sono troppo opposte alle leggi, al buon ordine, e mai il Parlamento n'ebbe a udire di cos poco conformi a' suoi principii".
E l'oratore combatt vivacemente l'idea d'infliggere la bench minima pena infamante al principe di Rohan; era egli stato gabbato e nel modo pi crudele, e la magistratura non poteva punire quando la buona fede risultava assoluta.
"L'opinione di Frteau  stata bella e nobile, d'un'eloquenza fredda ma sentimentale; quella di d'Outremont, particolareggiata, ragionata, logica, cos viva e commovente da cavar le lagrime a coloro stessi che erano di parere contrario al suo". -  l'innocenza ch'io difendo, signori, e come uomo e come giudice; e ne sono tanto penetrato che mi farei squartare per sostenerla. - L'eccellente riputazione di cui gode d'Oltremont fra i colleghi ha contribuito a far valere la sua causa. Bentignires ha parlato con saggezza, ma infinitamente ordinato".
Il Primo Presidente d'Aligre sottoscrisse senz'altro, al parere del procuratore. Se avesse preso la parola per motivare il suo giudizio, come fece la maggioranza dei membri dell'assemblea, avrebbe verosimilmente indotto parecchi Magistrati a condividere il suo modo di vedere; ma la Corte lo aveva di recente indispettito e non credette di adoperare al suo servizio la propria influenza.
Finalmente, dopo diciassette ore di discussioni, l'assemblea si pronunzi verso le dieci di sera. Il cardinale principe di Rohan era interamente scagionato d'ogni accusa, dalla maggioranza di ventisei voti contro ventidue che avevano votato il "fuori Corte". C'erano stati quarantanove votanti; ma due voti erano stati confusi per ragioni di parentela.
 XXXIII.
TRIONFO POPOLARE.
Per gli assolti, fu una serata trionfale. Una folla immensa si pigiava nelle vicinanze del Tribunale. Grida clamorose di: "Viva il Parlamento! Viva il cardinale innocente!" echeggiavano per le vie. Le pescivendole del Mercato stavano in gruppo nella corte del Mai, con mazzi di rose e gelsomini. Fermavano, nel passare, i magistrati che venivano additati loro e che dovevano, piacesse o no, lasciarsi stringere dalle loro braccia robuste ai loro seni abbondanti.
Il marchese di Launay, governatore della Bastiglia, avendo ricevuto l'ordine di ricondurre Rohan nella prigione del re, il cardinale vi fu quasi portato da diecimila persone, in un baccano che stordiva; e, per pi di un'ora, i muri della fortezza echeggiarono delle acclamazioni popolari.
Cagliostro dice:
"I giudici si separarono, la sentenza  pronunziata e vola di bocca in bocca. I membri del Parlamento, circondati, stretti, applauditi, vengono coronati di fiori. Un'acclamazione universale saluta il cardinale che, rivestito della porpora romana,  ricondotto in trionfo fino alle porte della Bastiglia, che si aprono per riceverlo, ma che, di l a poco, si apriranno per restituirlo ai voti d'un pubblico sensibile che condivide la sua gloria, dopo aver condiviso le sue disgrazie".
Si voleva fare un'illuminazione ma la polizia la interdisse.
"Non so dove il Parlamento sarebbe andato a mettersi in salvo, se avesse giudicato male - dice Mirabeau che condivideva allora le passioni popolari. E aggiunge, pensando alla Corte di Versailles: - La prova  dura ma decisiva" e conclude con questi timori profetici: "Possano altre passioni non abusarne!"
L'indomani, il cardinale e Cagliostro uscirono dalla Bastiglia. La penna di Cagliostro ha lasciato una relazione, a proposito della propria liberazione di cui non  permesso affievolire il sapore:
"Lasciai la Bastiglia verso le undici e mezza di sera. La notte era oscura, il quartiere che abito poco frequentato. Quale non fu la mia sorpresa nell'udirmi salutare da otto o diecimila persone! Avevano forzato la mia porta. La corte, le scale, gli appartamenti, tutto era pieno. Vengo portato fin tra le braccia di mia moglie. Il mio cuore non pu bastare a tutti i sentimenti che se ne contendono il dominio. Sento piegarmisi i ginocchi. Cado sul pavimento privo di sensi. Mia moglie lancia un grido acutissimo e cade svenuta. I nostri amici tremanti ci si fanno attorno, dubbiosi se il pi bel giorno della nostra vita non ne  per caso l'ultimo. L'inquietudine si comunica dall'uno all'altro, il rumore dei tamburi non si fa pi udire. Un cupo silenzio tien dietro alla gioia rumorosa. Io torno a rinascere. Un torrente di lagrime mi sfugge dagli occhi e posso infine, senza morire, stringere al seno... Mi fermo. O voi! esseri privilegiati, a cui il cielo fece il dono raro e funesto d'un'anima ardente e d'un cuore sensibile, voi che conoscete le delizie d'un primo amore, voi soli potete udirmi; voi soli potete apprezzare che cosa sia dopo dieci mesi di supplizio il primo istante di felicit!".
Il 2 giugno, di buon mattino, attorno ai palazzi Rohan e Soubise, e in via San Claudio, la folla si pigiava, compatta. Cagliostro dovette farsi vedere sulla terrazza del corso; e il cardinale, bench in berretto da notte e veste bianca, dovette apparire alle finestre del palazzo di Strasburgo, al disopra dei giardini:
"Viva il Parlamento! Viva il Cardinale!"
 XXXIV.
IL DOLORE DELLA REGINA.
Mentre attorno a Cagliostro ed a Rohan tutta Parigi faceva echeggiare grida d'allegrezza, quella gioia rumorosa aveva un doloroso contraccolpo a Versailles. La povera regina si rendeva vagamente conto che non era tanto la vittoria di Rohan quanto la disfatta e l'umiliazione di lei che il popolo celebrava. Com'era discesa dal livello di quell'affezione che esso le aveva dimostrato il giorno in cui, delfina, faceva, al braccio del marito, la prima visita ai suoi cari Parigini, le cui testimonianze d'entusiasmo e di tenerezza le strappavano la lettera cos commovente che abbiamo gi avuto l'occasione di citare!
"Non c' dunque nessuno - esclama l'avvocato Labori - per gridare alla folla implacabile che ci sono dei delitti impossibili e che la regina di Francia non si vende per un gioiello?".
La signora Campan scrive:
"Il re entr e mi disse: - Troverete la regina molto afflitta. Ha serie ragioni per esserlo; ma come! non hanno voluto scorgere in quest'affare che il principe della Chiesa e il principe di Rohan, mentre non  che un bisognoso di denaro (mi servo della sua stessa espressione) e tutto questo non era se non una risorsa per convertire l'orpello in oro, in cui il cardinale a sua volta  stato gabbato. Nulla  pi facile da giudicare e non occorre essere Alessandro per tagliare questo nodo gordiano -.
"Il dolore della regina fu straordinario. Stava nel suo gabinetto e piangeva: - Venite, mi disse, venite a compiangere la vostra regina oltraggiata e vittima delle cabale e dell'ingiustizia. Ma, a mia volta, vi compianger come Francese. Se non ho trovato dei giudici equi in un affare che attentava al mio carattere, che potete sperare se avete un processo che vi tocchi nel denaro e nell'onore?".
Ed alla sua amica, la duchessa di Polignac, Maria Antonietta scriveva:
"Venite a piangere con me, venite a consolare la mia anima, mia cara Polignac. Il giudizio pronunziato test  un orribile insulto. Sono immersa tra le lagrime, il dolore e la disperazione. Non si pu contare su di nulla, quando la perversit sembra volersi incaricare con ogni mezzo di offendere l'anima mia. Che ingratitudine! Ma trionfer dei cattivi triplicando il bene che ho sempre cercato di fare.  pi facile a loro d'affliggermi che a me di vendicarmene. Venite, cuor mio".
La regina, e il re sotto l'influenza della regina, non avevano potuto credere n ancora credevano che il cardinale fosse innocente di quella truffa.
 vero che tutto il processo avrebbe dovuto prospettarsi da un punto di vista pi importante.
"Il grande fatto - dice con molta giustezza Beugnot - che dominava tutto l'affare, era questo: che il signore e la signora de la Motte avevano avuto l'audacia d'impersonare di notte, in uno dei boschetti di Versailles, la regina di Francia. La moglie del re aveva dato appuntamento al cardinale di Rohan, gli aveva parlato, gli aveva dato una rosa e aveva permesso che il cardinale si buttasse a' suoi piedi. Dal canto suo, il cardinale, grand'ufficiale della Corona, aveva osato credere che simile appuntamento gli fosse stato dato dalla regina di Francia, dalla moglie del re; vi si era recato, ne aveva ricevuto una rosa e s'era buttato ai suoi piedi. Il delitto, stava in questo; e il rispetto della religione, della maest regale e dei buoni costumi, oltraggiati fino all'estremo, provocavano a gara la punizione".
 XXXV
I MAGISTRATI.
Le conclusioni di Joly de Fleury, procuratore generale, erano certamente eque e moderate. Ma s'erano visti dei principi del sangue fare istanza contro la regina. Calonne era alla testa del ministero che aveva allora l'azione pi preponderante, il controllo generale delle finanze. Non perdonava a Maria Antonietta l'opposizione da lei fattagli per sbarrargli la via del potere, n il giudizio severo ch'ella dava su di lui: un abile intrigante. In questo processo, egli ricorse a tutta l'attivit di cui era dotato, alle relazioni che aveva, ai mezzi temibili di cui disponeva. Fu assecondato dall'amico Lenoir, abile e intelligente, bibliotecario del re, uscito dalla luogotenenza di polizia il 30 luglio 1785, e che quella sua revoca attribuiva alla regina. Fu assecondato dalla famiglia di Maurepas, il quale non dimenticava che Maria Antonietta, all'epoca del ritorno del ministro al potere, nel momento in cui Luigi XVI era salito al trono, aveva sostenuto con tutto l'ardore la candidatura di Choiseul. Mercy-Argenteau, da lunga pezza legato al Primo Presidente d'Aligre, che conosceva tanto bene "la propria compagnia" invia a Kaunitz una interessantissima nota circa i motivi che decisero i magistrati favorevoli a Rohan:
"Senza l'aiuto degli intrighi e di molto denaro, il cardinale sarebbe rimasto intaccato. La leggerezza e l'indiscrezione di questo paese hanno facilitato i mezzi di sapere i nomi dei giudici preopinanti e i motivi che determinarono le loro conclusioni".
Il presidente de Lemoignon, che occupava in Parlamento una posizione considerevole e tirava sempre dalla sua i presidenti Saron e di Saint-Fargeau e il signor di Glatiny, era amico personale di Lenoir che l'aveva fatto avvicinare al controllore generale. Il presidente de Gilbert era devoto a Calonne che aveva comperato da lui, per il re, la sua terra di Saint-Etienne; il presidente Lepelatier de Rosambo, rovinato, "inoltrava frequenti richieste di danaro al dispartimento della Finanza". Boula di Montgodefroy aveva il nipote impiegato alle dipendenze del controllore generale. Oursin era cugino di Lenoir e devotissimo anche lui a Calonne, non meno di Pasquier, che chiedeva al controllore la esecuzione del pagamento che suo figlio doveva fare per i diritti della propria carica. Delpeche era l'amico di Calonne, e Barillon - che aveva l'abitudine di far condividere la propria opinione al consigliere Le Pileur - sollecitava dal controllore l'annullamento della captazione da lui non pagata da parecchi anni.
D'altra parte, il consigliere d'Outremont era tutto dedito alla contessa di Brionne, zia del cardinale, e il signor di Guillaume riceveva dei "benefici dalla casa di Rohan". D'Outremont si tirava dietro il consigliere Lauglois. Il signor di Jonville era tutt'uno coi Soubise. I Maurepas avevano fatto risolvere Amelot. E Target, l'avvocato del cardinale, che occupava allora il primo posto nel foro parigino, aveva come amici personali Bertignires, Saint-Vincent e Frteau, al quale ultimo teneva dietro il consigliere Lambert. Quanto ai signori Hron de la Michodire, Dubois e Duport, siccome non conosciamo i motivi che li fecero agire, cerchiamo di pensare che seguirono i dettami della loro coscienza.
Constatazioni preziose. Si addebit sempre a carico di Maria Antonietta il ministero Calonne. Quel finanziere frivolo e prodigo pareva l'uomo fatto apposta per la regina infatuata di piaceri, spendereccia e leggera.
Non  Calonne che amo
 l'oro che sparpaglia...
si canticchiava per le strade.
Il vero si  che Maria Antonietta s'era opposta all'entrata di Calonne negli affari, non smettendo mai di fargli capire il proprio disprezzo: che importa? Fin dal primo giorno Calonne perseguit la regina col proprio odio velenoso, fino all'ultimo momento s' accanito alla sua perdita; ma che cosa importa? Le dicerie hanno corso legale.
E questo era il potere assoluto della monarchia dell'antico regime! Prendiamo quest'esempio perch l'abbiamo chiaro e lampante sotto gli occhi. L'onore della regina  in giuoco; la corona pu venire colpita. Il re affida la cura del giudizio a un tribunale di cui nessun membro  stato nominato da lui; a magistrati su cui non ha nessuna presa n mai l'avr, in nessun momento della loro carriera e in nessun modo; a magistrati che, per temperamento e per tradizione, gli sono ostili. Come Beugnot dimostra, lo stesso procuratore del re non , in Parlamento, liberamente scelto da lui. Ma c' di pi: vediamo perfino il controllore generale, assistito dal bibliotecario del re, presidente del consiglio delle sue finanze, col denaro del re, con le cariche e le pensioni del re, sotto l'occhio del re, - lo vediamo combattere di fronte in una circostanza tanto grave, gli interessi del re e la sua autorit! Nessuno se ne meraviglia. C' forse al giorno d'oggi un governo che avrebbe l'animo di vedere fiorire sotto i propri occhi libert simili a queste?
Nel frattempo, il popolo canterellava:
Se la sentenza del cardinale
a voi paresse troppo illegale
sappiate pure che la finanza
ma s!
dirige in Francia tutto ad oltranza:
proprio cos!
Se quei signori del Parlamento
hanno sborsato oro ed argento
e per il posto pagato han molto,
ma s!
da loro almeno ci vien prosciolto.
Proprio cos!
E dalla strada vicina, in prossimit del palazzo del cardinale, giungeva come un'eco
Fosse il Papa ineducato,
gli direbbe questo sol:
per chi senza testa  nato
il cappello non ci vuol!
 XXXVI.
ORDINI D'ESILIO.
La tristezza che Maria Antonietta lasci trasparire dopo la sentenza del Parlamento ne indic la portata. Signific ch'era offesa e, quindi, ne fece un'offesa. Con gioia segreta, i cortigiani, gli innumerevoli rivali dei Polignac, recavano alla sovrana le loro condoglianze. Una regina che una decisione giudiziaria ha potuto colpire, non  gi pi la regina.
Luigi XVI, dopo avere commesso due sbagli - dare in pasto al pubblico l'intrigo della collana e rinviare la faccenda in Parlamento - ne commise un terzo. La tattica comandava di inchinarsi con garbo ripetendo: "Nessuno  pi lieto di me dell'innocenza del cardinale!". Invece, per dar soddisfazione alla regina, nervosa e irritata, egli incaric il barone di Breteuil di portare in via Vieille-du-Temple una lettera di "cachet" che esiliava il principe Luigi nella sua abbazia della Chaise-Dieu, in Alvernia, coll'ordine di dimettersi da tutte le sue funzioni e cariche di Corte. Rohan ricevette il suo nemico il 2 giugno e rispose alteramente. Obbedir al re che lo manda in esili; ma non ha aspettato l'ordine per dimettersi dalle cariche; e le sue dimissioni sono state inviate a Versailles fin dal mattino. Rohan si mise in viaggio il luned 5 giugno in una berlina a sei cavalli, accompagnato dal fratello, l'arcivescovo di Cambrai, e dal giovine segretario Ramond de Carbonnires. Era seguito da un'altra berlina, anch'essa a sei cavalli, e da cinque vetture con bagagli e numeroso personale. E, vedendolo partire alla volta dell'abazia, i Parigini facevano dei giuochi di parole intraducibili.
Era un'abazia di benedettini, dove Rohan giunse il 10 giugno. Le gazzette olandesi ne diedero subito la descrizione:
"Situata sulle rive del fiume Senoire, la Chaise-Dieu  costruita benissimo fra due colline, e coronata dalle pi alte montagne. D'inverno,  attorniata da mucchi di neve. Serve da rifugio ai viaggiatori smarriti, che la campana dalle quattro del mattino alle otto della sera non smette mai di chiamare, e che ricevono dai religiosi le cure commoventi dell'ospitalit. Quaranta benedettini, serviti da una quarantina di domestici aspettano nella pi calma agiatezza, nella sicurezza pi perfetta, nella letizia pi inalterabile, che la morte venga a soprenderli".
Queste descrizioni attraenti non impedivano alla nobilt d'insorgere nuovamente gridando alla tirannia. La signora di Marsan si butt ai piedi della regina perch ottenesse al cardinale, sofferente al ginocchio, un'altra residenza che non fosse quel luogo orribilmente malsano".
"- Il cardinale deve assoggettarsi agli ordini del re - rispose la regina.
"- Questo rifiuto mi fa capire quanto la mia presenza sia sgradita a Vostra Maest.  l'ultima volta che ho l'onore di presentarmi davanti a lei.
"- Signora, ne sar spiacente".
La signora di Marsan si rec allora dal re, sforzandosi d'intenerirlo al ricordo delle cure che aveva avuto per lui. Luigi XVI rispose che gliene era riconoscentissimo ma che per il momento non poteva mutar nulla nella posizione del cardinale.
Rohan, da uomo di spirito, si fece rapidamente una ragione del nuovo stato di cose. I canonici del nobile capitolo di Brioude vennero a offrirgli i loro mobili pi preziosi. I suoi monaci, che non lo avevano conosciuto e lo detestavano in ragione stessa della sua assenza, vedendolo sempre affabile e di buon umore, lo presero in affezione. I giorni trascorrevano in una lieta tranquillit, quando parenti e amici giunsero ai propri fini ottenendogli un altro luogo d'esilio, nell'abazia dei benedettini di Noirmoutiers, vicino a Tours. Luigi di Rohan vi si rec verso la fine di settembre.
Cagliostro ricevette, lo stesso giorno del cardinale, un "ordine di relegazione". Veniva bandito dal regno con sua moglie. Gli lasciavano alcuni giorni per metter ordine nei propri affari. Si ritir a Passy, donde part il 13 giugno alla volta di Boulogne-sur-Mer. Il 16, s'imbarcava per l'Inghilterra. Rtaux di Villette rimase nella Concergerie fino al 21 giugno. Aveva avuto lo spavento della galera e si rallegrava della sorte toccatagli. Nella Concergerie distraeva i prigionieri col violino che suonava a meraviglia. Gli consegnarono gli abiti e il denaro deposti entrando nella Bastiglia. Il 21 giugno, suo fratello, presidente dell'elezione di Bar-sur-Aube, and a cercarlo. L'avvocato Jaillant-Deschainets, che aveva difeso Villette davanti al Parlamento, li ricevette la sera a pranzo e, pochi giorni dopo, il galante segretario della signora de la Motte prese il cammino dell'Italia. Si ricorder il modo brutale con cui una volta l'ispettore Quidor aveva intralciato quella gita di piacere. In seguito, a Venezia, passeggiando e fantasticando fra le belle fanciulle dagli scialli vistosi, lungo i neri canali, Villette compose e pubblic, nel 1790, una storia della Collana: una storia a modo suo, ch'era in realt uno sconcio libello in cui raccoglie o inventa contro Maria Antonietta e la signora di Polignac le pi sporche e miserabili calunnie.
* * *
Quanto a Nicoletta d'Oliva, aveva avuto tal successo di grazia e di seduzione che i giovani vennero in folla ad assediarla. Diede dapprima la preferenza al suo avvocato, Blondel, e and a stare con lui, in via Beaubourg. Ma la sua salute si era alterata. Era stata scossa da troppe emozioni, la poverina, da parecchi mesi! L'aria della campagna le venne consigliata. Venne ricevuta dal suo tutore, nel villaggio di Passy. L'abate Georgel non pot contenere la propria indignazione.
"Quando usc dalla prigione - egli scrive - si sono trovati parecchi rivali pronti a sposarla".
Nicoletta scelse colui ch'era il padre del piccolo Giambattista nato nella Bastiglia; il 24 aprile 1787 spos nella chiesa di San Rocco, Giambattista Eugenio Toussaint di Beausire, figlio del luogotenente del re preposto ai magazzini di sale.
 XXXVII.
BETTE D'ETIENVILLE ROMANZIERE.
Bette d'Etienville, borghese di Saint-Omer, aspettava intanto, nella prigione dello Chtelet, che la sua controversia con gli orologiai Loque e Vaucher e altri fornitori venisse regolata dai giudici. Ai primi di luglio si era potuto finalmente acciuffare il suo amico, il barone di Fages, contro cui era stato spiccato da oltre otto mesi un mandato d'arresto dal luogotenente criminale. L'avevano attirato nei giardini del Palais-Royal - in quel tempo, si faceva tutto al Palais-Royal - col pretesto di farlo trovare con qualcuno che s'interessava ai casi suoi. De Fages fu incarcerato nella Concergerie. La sentenza del Chtelet fu emessa il 23 gennaio 1789. A D'Etienville e de Fages era stata inflitta la pena del biasimo; d'Etienville, per giunta, a tre lire d'ammenda e de Fages a tre lire d'elemosina per i poveri prigionieri del Chtelet. Don Mulot non fu che ammonito e il conte di Prcourt scagionato d'ogni colpa.
Il tribunale dichiarava inoltre d'Etienville e de Fages debitori dei negozianti per gli oggetti dati loro, con facolt per quelli d'esercitare il diritto d'arresto. E, per ultimo, i Memoriali stampati dai due compari dovevano essere distrutti. Il borghese di Saint-Omer e il suo amico barone se la cavavano, tirate le somme, a buon mercato. Non tralasciarono per questo di ricorrere al Parlamento il quale li prosciolse effettivamente da ogni accusa penale. L'affare divenne in tal modo "civile" e gli accusati non si trovarono pi di fronte se non un credito di negozianti da loro gabbati con tanto garbo e buonumore.
Siccome d'Etienville s'era guadagnato un discreto gruzzolo con i suoi memoriali - ne aveva pubblicati tre, uno in fila all'altro, e il suo avvocato non ne distribuiva gratuitamente nemmeno un esemplare - pot rimborsare i fornitori, almeno in parte, e fu messo in libert. Il barone di Fages introdusse un'istanza allo stesso scopo. Gli orefici Loque e Vaucher aderirono e de Fages, a sua volta, fu liberato.
Sui primordii della Rivoluzione, troviamo ancora i due compari in prigione "per debiti, con una "pensione di 8 soldi, 4 denari al giorno". Essi rivolgono una petizione all'Assemblea nazionale "che deve a se stessa di togliere quell'arresto". La petizione  rinviata al comitato delle lettere di "cachet". Le tremende giornate di settembre trovano de Fages e d'Etienville nel Palazzo della Force ma sfuggono alla morte e vengono rimessi in libert.
Il barone di Fages torna al proprio domicilio in via del Bac, sul mercato Boulainvilliers, dove la delazione non tard a raggiungerlo. Una lettera anonima, in data del 26 ventoso (anno II) giorno della festa del radicchiello (16 febbraio 1794) lo denunzia alla sezione di Brutus del comitato di sorveglianza rivoluzionaria come "ex-nobile, ex-guardia del corpo dell'ex-Monsieur". "Sembra e secondo l'anonimo  indubbio - ch'egli abbia "delle relazioni con i traditori, perch ha tenuto con mia moglie e mia suocera dei discorsi annunzianti la congiura svelata". La lettera conclude: "Ecco le istruzioni necessarie per far conoscere un uomo ingrato, senza onore, un fannullone e, per dir tutto in una parola, un nobile del tempo passato".
Era gravissimo. La denunzia venne trasmessa dalla sezione di Brutus a quella della Fontana di Grenelle; ma, giungendovi, non era pi anonima. I membri del comitato avevano firmato tutti le dichiarazioni d'un ignoto di cui nessuno aveva potuto controllare la testimonianza. Che avvenne poi? Il barone di Fages fu ghigliottinato?
Bette d'Etienville ebbe miglior fortuna, malgrado due nuovi incarceramenti a Besancon, poi a Champlite, nel 1793 e 1794. Aveva avuto l'idea ingegnosa di radunare in sei volumetti i trentaquattro principali documenti e memoriali dell'affare della Collana. La collezione ottenne un esito finanziario non trascurabile. I memoriali ch'egli aveva redatti per il processo - auctor et actor - avevano rivelato a lui stesso le sue attitudini di scrittore; e mise a contribuzione la sua fantasia feconda per arricchire la letteratura francese di tutta una serie di romanzi, di due o tre volumi ciascuno: i Sacrific dell'Amore, la Prevenzione della Marchesa, Paolina o i benefici effetti della virt, Pulcheria o il supposto assassinio, Rosmunda o la devozione figliale, l'Asilo dell'infanzia, l'Eroismo dell'Amore, il Trionfo della verit. Anche i romanzi vennero accolti favorevolmente. Se ne trovarono parecchi nella biblioteca di Maria Antonietta. La Prevenzione della Marchesa ebbe l'onore di parecchie edizioni. Nel 1790, d'Etienville mise alla luce un giornale, il Filantropo, dove spieg il pi puro umanitarismo rivoluzionario. Divent in seguito - nessuno l'avrebbe mai immaginato - amministratore generale della Banca agricola. Poveri agricoltori! La banca infatti non tard a venir dichiarata in istato di fallimento e i suggelli vennero apposti sulle carte dell'ex romanziere. Era imputato "di aver cercato con false promesse e speranze di benefici chimerici di allettare il pubblico scroccando il denaro degli azionisti". Ma anche stavolta i tribunali l'assolsero.  dunque da stupirsi che, con una tale esperienza della giustizia, Bette d'Etienville abbia intrapreso la riforma della legislazione francese? Diffuse le sue teorie illuminate, circa tale soggetto importante, nel 1819, in una Lettera ai Francesi. Poi volle fondare un'Universit delle arti meccaniche (1825) e coron la sua carriera con una bella dissertazione sull'Inviolabilit dei possessi (1826). Forse, avrebbe fatto meglio a cominciarla mettendo in pratica quelle massime nuove. Fin i suoi giorni in miseria spaventosa: esistono certe sue lettere pietose in cui mendica dei soccorsi in qualit di "vecchio uomo di lettere".
* * *
Finirono dunque poco allegramente gli allegri compagni, figli della ventura. Pur tirando loro le orecchie, ringraziandoli con un sorriso d'avere animato questa storia con le loro capricciose buffonate. Bette d'Etienville, borghese di Saint-Omer "vivente con nobilt del suo", il barone di Fages-Chaulnes, cadetto di Guascogna autentico, il conte di Prcourt, cavaliere di San Luigi "che aveva preso parte a due combattimenti sul mare, tre battaglie, cinque assedi, pi di venti scontri e duelli e aveva fatto tutta la guerra in Polonia dov'era comandante", senza scordare don Mulot, canonico regolare di San-Vittore, sarebbero stati degni colleghi, sotto la penna di Lesage, di Gil Blas di Santillane, o d'animare con le loro lepide stramberie le commedie d'un Rgnard.
 XXXVIII.
L'ESECUZIONE DELLA SENTENZA.
Abbiamo lasciata la signora de la Motte nella Concergerie, all'oscuro della sentenza che la riguarda. Gli sposi Hubert, i guardiani, la trattano con ogni cura. Quando seppe dell'assoluzione del cardinale sal in una furia tale da prendere il suo vaso da notte e spezzarselo sulla faccia. Tremava come una foglia. Il sangue le colava dal viso. Da quel giorno, fecero coricare due donne nella sua stanza.
I magistrati avevano annunziato l'esecuzione della sentenza per il giorno 13 ma quel giorno non ebbe luogo. E i novellieri a ripetere che la contessa sarebbe stata graziata dal re; che la Corte decisamente si vergognava dell'iniquit commessa, che la regina arrossiva di lasciar diffamare un'innocente, la sua vittima. Adesso, il vento spira in questo senso. Qualunque cosa la regina faccia o non faccia, qualunque cosa avvenga, il vento soffier contro di lei.
Il 19, si sparse la voce che il procuratore del re aveva finalmente deciso l'esecuzione. L'indomani una folla immensa stazion nei cortili del Tribunale e nelle sue vicinanze. Le finestre delle case vicine erano affittate a prezzi favolosi ed erano state erette delle impalcature apposite. Ma trascorse la giornata senza che s'aprissero le porte della Concergerie davanti a Giovanna di Valois; e gli oziosi, che avevano fatto la guardia per ore ed ore, dovettero andarsene con le pive nel sacco. Il luogotenente generale di polizia temeva l'affluenza della plebe.
I magistrati, gli avvocati difensori si trovavano presi di mira da una gragnuola di richieste: tutti volevano sapere l'ora esatta del supplizio, tutti volevano assistervi.
"Mi rivolgo a voi - scriva il duca di Crillon a Target - come nell'occasione pi importante della mia vita, bench non sia che una voglia di donna, incinta: la voglia di vedere fustigare un'altra con le verghe che le avete preparato voi".
Il mercoled, 21 giugno, alla cinque del mattino, Giovanna di Valois venne destata dal guardiano. Rifiut d'alzarsi, credendo che la richiamassero davanti alla Corte: non voleva pi rispondere a' suoi giudici. Dopo molte istanze, tuttavia, acconsent a indossare una gonnellina, un casacchino e a infilarsi le calze. Quando giunse sulla soglia della corte del Mai, quattro carnefici, veri colossi, aiutati da due inservienti, l'afferrarono, le legarono le mani e la portarono fino a' pie' del grande salone. Il cancelliere del Parlamento Breton le ingiunse di inginocchiarsi per udire la sua sentenza. Essa cambia colore. Un fiotto d'ingiurie le esce dalle labbra. Morde quelli che l'avvicinano, si strappa i vestiti, si strappa i capelli. I carnefici sono costretti a farla inginocchiare per forza, trattenendole le mani sulle spalle, e uno di loro le d un gran colpo sui garetti. Riescono a tenerla, o bene o male, in quella posizione durante la lettura della sentenza. Quando il cancelliere giunse al passo in cui veniva detto che doveva essere fustigata e marchiata col ferro rovente, il suo furore non conobbe limiti: " il sangue dei Valois che voi trattate in tal modo!". E rivolgendosi, tutta fremente, a quelli che, passando per caso si erano fermati ad assistere alla scena, grid: "E voi potete permettere che si tratti cos il sangue dei vostri re? Strappatemi a questi carnefici!".
"Lanciava degli urli cos tremendi che si udivano per tutto il palazzo".
"Vomitava ingiurie contro tutto il Parlamento, il cardinale e qualcuno di pi sacro ancora".
Voleva essere decapitata. Poi cadde in una specie di prostrazione da cui usc nell'udire che i suoi beni erano confiscati.
Le esecuzioni avvenivano generalmente verso mezzogiorno. Nessuno in Parigi aveva preveduto un'ora tanto mattutina. Le impalcature erano deserte e le finestre chiuse. Ma due o trecento persone, attirate dalla vicinanza, stavano a guardare Giovanna, con un misto di orrore e di compassione. Altre, pi lontane, si pigiavano alle porte del grande cancello che era stato chiuso allora. Due monelli, arrampicatisi lungo le sbarre, stavano aggrappati agli stemmi coi fiordalisi. Giovanna ricus di svestirsi.
"Si difendeva come un leone, con i piedi, le mani, i denti, e in modo tale che furono costretti a tagliarle i vestiti addosso e perfino la sua camicia, il che  stato della pi grande indecenza per tutti gli spettatori".
Le e misero la corda al collo. Alcuni colpi di verga le vennero applicati sulle spalle che si rigarono di striscie rosse. In quel momento essa sfugg dalle mani di ferro che la tenevano e si rotol per terra in preda ad orribili convulsioni.
"Il carnefice doveva seguirla per terra a seconda ch'essa si rotolava".
Quando furono in procinto d'imprimerle sulle spalle la lettera V, era sdraiata sulle lastre della corte, a' pi del grande scalone, appoggiata sul ventre, con la gonnella all'aria.
"Scopriva tutto il corpo ch'era magnifico e aveva le pi belle forme" nota il libraio Ruault, beato di vedere tutto quel ben di Dio. E davanti allo splendore di quelle coscie bianche, nello spavento silenzioso, un buffone lancia un'oscenit. La carne delicata fuma sotto il ferro rovente. Un leggero vapore azzurrognolo si frammischia ai capelli sciolti. Gli occhi iniettati di sangue sembravano uscire dall'orbita, le labbra facevano smorfie atroci. Tutto il corpo in quell'attimo ebbe una convulsione tale che la lettera V venne applicata la seconda volta non sulle spalle, ma sul seno, "sul suo bel seno", dice il libraio Ruault. Giovanna ebbe un ultimo sussulto. Cadde sulla spalla d'uno dei carnefici e trov ancora la forza di morderlo a sangue, attraverso la veste. Poi svenne.
Una vettura da piazza, dove con lei salirono uno scrivano d'usciere e due arcieri di veste corta, la trasport alla Salptrire. Per via, tent di buttarsi dalla portiera.
Dopo d'averle bagnato d'acqua di Colonia il viso in cui la sabbia s'incollava alle lividure, e raccolti delicatamente i capelli entro una cuffietta rotonda, la suora officiante fa medicare le sue piaghe. La riveste d'una camicia di cotone, molto sottile, morbida, e la rianima con un brodo caldo inzuppato con qualche fettina di pane. I suoi orecchini d'oro, detti "di mirza" le vengono tolti. Li pesano, e ser Luigi, segretario dell'Accademia di chirurgia, che si trovava per caso nell'Ospedale, ne offre dodici lire. In quel punto, Giovanna riacquista i sensi:
"Dodici lire, ma non  che il peso dell'oro!" La vendita  conclusa a diciotto lire che messer Luigi si cava di tasca.
E Giovanna viene condotta in prigione. Le assegnano una delle trentasei loggette private di sei piedi quadrati: favore di cui  debitrice alla prigioniera che ha acconsentito a cedere la sua cella per andare nel dormitorio comune dove le detenute si coricavano in sei nello stesso letto.
"Bisogna sapere che le disgraziate dormono in maggioranza sullo stesso pagliericcio e che non giungono ad averne uno per s se non per via d'anzianit, il che richiede un lungo periodo di tempo. La povera ragazza faceva dunque il massimo dei sacrifici".
Prima di mezzogiorno, un distaccamento d'arcieri in veste corta and in piazza di Grve ad inchiodare, sul palo ch'era stato piantato a quello scopo, il cartello su cui i viandanti poterono leggere la condanna alla galera a vita inflitta al conte de la Motte. Il 4 settembre, il Demanio fece vendere, a Bar-sur-Aube, in via San Michele, mobili, argenteria e gioielli dei due sposi. Fu la fine del supplemento delle Mille e una Notte.
 XXXIX.
IL CREDITO DELLA COLLANA.
Prima cura del cardinale, non appena pot applicare la mente al regolamento de' suoi affari, si fu di trovare i mezzi per indennizzare i gioiellieri Bhmer e Bassenge del danno patito.
Quei due negozianti s'erano comportati molto male a suo riguardo durante il processo. Avevano visto che, la Collana essendo dispersa e i coniugi La Motte senza risorse, il loro credito era privo di valore se non a patto di venir addossato al cardinale, ipotecando le sue immense rendite. Dunque, nelle loro deposizioni, si sforzarono di incolpare il principe Luigi pi che poterono, accusandolo di essersi presentato a loro come direttamente incaricato dalla regina dell'acquisto del gioiello.
"Mi fanno parlare come se avessi agito direttamente - scrive il cardinale a Target - mi fanno dire che scrivevo alla regina; mentre ho dato le prove ch'essi hanno sempre creduto ad un intermediario".
"- Bisogner ricusare Bassenge - nota Target. - Dovrebbe essere querelante, non testimonio. La sua verit  troppo sospetta, l'interesse essendo la misura delle azioni umane. Quest'assioma, che non  senza eccezioni,  qui applicabile, sopratutto trattandosi di mercanti. La "condotta di quest'uomo  dimostrata. Si vede come cerca di adulare il cardinale nella sua deposizione e come cerca di farlo trovare colpevole. Bisogna smembrare questa deposizione per farla cadere".
Separatamente interrogati, Bhmer e Bassenge, ambedue mentendo, si contraddicevano. Bhmer, avvertito, dichiar allora che la sua memoria era debolissima, che non avrebbe pi risposto e si rimetteva a ci che avrebbe detto il socio.
Avendo Vergennes chiesto ai gioiellieri la loro procura per rivendicare, a Londra, i diamanti provenienti dalla Collana, Bhmer aveva risposto il 4 ottobre 1785:
Monsignore,
Non mi  stato possibile soddisfare alla domanda fattami da parte vostra di dare la mia procura per reclamare o rivendicare a Londra dei diamanti che debbono provenire dalla grande collana che ho consegnata a Monsignor cardinale di Rohan come incaricato da parte della regina di farne l'acquisto. N io n il mio socio non avendo mai trattato per questa vendita con il signore e la signora de la Motte, non possiamo per questa ragione nulla reclamare da loro e non abbiamo nessun titolo che ci autorizzi a farlo. Toccherebbe, secondo il parere del nostro consiglio, a Monsignore il cardinale di Rohan a dare questa procura, poich  lui che deve aver consegnato la collana alla La Motte.
Sono, ecc.
Firmato: Bhmer.
I gioiellieri erano sostenuti da Sainte-Jarues, il cui interesse coincideva col loro, poich doveva rimborsarsi le 800.000 lire anticipate da lui per l'acquisto dei diamanti; ma, al confronto, messo alla presenza del cardinale, il finanziere ebbe vergogna e si ritratt.
Senz'aspettare la sentenza del Parlamento, che doveva scioglierlo di fronte ai Bhmer, proclamando la sua innocenza e dichiarandolo vittima d'una furfanteria, il principe Luigi, col suo carattere generoso e la sua nobilt d'animo, aveva gi pensato a indennizzare i gioiellieri. La sua badia di Saint-Vaast gli dava una rendita di 300.000 lire. L'offr ai gioiellieri fino a estinzione del debito, aggiungendo inoltre tutta la sua sostanza come cauzione. Bhmer e Bassenge giudicarono che non era sufficiente.
Fin dal primo momento la regina aveva fatto dire ai Bhmer che li prendeva sotto la sua protezione.
"Sua Maest la regina - scrivono a Breteuil - non ascoltando che i moti della sua anima generosa e sensibile, ha spinto la bont fino al punto di dirci ella stessa che saremmo stati soddisfatti, che la nostra collana ci sarebbe resa o pagata".
I gioiellieri approfittano di tale disposizione per far sapere a Breteuil che non possono accettare le proposte del cardinale: 1) pereh costui vuole ridurre il credito di 1.600.000 lire a 1.400.000 - si  visto come quella riduzione venisse anteriormente accettata da loro -; 2) perch, in caso di morte del cardinale prima che fosse stato estinto il debito, l'abazia di Saint-Vaast avendo un altro titolare che ne avrebbe incassate le rendite, essi avrebbero perso ci che rimaneva da pagare. D'altronde, i beni del principe Luigi non sono oberati al punto che la vendita non basterebbe a soddisfare i creditori ipotecarii. I Bhmer intendevano essere favoriti in modo speciale. E cos avvenne.
Il 15 dicembre 1785, davanti a Margantin, notaio a Parigi, venne stipulato un atto mediante cui il cardinale si riconosceva debitore dei gioiellieri per la somma di 1.919.892 lire. Erano, per gli interessi, 319.892 lire di pi delle 1.600.000 lire, stipulate alla vendita. La somma doveva venire rimborsata mediante le rendite di Saint-Vaast, di trimestre in trimestre, a datare dal 1 aprile, e per cura di Giuseppe Liger, fattore del cardinale per le suddette rendite, in ragione di 225.000 lire all'anno. L'ultimo versamento doveva cos finire il 1 gennaio 1795. E il re, per favore particolare, dichiar che i versamenti avrebbero continuato a esigersi dalle fattorie di Saint-Vaast, fino ad estinzione del credito, anche qualora il cardinale fosse morto prima.
I Bhmer girarono met del loro credito a Saint-James, in pagamento delle 800.000 lire che gli dovevano con relativi interessi; e l'altra met a Nicola Gabriele Deville, segretario del re, contro denaro contante. Sainte-James doveva essere rimborsato per il primo.
Giuseppe Liger, fattore del cardinale, vers le seguenti somme: il 1 luglio 1786, a Bhmer e Bassenge 56.250 franchi; dal 1 ottobre 1786 al 1 aprile 1787, a Sainte-James, creditore dei gioiellieri, 158.590 franchi. Sainte-James in quell'epoca fece fallimento e Liger consegn ancora 405.070 franchi a' suoi creditori. Un ultimo versamento di 50.000 franchi venne effettuato da Liger il 9 febbraio 1790. Totale delle somme ricevute, per mano di Liger, ai Bhmer o chi per loro: 669.910 franchi.
Sopravvenne la confisca dei beni del clero per opera del governo rivoluzionario e, quindi, la sospensione dei pagamenti sulle tenute di Saint-Vaast. Deville, per mettersi al coperto, s'affrett a porre il sequestro su tutto ci ch'era di propriet di Bhmer e sulle sostanze della signora Bhmer, che s'era fatta garante del marito. La crisi rivoluzionaria intralciava, per di pi, qualsiasi traffico di gioielli. I Bhmer furono rovinati. E, da quel momento, assediano l'Assemblea nazionale con i loro ricorsi. Scordando la dichiarazione fatta in precedenza, di non aver nulla da reclamare dai La Motte, essi chiedono di venir indennizzati sulla vendita dei loro beni; e chiedono che sia fatta una vendita di ci che appartiene personalmente al cardinale, de' suoi mobili e oggetti di famiglia, che non possono venir confiscati come beni del clero; reclamano anche quello che Rohan possiede al di l del Reno e che non ha potuto essere preso dalla Rivoluzione; il deposito  stato trasferito nel tesoro del granduca di Baden ed  quello ch'essi vogliono colpire; esigono il pagamento dal re e dalla regina con minacce; reclamano dal Tesoro nazionale il saldo "d'un credito sacro e che i decreti stessi dell'Assemblea nazionale assicurano loro".
Bhmer aveva venduto la sua carica di gioielliere della corona. Mor a Stoccarda il 18 settembre 1794. La sua vedova si rimarit con il socio Paolo Bassenge. Lasciarono un figlio, unico erede del credito comune, Enrico Alessandro Bassenge. Costui attacc gli eredi Liger:
"Invano gli eredi Liger vorrebbero trincerarsi dietro il sequestro apposto nel 1790 su beni di Saint-Vaast; dire non  fare e sequestro non  saldo. Se, nel corso d'una rivoluzione troppo tempestosa, messer Liger, spinto dalle circostanze,  stato spossessato della sua affittanza per circostanze indipendenti dalla sua volont, se non ne ha goduto che in parte, se anzi, in consequenza della sua relazione con Sua Eminenza, ha dovuto soccombere sotto la falce rivoluzionaria, non ne consegue necessariamente che i di lui eredi debbano conservare i beni, la sostanza e noi osiamo dire di pi, il pane e l'ultimo denaro dell'orfano che vive oggid dei soli sussidi della beneficenza. Se Liger  morto rivoluzionariamente, Bhmer e Bassenge sono morti di dolore e di miseria, non lasciando all'esponente che la carit pubblica per tutta eredit".
Il 28 febbraio 1820, il duca Luigi di Riario-Sforza, colonnello di cavalleria, rivalendosi dei diritti di Enrico Alessandro Bassenge, reclamava i beni provenienti dal cardinale e deposti nella cassa del granduca di Baden. E il 21 agosto 1843, la prima camera del tribunale civile della Senna doveva ancora decretare la perdita di diritto da parte dei successori di Nicola Delville, respingendo una domanda relativa all'estinzione del debito della Collana introdotta contro il principe Armando di Rohan-Rochefort, legatario di Carlotta Luigia Dorotea di Rohan-Rochefort, legataria del principe Luigi di Roban.
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FINE.